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1919 – 1923: DUE FRIULI DA RIUNIRE
Il testo di questo capitolo è stato pubblicato su “Ce fastu?” – Rivista della Società Filologica Friulana, anno 1999, LXXV, n. 2, pagg. 221-263
Se ne dà, in lingua inglese, il riassunto.
At the end
of the First World War (1918), Italy, victorious over the Austro-Hungarian
Empire, extended its territories to the
east by eastern Friuli. The separation of this area from the ancient “Patria
del Friuli” (medieval patriarchal state) goes bak to 1420 but this particular
annexation included territories inhabited by the Slovens. The Friulans, who
founded the Società Filologica Friulana in 1919 had wanted a united Friuli but
thier activitities were conditioned by opposing nationalism, by the overbearing
organisation of the fascist party and the dictatorship of Mussolini and by the
myopic vision of the local organisation.
Il 23 novembre 1919, a un anno – quindi – dalla fine vittoriosa della guerra 1915-1918 e a due mesi dall’impresa di Gabriele D’Annunzio a Fiume, partita da Ronchi (poi “dei legionari”), si riunirono a Gorizia, presso il Municipio, quelli che si proponevano di fondare la Società Filologica Friulana.
Bindo Chiurlo (1), che era stato nominato presidente dell’assemblea, enunciò concetti che si trovano riassunti nel primo “Bollettino della S.F.F.” datato 29 febbraio 1920:
“Con la vittoria di Vittorio Veneto i due Friuli tornano ad essere per la prima volta effettivamente riuniti, da quando gli ultimi duchi Franchi tennero intera la nostra regione, e più altre terre, sotto la loro spada.”
Il riferimento storico è importante e condivisibile ma sposta molto indietro nel tempo il momento della avvenuta divisione del Friuli.
“Chè nè quando il conte di Gorizia – proseguì Chiurlo – era vassallo dei Patriarchi, nè quando gli Asburgo riunirono, nell’Ottocento, per quasi mezzo secolo, i due Friuli, l’unione potè dirsi altro che formale; che, anzi, la triste politica feudale prima, l’antinazionale degli Asburgo poi, cercarono in ogni modo di aizzare i fratelli contro i fratelli, secondo l’eterno principio dei despoti.”
1920 – PRIMA DELLA FIRMA DEL TRATTATO DI RAPALLO
La neocostituita Società si trovò subito di fronte alla necessità di prendere posizione sul problema dell’assetto territoriale e amministrativo conseguente alla delimitazione del nuovo confine del regno d’Italia. Sul “Bollettino della Società Filologica Friulana” è pubblicato il verbale della riunione del Consiglio, tenutasi il 30 giugno 1920.
IV° Oggetto: Per
l’integrità della “regione friulana”.
Il Vicepresidente (Chiurlo) fa presente al Consiglio come
qualche notizia da Roma dia a credere che si stia studiando, su basi concrete,
il problema delle autonomie regionali, e che non sia lontano il pericolo che le
due provincie di Udine e di Gorizia, invece di essere riunite in un’unica
regione, vengano aggregate l’una a Venezia, l’altra a Trieste.
Per quanto la
questione sia apparentemente soltanto amministrativa, è facile vedere quale
danno ne deriverebbe all’integrità etnica, culturale e linguistica del Friuli:
per cui egli crede sia dovere della S.F.F. d’intervenire nella questione, onde
deprecare che continui sotto altra forma la divisione dei Friulani durata sino
alla caduta dell’Impero Austro-Ungarico. Aggiunge che, ben inteso, l’unità
regionale non dovrebbe in nessun modo stabilire privilegi a favore dell’una o
dell’altra provincia.
Il consigliere Carletti e il consigliere Pellis
si esprimono nello stesso senso, associandosi alle idee del prof. Chiurlo.
Il consigliere Turus fa osservare come a Gorizia
ci sia una forte tendenza per l’aggregazione a Trieste, e ciò per comprensibili
interessi materiali: e come egli ritenga che non si debba trascurare questo
lato del problema, e occorra andare cauti prima di esprimere voti in proposito.
Il Vicepresidente, – tralasciando le ragioni per
cui non crede che la provincia di Gorizia possa avere interesse alla
aggregazione a Trieste – espone le ragioni intime di affinità materiale e
morale, che costringono i Friulani a formare, su perfetta base d’uguaglianza,
un’unica regione; e in ogni modo opina che l’unità regionale di tutti i
Friulani di fronte alla divisione delle due Provincie e alla conseguente
aggregazione di esse, per soli interessi materiali, a due regioni eminentemente
differenti per condizioni e carattere, è cosa che, da parte della S.F.F., non
può essere nemmeno posta in discussione senza rinnegare la parte più intima del
programma con cui la Società è sorta. È ovvio che la divisione accelererebbe la
fine della friulanità, fine che per avere il Friuli una sua propria storia, un
suo proprio linguaggio, un suo proprio costume, e anche una sua propria tempera
morale, costituirebbe una perdita nel gioco delle forze intime della nazione,
non essendo queste nostre sostituibili dalle doti delle altre regioni – doti
diverse, e se si vuole più calde e brillanti, ma tali da annullare le nostre, e
in ogni modo da soverchiarle con la forza dell’urbanesimo triestino e
veneziano. Inutile dire poi quale sarebbe la sorte, in tale annullamento, della
parlata e della letteratura friulane, che tanti diritti intimi hanno alla vita.
Tale l’unico aspetto sotto cui la S.F.F. deve
considerare il problema, non potendo essa, società di cultura, subordinare il
problema culturale a interessi materiali: anche perchè quando quest’ultimi sono
in contrasto coi primi, lo sono, di solito, solo transitoriamente, o solo in
apparenza.
Crede egli infatti che mentre il Friuli unito
potrebbe concordemente e gravemente pesare onde ottenere, nell’equilibrio
nazionale, quanto gli spetta, ben diversa sorte gli toccherebbe, ove ciascuna
delle due provincie fosse aggregata a un’altra regione dove non rappresentasse
la maggioranza, e dove, come nel caso di Venezia e di Trieste, gli interessi di
questa maggioranza fossero marittimi e commerciali, anzichè agricoli e industriali.
È chiaro che il parlamentino regionale triestino o veneziano legifererebbe
soprattutto negli interessi di queste due ultime città, o dovrebbe –
costituendo virtualmente nel proprio seno un’altra illogica divisone regionale
– differentemente provvedere ai differenti interessi e necessità delle due
parti della regione: con qual danno è facile intendere. Mentre l’unità
friulana, anzichè impedire, faciliterebbe, con la protezione concorde
dell’intera omogenea regione friulana, il protendersi ad esempio di Gorizia
verso Trieste, con i suoi prodotti agricoli, industriali, ecc., nè Trieste
potrebbe seriamente ostacolarlo, avendo le città marittime bisogno di un
retroterra agricolo che le alimenti e si troverebbe quindi nella necessità di
trattare da pari a pari con la “regione friulana”.
Questo ha voluto aggiungere il Vicepresidente non
per entrare in un campo estraneo alla Società Filologica, ma perchè singoli
interessi udinesi o veneziani, triestini o goriziani, non credano di poter
facilmente opporre alle ragioni prodotte dai rappresentanti della cultura
regionale, che “gli affari sono affari”. Certamente: gli affari sono affari, ma
vi sono affari buoni e affari cattivi, e di solito sono cattivi quelli che – al
di là degli stretti limiti dell’interesse personale – non tengono conto delle
ragioni topografiche, le quali di alcune regioni hanno fatto un emporio
commerciale, di altre un centro industriale, di altre ancora una plaga
agricola.
Ma v’è un’altra ragione da tener presente, e
questa riguarda tutti gli Italiani: la forza che verrebbero a prendere gli
Slavi in una divisione come quella progettata, mentre in una “regione friulana”
gli Slavi della provincia di Gorizia si troverebbero di fronte un nucleo
compatto di almeno 900.000 italiani. Ed è ragione non piccola e non leggera per
ogni cuore italiano che batta a questi confini: il che dispenserà il Chiurlo
dal dirne di più.
Il prof. Turus riconosce in gran parte valide le
ragioni addotte dal Vicepresidente, ma insiste nel ritenere che troppe sono le
persone convinte dell’utilità dell’unione con Trieste per non o dar loro un
grave peso, almeno di opportunità. Rende omaggio agli elevati concetti e alle
disinteressate intenzioni del prof. Chiurlo, ma teme che la tepidezza di molti
ambienti goriziani per la regione friulana sia dovuta a dubbi, sorti in alcuno,
che la provincia maggiore possa in qualche modo assorbire la minore.
Risponde il prof. Chiurlo che nessuno più a
Udine, a sua scienza, pensa a formare un’unica provincia delle due di Udine e
Gorizia, e che in ogni modo tali concetti egoistici, se esistessero, verrebbero
di per sè eliminati dalla costituzione della regione friulana, che, mentre
rispetterebbe le attuali autonomie provinciali, metterebbe in comune la
discussione e la risoluzione di tutti i problemi d’interesse generale. Tale
unione rafforzerebbe anche di fronte alle sue condizioni odierne la provincia
di Gorizia, che, così com’è oggi, aggregato minore fra i maggiori di Trieste e
di Udine, è esposta ad esser danneggiata sempre più gravemente nei suoi
interessi.
Questo dice per togliere di mezzo le obbiezioni
estranee al campo culturale, e per poter ora ricondurre su questo la
discussione ormai matura per una decisione, almeno preliminare.
Il socio dott. Battisti, chiesta ed avuta la
parola, osserva che, in fondo, dalla cosa in sè come dalle parole del dott.
Chiurlo, emerge che la questione principale si è che il Friuli non venga
spezzato in due parti per conservare tutte le sue forze sia materiali che
culturali, mentre la costituzione di una regione friulana è per la S.F.F.
questione subordinata. Ritiene perciò che tutti possano accordarsi su di un
ordine del giorno che reclami l’integrità del Friuli nelle formazioni
regionali, lasciando a poi, o ad altri, di discutere se si debba formare una speciale
regione friulana.
Il prof. Carletti propone che per questa volta ci
si limiti ad una deliberazione della questione, rimettendo ad altra seduta le
conclusioni, dopo aver sentito il parere delle varie autorità e rappresentanze
locali.
Il socio Pocar, chiesta ed avuta la parola,
richiama l’attenzione soprattutto su quest’ultimo concetto: che sia, cioè, da
prendersi contatto colle autorità; ma piuttosto per vedere d’intendersi e di
organizzare subito, insieme con esse, una campagna nel senso desiderato.
Il Vicepresidente accetta il principio esposto
dal dott. Battisti come quello che eliminerebbe le incertezze e i dubbi del
consigliere Turus, e lascerebbe, secondo il concetto del consigliere Carletti,
adito a un secondo momento della questione; accetta pure l’altra proposta nel
senso espresso dal dott. Pocar di prendere contatto con le autorità per fare un
primo passo pratico nella risoluzione propostaci. Presenta in seguito a ciò il
seguente ordine del giorno, che, posto ai voti dal Presidente, resta approvato
ad unanimità:
“Considerata
la necessità che l’unità regionale del Friuli, dopo tanti secoli finalmente
ricongiunto, non sia spezzata da illogiche ripartizioni amministrative, e ciò
per ovvie ragioni intellettuali, morali e materiali: afferma la volontà dei
Friulani, che, nei probabili raggruppamenti regionali, le provincie di Udine e
di Gorizia restino in ogni caso indissolubilmente congiunte; dà mandato alla
Presidenza di prendere accordi colle maggiori Autorità ed Associazioni delle
due provincie per una comune campagna onde raggiungere tale scopo; delibera di
portare la questione all’assemblea generale della Società perchè tale volontà
dei Friulani sia più fortemente proclamata.”
La discussione sull’argomento venne ripresa il 17 ottobre 1920 in seno all’Assemblea generale.
I° Oggetto: Voto sull’integrità regionale del
Friuli
Il Presidente, riferendosi anche alle conclusioni
dell’oratore, prof. Leicht nell’ultima parte del suo discorso, richiama
l’attenzione non soltanto dei soci della S.F.F., ma dei friulani tutti, sulla
minaccia che incombe d’una divisione amministrativa (ricca di ripercussioni
anche etniche e culturali) del Friuli finalmente ricongiunto, in due parti che
perpetuino l’antica divisione politica; e ad informare l’Assemblea nel modo più
ampio sia della portata che anche per la S.F.F. ha il problema, sia di quanto
da questa fu già fatto in argomento, dà lettura dell’oggetto IV° del Verbale
della seduta Consigliare tenuta a Gorizia il 30 giugno corr., verbale
pubblicato nel 3° numero del Bollettino, p. 68-72, avvertendo che sull’ordine
del giorno Chiurlo, con cui essa si chiude, egli chiederà il voto
dell’Assemblea.
Letto il verbale di cui sopra, il Presidente apre
la discussione.
Michelstädter di Gorizia desidererebbe che nell’ordine
del giorno fosse inserito un chiarimento, che contemplasse ben chiara
l’autonomia delle due province.
Chiurlo osserva che le premesse dell’ordine del
giorno e la discussione che lo precede, ormai verbalizzata e stampata, sono di
per sè chiare, che è inutile ogni altra aggiunta.
È necessario poi non spostare nel medesimo
parole, perchè, per ciò stesso che vi si parla di unità regionale, non si può
intendere l’autonomia amministrativa delle due provincie nel senso attuale, ma
in altro senso compatibile col concetto di regione, che non stabilisce certo
supremazie o privilegi; e però ogni accenno più particolare porterebbe a
discussioni tecniche sull’organismo giuridico della regione, oggi in tutto
premature e in ogni modo non di nostra competenza.
L’on. Girardini ricorda di avere parlato la prima
volta di questo argomento, che tanto sta a cuore ai Friulani tutti, con l’on.
Orlando, ancora prima che questi fosse chiamato alla Presidenza del Consiglio,
presente il comm. Renier presidente del nostro Consiglio Provinciale; e di
averne scritto, nel 1916, nella Voce.
Riassume la questione in questo dilemma: o
resterà il Friuli tutto unito (con le due provincie attuali autonome nelle
rispettive amministrazioni, che s’intende), o la provincia di Udine e la
provincia di Gorizia saranno di nuovo separate, e incorporate una alla regione
veneta con Venezia, l’altra alla regione giulia con Trieste – e allora
diverranno luogo di spasso dalla primavera all’autunno per i commercianti e la
brava gente di Venezia e di Trieste. Questo noi non vogliamo, assolutamente:
noi vogliamo essere il Friuli, noi vogliamo essere l’unità friulana.
(Vivissimi, generali applausi) Vogliamo essere “un individuo”, “una
personalità” nel complesso della Nazione, come sono le altre regioni, perchè
sentiamo di avere tutti i caratteri per formare questa “personalità”, perchè
soltanto così noi sentiamo di poter portare un contributo di efficace lavoro
alla Patria più grande; e sarebbe una cosa balorda il pensare di smembrarci di
nuovo. (Nuovi vivissimi applausi)
Michelstädter insiste nel senso già espresso.
Del Puppo di Udine è nettamente favorevole
all’ordine del giorno presentato, rilevandone anche il valore nei riguardi
della protezione non soltanto della friulanità ma dell’italianità.
Anche Turus di Gorizia vorrebbe si stesse all’o.
del g. Chiurlo, che reclama con chiarezza l’integrità della regione friulana,
lasciando impregiudicata la questione se essa debba far parte da se stessa o
essere aggregata alla Venezia Giulia. Egli ed altri sono per quest’ultima
soluzione anche nell’interesse della italianità, per contrabilanciare
l’elemento slavo nuovamente acquisito.
Chiurlo per norma dei presenti dà lettura della
lettera con cui il senatore Bombig sindaco di Gorizia aderisce all’adunanza,
lettera che, nella parte che riguarda la presente discussione, così si esprime:
“… mi faccio un dovere di far presente che
anch’io condivido pienamente gli intendimenti di cotesta Presidenza circa la
necessità di accentuare sempre più il carattere regionale del nostro Friuli,
avuti, ben inteso, i dovuti riguardi per l’autonomia delle provincie già
esistenti e che corrispondono ad una reale esigenza di fatto.
“Plaudo alla proficua attività che codesta
Società sta già da tempo svolgendo a favore delle nostre tradizioni paesane e
le auguro la migliore prosperità”. (Applausi).
Girardini insiste per l’approvazione dell’o. del
g. Chiurlo senza modificazioni.
Anche Leicht chiede che si passi alla votazione
dell’o. del g., e che lo si approvi integralmente, lasciando a poi la discussione
particolare, e ciò non solo per ragioni friulane, ma per necessità nazionali di
ordine superiore.
Dopo brevi dichiarazioni di Michelstädter e
Turus, resta approvato integralmente all’unanimità l’o. del g. Chiurlo, già
votato dal Consiglio Direttivo, meno, ben inteso, il capoverso che deferiva la
questione all’Assemblea generale, e cioè:
“Considerata la necessità che l’unità regionale
del Friuli, dopo tanti secoli finalmente ricongiunto, non sia spezzata da
illogiche ripartizioni amministrative, e ciò per ovvie ragioni, intellettuali,
morali e materiali:
“afferma la
volontà dei Friulani che, nei
probabili raggruppamenti regionali, le provincie di Udine e di Gorizia restino
in ogni caso indissolubilmente congiunte;
“dà mandato alla Presidenza di prendere accordi
colle maggiori Autorità ed Associazioni delle due Provincie per una comune
campagna onde raggiungere tale scopo.” (Vivissimi generali applausi).
Con
ciò alle ore 12.40 resta chiusa la seduta antimeridiana (pubblica), e se ne
rimanda la continuazione alle ore 15 (privata).
1921 – UN ANNO CRUCIALE
1 – LA S.F.F.: DA SAN DANIELE IL VOTO PER L’UNIFICAZIONE
La discussione sull’unificazione del Friuli in seno alla Società continuò in occasione della assemblea generale ordinaria del 25 settembre 1921, tenutasi in San Daniele del Friuli.
Relazioni particolari
1. Unità del Friuli
Riferisce il prof. Pellis, che, ottemperando al voto del 1° Congresso, fu
costituita dalla Presidenza una Commissione speciale, di cui è capo il dott.
Ballico. Le pratiche avviate fra i rappresentanti delle due provincie ebbero
qualche successo, in quanto fu riconosciuta, intanto, unanimemente la necessità
di unire tutto il territorio friulano in un unico collegio politico. Sulla
fusione completa delle due provincie però non si potè venire ad un accordo,
dato il diverso sistema amministrativo,
Il prof. Venezia dichiara a nome di Gorizia, che la sua città non è seconda a
Udine nel volere la definitiva cancellazione della vecchia iniqua frontiera del
Iudrio. Ciò che Gorizia chiede è solo di conservare le sue autonomie
amministrative, in modo da non dovere dipendere dalla burocrazia centrale per
tutte quelle questioni di carattere strettamente locale, che hanno bisogno di
soluzioni pronte ed adeguate agli interessi locali. Il voto di Gorizia per
l’autonomia non può, da alcuno che sia in buona fede, essere interpretato come
un segno di mezzo patriottismo, perchè Gorizia ha dimostrato quale è il suo
patriottismo dando all’Italia il sangue dei suoi figli. – Il consigliere provinciale
Agnola porta alla causa della
unità del Friuli l’adesione della Amministrazione provinciale di Udine.
Il prof. Asquini
ritiene che la tormentata questione della unità regionale del Friuli possa
riassumersi nei seguenti termini: nessun dissenso vi è ormai sulla questione di
massima; le difficoltà sorgono sul terreno della realizzazione, difficoltà che
si collegano al problema della conservazione del vecchio ordinamento
autonomistico nelle nuove provincie e più in generale al problema
dell’introduzione anche in Italia del decentramento regionale. Il prof. Asquini fa osservare che le difficoltà
non sono impossibilità. E un nuovo modo per superarle deve essere trovato,
perchè dietro l’innocente domanda di autonomia amministrativa, che Gorizia e
Trieste avanzano con pura fede italiana allo scopo di meglio giovare alle
fortune della Patria, altri si muovono per riprendere sul terreno
amministrativo quello che non sono riusciti ad ottenere sul terreno politico.
Sotto la questione delle autonomie amministrative si cela una questione
politica capitale per l’Italia: la questione dei suoi confini, la questione
della conservazione dei frutti della vittoria. Noi quindi, prima come italiani
che come friulani, abbiamo l’obbligo di non lasciarlo pregiudicare con un troppo
lungo permanere della intollerabile situazione attuale.
Il prof. Olinto
Marinelli crede che non si possa avere speranza di una prossima
soluzione pratica della questione, se Gorizia, traendo ispirazione da
quell’alto sentimento patriottico che l’ha resa sacra a tutti gli Italiani, non
si dispone a rinunziare alle sue autonomie amministrative. Ritiene più utile in
ogni modo la creazione di un comitato comune fra Udine e Gorizia, per lo studio
di certi provvedimenti di carattere politico-amministrativo che potrebbero
essere presi anche nell’attesa della soluzione del problema nella sua
integrità.
L’avv. Ballico
concorda col prof. Marinelli, per far fare alla questione un passo avanti, che
la S.F.F. si faccia iniziatrice della creazione di un comitato friulano fra
tutte le Associazioni aderenti, collo scopo preciso di studiare e promuovere
l’attuazione di immediati provvedimenti amministrativi tendenti a collegare i
due Friuli nel senso voluto.
Propone la formulazione di un ordine del giorno
in questo senso.
Il presidente prof. Chiurlo, chiudendo la discussione, riafferma l’inutilità che
il Convegno formuli voti puramente platonici sulla questione di massima della
unità del Friuli, poichè un voto categorico in questo senso è già stato
approvato nel precedente convegno, e in conseguenza di esso la Presidenza è già
venuta ad utili contatti con uomini politici, autorità e associazioni di Udine
e Gorizia. Propone poi uno schema di ordine del giorno, pregando i proff.
Asquini e Marinelli e il dott. Ballico di concretarlo in via definitiva.
Tale ordine del giorno, presentato poco dopo dai
sopradetti, viene approvato all’unanimità:
“Il
secondo Convegno della S.F.F., riaffermato il voto del 1° Congresso per la
ricostituzione del Friuli nella sua unità regionale; delibera che la Società si
faccia iniziatrice della costituzione di un Comitato permanente comune in
rappresentanza di tutte le associazioni di Udine e Gorizia che aderiscono a
tale voto, con lo scopo di studiare e promuovere quei provvedimenti di
immediata attuazione pratica, che si ritengono idonei a preparare e facilitare
la auspicata unificazione del Friuli”.
2 – ASPETTI SPINOSI
Il problema, come s’è visto, aveva aspetti spinosi, incentrati anche sulla questione delle autonomie particolari che i goriziani intendevano venissero conservate. Ma c’era un’altra questione sicuramente prevalente.
“Sotto la questione delle autonomie amministrative si cela una questione capitale per l’Italia: la questione dei suoi confini, la questione della conservazione dei frutti della vittoria.”
E chiarificatore della vera essenza del problema è un altro concetto espresso dal prof. Alberto Asquini “perchè dietro l’innocente domanda di autonomia amministrativa che Gorizia e Trieste avanzano con pura fede italiana allo scopo di meglio giovare alle fortune della Patria, altri si muovono per riprendere sul terreno amministrativo quello che non sono riusciti ad ottenere sul terreno politico.”
Chi erano costoro?
Le elezioni del maggio 1921, e su queste torneremo, elezioni svoltesi pochi mesi innanzi, per la incongruenza delle circoscrizioni elettorali (quella di Udine era finita insieme a quella di Belluno, e ci rimarrà a lungo!), avevano dato un risultato sconcertante nel collegio goriziano che era costituito su base provinciale. Risultarono eletti 5 deputati tutti di lingua slovena: il comunista Giuseppe Tuntar e gli esponenti della concentrazione slava Giuseppe Wilfan, Virginio Scek, Carlo Podgornik e Giuseppe Laurencich.
L’on. Wilfan, nella seduta delle Camera del 21 giugno, reclamò l’uso della lingua slovena in parlamento e, prima di lui, l’on. De Walther del Sud Tirol aveva reclamato l’uso del tedesco.
In seno alla S.F.F. il problema della unità regionale venne affrontato con grande cautela.
Dal registro dei verbali del Consiglio, in data 23 ottobre 1921, Gorizia, si legge al punto 5:
“Circa la questione
dell’unità regionale il Consiglio ricordando che presentatori dell’ordine del
giorno votato in proposito dall’adunanza di S. Daniele sono stati: (Ugo)
Pellis, prof. Attilio Venezia, prof. Olinto Marinelli, prof. Alberto Asquini,
avv. Luigi Ballico, decide di costituire una particolare commissione esecutiva
(formata dai sud- poi cancellato) invitando a farne parte detti
consoci con l’aggiunta delle seguenti persone:
prof. Mario Camisi
dott. Giuseppe Malacrea (nominativo poi cancellato)
Mario Rizzatti, sindaco di Fiumicello (poi cancellato “sindaco di Fiumicello”)
avv. Francesco Marani”
Questi nomi sono raccolti da una parentesi che li identifica “per il goriziano”.
Sotto questi nominativi, altra mano del verbalizzante e quindi posteriormente aggiunse:
“prof. Mario Camisi (poi cancellato perchè evidentemente indicato due volte)
dott. Antenore Barnaba
don Francesco Spessot
don Giuseppe Parmeggiani.”
Nel foglio seguente del verbale vi è una parentesi simile a quella indicata, questa con la dicitura “per l’udinese” senza che vi sia segnato alcun nome.
Sempre dal libro dei verbali del Consiglio, ancora sotto la data 23 ottobre 1921, si leggono due punti trattati che danno la singolare sensazione di una composizione societaria aliena da un piatto nazionalismo monarchico italiano, composizione che originò decisioni discusse e laboriosamente approvate all’unanimità.
Il punto 3 recita:
“Per la cerimonia (aggiunto “in onore del Milite Ignoto a”) di (cancellato) Aquileia si approva il manifesto già stampato in dialetto; la preparazione di (cancellato “in dialetto; la preparazione di”). Aggiunto “Si approva pure la spesa per” (continua la scrittura della prima mano “una corona con la scritta ‘Al soldât d’Italie la S.F.F.’” (2).
Il testo del manifesto in friulano fu pubblicato il 28 ottobre 1921 dal “Giornale di Udine”.
“Societât Filologiche Furlane
O Muarz senze nom, o Soldaz d’Italie che vignis a poià il ciaf in Aquilee donge i Soldaz di Rome, uardait cheste Tiare bagnade di tant sanc: salvait la nestre Int, la nestre Pas; ma faseit, faseit sore dut che sintin simpri tal nestri cur che no val vivi, se alc nol val plui de vite! E Tu, benedet fra i benedez, destinat da une Mari, forsi da to Mari, a la consacrazion di Rome, sul Altar de Patrie, puarte cun te il zurament de nestre fedeltat antighe. Aquilee, ai 28 di ottubar dal 1921.”
Il punto 4 dello stesso verbale recita:
“Circa la prossima visita del Re nella Venezia Giulia ed a Gorizia, la S.F.F. costituita da soci appartenenti a tutti partiti riafferma la sua apoliticità , che intende mantenere rigorosamente. Tuttavia il consiglio non può dimenticare che il fondamento della Società, il vincolo che lega tutti i consoci è l’amore alla Regione e quindi alla Patria.
E perchè la visita del Re
alla regione Giulia, come è stata per la regione Tridentina, è la conferma
solenne della redenzione nazionale e in particolare dell’unione dei
(cancellato “unione dei”) (aggiunto : “integrazione del”) Friuli,
il Consiglio, all’infuori di ogni criterio politico, (aggiunto “decide”)
di prendere parte alla manifestazione nazionale per l’avvenimento.
Messa ai voti, questa decisione è approvata all’unanimità.”
Questa decisione, seppure alla fine unanime, appare sofferta persino nella forma, e ci dimostra che, allora, la Società aveva soci di “tutti i partiti politici” e intendeva “riaffermare la sua apoliticità”.
Quindi intendeva tener conto del fatto che tra i soci vi erano anche quelli di fede repubblicana, sicchè il re viene considerato “all’infuori di ogni criterio politico”.
Ma lo stesso verbale del 23 ottobre, al punto 6, ci offre una testimonianza del pluralismo che vivacizzava la Società ma anche della crescente pressione che veniva esercitata dai nazionalisti, così forti da poter determinare la proclamazione di “indiscusso e provato sentimento nazionale.”
3 – IL CASO TELLINI
“Circa la questione Tellini (Patrje Ladine) (3) il Consiglio ritiene superflua la pubblicazione di ulteriori dichiarazioni in proposito a nome della Società.”
Fin qui la parte del verbale non cancellata con tratti di penna generalmente trasversali.
Questo il testo cancellato.
“Visto, però, l’articolo del prof. Giovanni Cumin (4) sull’‘Era nuova’ di Trieste, riprodotto dal Giornale di Udine, nel quale articolo sono citati aderenti ai criteri del periodico la ‘Patrje Ladine’ i colleghi Lorenzoni (5) e Zorzut (6) e uditi gli amichevoli chiarimenti sia del prof. Cumin come del prof. Zorzut anche per il prof. Lorenzoni, il Consiglio prega questi ultimi di voler chiarire pubblicamente l’equivoco che può sorgere dalla lettura dell’articolo suddetto nei riguardi del loro indiscusso e provato sentimento nazionale.”
Cosa era accaduto?
Achille Tellini aveva dato vita, ponendo l’amministrazione del periodico a Bologna, via dè Gombruti 5, e la stampa presso la tipografia de “L’esperanto” di San Vito al Tagliamento, responsabile A. Paolet editore, a una pubblicazione intitolata “La Patrje Ladine”. Il primo numero era stato stampato nel mese di maggio 1921, indicato come supplemento a “L’esperanto”.
Con un friulano dalla grafia particolare, Tellini, tra l’altro, in quel primo numero invitava
“Duĉ i
vērs Furląns si abonin a ke-
ste Socjetāt, (12
franks ad an al Te-
sorīr a Udin), ke si
propón di studją e
mantiñi il lengàc e la
leterature furla-
ne, di rinfŭarcà fra di no
il sintimént
de nestre ĉase e de nestre Patrje.”
Grafia a parte, Tellini ci appare come un socio della Filologica come tanti altri, un esperantista, un socio che propaganda tra i friulani la Società della quale fa parte.
4 – I REPUBBLICANI GORIZIANI
A Gorizia, il partito che raccoglieva meno voti era, in quegli anni, il partito repubblicano, che pubblicava un settimanale agguerrito, dove i richiami alla friulanità erano frequentissimi, intitolato “La Libertà”.
Su quel settimanale erano stati pubblicati fin dal mese di luglio 1920 articoli che affrontavano il problema di quella che veniva definita “La nostra autonomia”.
Sul giornale del 17 luglio si legge:
“La Venezia Giulia è una
provincia di natura artificiosa, creata così dal sistema austriaco delle
provincie storiche. Nel nuovo ordinamento essa dovrebbe venire aumentata
mediante l’incorporazione del Friuli veneto, non sussistendo oggi più alcun
motivo perchè una popolazione di comune origine, di identica parlata e di
medesimi costumi con grandi interessi economici affini rimanga più oltre divisa
da un confine irrazionale.
L’individualità regionale del Friuli è troppo spiccata attraverso tanta onda di tempi – perchè essa non imponga, oggi finalmente possibile, il realizzarsi del congiungimento di tutta la gente friulana.”
A parte l’attribuzione al “sistema austriaco” della coniazione del termine “Venezia Giulia”, è chiaro che quei repubblicani goriziani – già in luglio 1920 – propendevano per la identificazione della “individualità regionale del Friuli” pur volendolo mettere insieme alla Venezia Giulia. Il settimanale, del resto, darà nei numeri successivi indubbia prova di attenzione per molti argomenti attinenti al Friuli, alla friulanità e alla attività della Filologica. Ricordiamo sommariamente che tra gli autori di articoli troviamo Carlo Battisti (7), u. p. (che fosse Ugo Pellis?), sfl, Giovanni Lorenzoni (numerosi articoli, recensioni, note non sono firmati). Gli argomenti? La grafia friulana, le poesie di Ercole Carletti, gli annunci dell’uscita di un opuscolo di Pellis sulla grafia, una poesia inedita di Zorutti, un articolo su Francesco di Manzano, l’annuncio di un libro di Dolfo Zorzut, di un libro di Minut e ancora di un libro di Zorzut.
Relativamente alla attività della Filologica, si annunciò l’uscita del secondo bollettino della Società, si informarono i lettori su importanti decisioni della stessa Società, si riferì della iscrizione a socio perpetuo della defunta Anna Pirona, si diede notizia dei concorsi della Filologica.
Fino al 9 aprile 1921 direttore responsabile del settimanale sarà Giovanni Stecchina (8); gli succedette Iginio Beltram fino all’11 giugno e, subito dopo, Francesco Raunik, un triestino che era anche il segretario dei repubblicani goriziani.
Il 5 febbraio 1921 viene pubblicato l’articolo intitolato “Aboliamo l’iniquo confine”.
Non perdiamoci
in disgressioni storiche! Chiunque sia fornito di qualche nozione di storia
patria, sa che il Judrio, defunto confine tra l’Italia e l’Austria, fu una
frontiera tanto irrazionale da essere comprensibile solo come resultato di una
disputa diplomatica.
Ma chi maggiormente ebbe a soffrire l’odiosità di
tale linea politica artificiosa si fu il popolo friulano, la fedele scolta
orientale d’Italia.
Uomini politici e studiosi (anche il nostro
giornale v’ha già portato il suo contributo alla discussione) hanno affacciato
la necessità del riassetto amministrativo del nostro paese. Ci sono i
repubblicani, che prospettando la soluzione naturale della creazione della
Venezia Giulia integrale – dal Carnaro al Tagliamento – e ci sono gli amici
udinesi, egregiamente capitanati dalla Società filologica friulana, che
propugnano la creazione della regione friulana, fondendo i due Friuli,
orientale e occidentale, riunendo Gorizia e Udine.
Sono questioni che richiedono uno studio serio ed
approfondito, che esorbiterebbe i limiti modesti del nostro giornale. Noi, per
riaffermare la nostra tesi, propendiamo per la Venezia Giulia integrale.
Ma giacchè l’ora urge per la sistemazione –
essendovi intimamente connessa un’altissima quistione di consolidazione
politico-nazionale – noi facciamo appello al governo, perchè non essendo ancora
compromessa la distrettuazione elettorale, voglia fin d’ora gettare le basi per
il futuro riassetto politico-amministrativo della nostra regione, provvedendo
già con la legge elettorale a soddisfare entrambi i postulati sopradetti
sopprimendo l’antica divisione data dal torrente Judrio. Per ora il Friuli,
almeno. in materia elettorale, formi un’unica organizzazione. Il resto verrà
poi.
Sappia il governo centrale ... l’Italia è ancora
al di là. Bisogna avvicinarla, a qualunque costo e con qualunque mezzo.
Badi agli interessi di Italia e non ai calcoli
elettorali di qualche tirannello inintelligente, per il quale l’Italia vale
magari la Turchia.
Secondo questo articolo, i repubblicani propendevano allora per la grande regione Venezia Giulia, “dal Carnaro al Tagliamento” (abbandonando evidentemente il Friuli occidentale al Veneto), mentre “gli amici udinesi, egregiamente capitanati dalla Società filologica friulana, propugnano la creazione della regione friulana, fondendo i due Friuli orientale e occidentale, riunendo Gorizia a Udine.”
Il 12 marzo apparve un altro articolo intitolato “Fraternità friulana”.
Titolo inequivoco, ma è interessante particolarmente la parte finale, perchè ricorda fedelmente il ruolo che fu di Udine dopo il 1866, e cioè dopo l’unione del Friuli occidentale e centrale al regno d’Italia.
“Udine liberata
divenne allora il centro di tutte le nostre cospirazioni, il rifugio preferito
di tutti i nostri perseguitati politici. Udine fu così per mezzo secolo l’anima
del movimento irredentista della Venezia Giulia. Non ci fu sopruso austriaco
perpetrato contro Gorizia, Trieste e Pola, che non avesse sollevato la
popolazione udinese a manifestare la sua solidarietà con noi, richiamando
l’attenzione del governo italiano sui fratelli oppressi d’oltre frontiera. Ed
invero sul libro dell’odio austriaco il nome di Udine era registrato in prima
pagina: lo riaffermò lo stato maggiore austriaco con le sue vendette durante la
guerra recente. (n.d.a. – Si torni a pag. per conferma).
Non ci fu
festeggiamento nazionale a Udine, al quale non accorressero i goriziani a
testimoniare con la presenza loro la fratellanza dei due Friuli malgrado la
divisione politica. Basterebbero ricordare la visita dei reali nel 1903, le
commemorazioni di Oberdan e le feste dello Statuto. Quanto l’Austria impediva
fosse fatto a Gorizia, i goriziani lo facevano a Udine.
Allo scoppio
del conflitto mondiale, la popolazione di Udine fu la prima a insorgere
chiedendo l’intervento dell’Italia a fianco degli alleati per la liberazione
finale delle terre irredente; aprì con ospitalità davvero generosa le sue
braccia ad accogliere i profughi politici soccorrendoli di fraterna assistenza.
In quei giorni della vigilia e successivamente durante la guerra i friulani di
oltre l’antica frontiera cementarono più saldamente i vincoli di fratellanza
coi friulani non ancora liberati dal giogo straniero.
L’aspirazione
secolare della riunione della gente friulana è oggi un fatto compiuto per
sempre. Troppo tempo i fratelli furono divisi dai fratelli: stringiamo oggi più
forti quei vincoli, che l’Austria invanamente per mezzo secolo tentò di
contrastare.
Festeggiamo in tutti i campi la solidarietà della gente friulana, una per lingua, usi e costumi e allacciamo sempre vieppiù le relazioni tra Udine e Gorizia.”
5
– LE ELEZIONI POLITICHE
LA POLEMICA MONTA PER “PATRJE LADINE”
Il mese di maggio 1921 fu pieno di avvenimenti.
Si tennero le elezioni politiche e nella circoscrizione goriziana si registrarono questi risultati:
Sloveni 39.068, Comunisti 10.131, Blocco nazionale 5.858, Socialisti 4.472, Popolari 2.642, Repubblicani 1.037.
In vista di quelle elezioni si era costituito a Gorizia un “Gruppo d’azione friulano” che aprì a Cervignano la prima sezione in provincia.
Secondo i repubblicani, si trattava di “elementi di indubbio sentire democratico e d’indiscussa fede nazionale” che non avevano fatto mistero delle loro simpatie verso il Pri, ma che erano stati trattenuti dall’aderirvi dalla pregiudiziale repubblicana.
Su questo “gruppo” poco si sa e i repubblicani, in aprile del 1921, lo giudicarono anche aperto ai fascisti (e citano il caso di Cervignano).
Camillo Medeot, nel suo libro “I cattolici del Friuli orientale nel primo dopoguerra”, a pag. 69 afferma che in quel tempo, a Gorizia, si erano costituite due logge massoniche: una d’obbedienza di piazza del Gesù, cui aderivano persone che Medeot definisce “immigrati” (cioè militari, funzionari statali ecc.); l’altra di obbedienza di Palazzo Giustiniani e lo stesso Medeot colloca il “Gruppo” capeggiato da Mario Camisi in qualche modo vicino a questa loggia massonica.
Erano questi tentativi di dar vita a un partito friulanista?
In maggio era uscito il primo numero di “Patrje Ladine”.
“La Libertà”, aveva
ospitato il 28 di quel mese, un lungo articolo di Carlo Battisti, intitolato “Patrie
ladine” nel quale Battisti, dopo aver trattato di questioni glottologiche –
prima avendo augurato a Tellini “estesa penetrazione della ‘Patrie ladine’
nelle masse”, però dubitando che “il direttore della ‘Patrie’, che è un
friulano molto benemerito della Patria del Friuli abbia pensato a quali
conseguenze può portare l’esaltazione della ladinità e l’uso dell’alfabeto
esperantista.
Ci pensi ora, serenamente. E
consideri – così conclude Battisti – che
l’unico legame logicamente possibile fra i friulani, gli alto atesini e i
grigioni è quel vincolo speciale di italianità che in uno o in altro
modo li collega al ceppo linguistico cisalpino. Che quindi tale legame va
logicamente documentato coll’uso del nostro alfabeto all’infuori di ogni
tendenza esperantista, – non infirmato col trascrivere le espressioni
dialettali mediante segni convenzionali insufficenti per un alfabeto
scientifico (e che per ciò stesso non hanno in pratica alcuno scopo); segni
che, come internazionali, possono e devono valere in certo senso per
antinazionali.”
6 – I REPUBBLICANI GORIZIANI: IL FRIULI AI FRIULANI
Le opinioni dei redattori de “La Libertà” sul futuro assetto del territorio vengono riformulate con la pubblicazione dell’articolo intitolato “Il Friuli ai friulani”, apparso l’11 giugno 1921.
Ricordiamo che direttore responsabile del settimanale non è più Stecchina ma Iginio Beltram e, poichè l’articolo non è firmato, dobbiamo attribuirne la paternità al direttore.
Beltram, lo ricaviamo dalla lista repubblicana per le elezioni comunali del 1922, era avvocato, come Stecchina che fu il capolista mentre Beltram era il terzo candidato.
Recentemente è uscito il primo numero della nuova
rivista “La Patria ladina” del cui programma linguistico il prof. Carlo
Battisti ha pubblicato un vivace articolo polemico sul nostro giornale.
Ma a nostro avviso il movimento propugnato da
quella rivista non deve limitarsi al puro campo linguistico-letterario. Il
Friuli è una regione che ha una serie di caratteristiche individuali per i
quali in una futura riorganizzazione politico-amministrativa d’Italia
dev’essere capace di costituire un organismo autonomo con proprie istituzioni
rette dalla gente friulana.
Oggi il Friuli, data la vecchia suddivisione
austriaca, è ancora un’aspirazione: l’unità è puramente etnografica, apparente,
con pregiudizio del progresso morale e materiale del paese.
L’attività di tutti i buoni friulani deve essere
diretta all’unione delle provincie di Gorizia e di Udine, anzitutto, ed appena
in un secondo tempo ad una lotta fervidissima per il conseguimento della
autonomia regionale del Friuli riunito.
Coi sistemi con cui attualmente il governo di
Roma amministra le nostre provincie nessun miglioramento possiamo
riprometterci: le sorti del nostro paese sono affidate ad una serie di
funzionari ignari delle nostre condizioni e dei nostri bisogni.
Per l’ascensione culturale, politica ed economica
del Friuli, è assolutamente necessario che le direzioni delle amministrazioni
friulane siano affidate ai friulani. Non è questa un’aspirazione
regionalistica, ma la giusta distribuzione delle energie e delle competenze.
La propaganda per il miglioramento spirituale del Friuli, è un problema troppo unilaterale; la lotta dev’essere dunque portata anche nel campo politico, perchè il problema è essenzialmente politico.
Questo articolo ci appare assolutamente esemplare e, già nel titolo, lancia un vero e proprio “manifesto autonomista”. Precede, come quello del 2 luglio che leggeremo più avanti, e ispira le più realistiche affermazioni di Tellini, il quale, come capita sempre a chi vuol spingersi troppo avanti, al di là delle ragionevoli intenzioni, finisce col far danno alle buone cause.
Il 2 luglio, con la pubblicazione dell’articolo intitolato “Autonomia friulana”, “La Libertà” precisa ancora meglio il proprio punto di vista.
Anche questo articolo non è firmato; nel frattempo è diventato direttore responsabile Francesco Raunik che reggerà a lungo la direzione del settimanale. Per noi valgono, riguardo alla paternità del testo, le ragioni esposte per Beltram.
Gianfranco D’Aronco, in “Friuli regione mai nata”, vol. I, pagg. 231-232, trattando del settimanale repubblicano, colloca gli appelli agli elettori friulani e ai lavoratori del Friuli al 1920, mentre furono pubblicati per le elezioni di maggio 1921. Inoltre cita un titolo a piena pagina, questo del 1921, “Autonomia politica e indivisibilità della nostra regione”, che è solo parte di un titolo più ampio che, dopo il brano riportato, si conclude: “Questo vogliono i repubblicani della Venezia Giulia.”
Per assoluta chiarezza, va detto che il settimanale repubblicano goriziano spesso si riferisce anche alla Venezia Giulia e per questo noi abbiamo ripreso esclusivamente quegli articoli nei quali i riferimenti sono solo al Friuli, senza ombra di dubbi, riprendendoli per intero ad evitare i tranelli delle “sforbiciate” più o meno di comodo. A proposito degli autori degli articoli, ripetiamo che i testi non sono mai firmati. Tuttavia D’Aronco attribuisce quelli dell’11 giugno e 2 luglio a Giovanni Stecchina. Poichè l’opera di D’Aronco è stata pubblicata nel 1983, riteniamo che Gianni Nazzi (op. cit.), che scrive invece nel 1990, abbia ripreso appunto da D’Aronco questa convinzione. Per concludere, il D’Aronco data l’articolo, che sostiene essere stato scritto da Stecchina, “Il Friuli ai friulani” 5 giugno 1920.
L’articolo, invece, compare nel numero dell’11 giugno 1921. Del 5 giugno 1920 è il primo numero della annata del settimanale.
Questo il pezzo intitolato “Autonomia friulana!”
Un ben triste destino sembrava incombesse sulla
gente friulana.
In tutti i tempi, popoli avidi di conquista e di
espansione, scalate le alpi, prorompevano nella pianura friulana e la
trasformavano in teatro di battaglie sanguinose; qui spesso si incontrarono
popoli l’un contro l’altro armati a disputarsi le loro contese. Chi sempre ne
pagò le spese maggiori sia con perdita di persone sia con devastazione di beni,
fu l’operoso popolo friulano, estraneo a quelle competizioni, che si svolgevano
ed erano dirette solo a’ suoi danni.
E’ ovvio che il progresso civile della gente
friulana dovette subire a causa di queste mille sciagure un ritardo notevole.
Ma oggi che la frontiera alpina è ormai
saldamente chiusa, la campagna friulana ha il dovere sacrosanto di attendere
alla propria restaurazione materiale e morale.
Purtroppo però i friulani hanno dovuto trarre
dall’esperienza l’ammaestramento, che quanto è necessario sia fatto dev’esser
opera di loro stessi.
Le energie friulane sono ancora troppo
disordinate e divise : il vecchio ed odiato confine dello Judrio – un delitto
contro la ragione e la giustizia – separa ancora i friulani delle provincie di
Gorizia ed Udine.
Primo compito dev’essere adunque la riunione
della famiglia friulana nell’ambito di una unica circoscrizione politica.
E di pari passo deve svolgersi la lotta per la
conservazione dell’autonomia provinciale del cosidetto Friuli orientale, sicchè
l’autonomia dovrebbe venir estesa anche all’altra parte ed entrambi fuse in
unica organizzazione provinciale.
Solo da questa propria istituzione provinciale il
Friuli può attendersi quelle leggi che sono conformi ai propri usi, bisogni ed
aspirazioni.
Con questi intendimenti un gruppo di giovani
friulani intende iniziare una corrente di idee e di azione, in armonia al
movimento regionalista, che va sempre più affermandosi nelle vecchie provincie.
Noi, dal canto
nostro, accompagneremo questo movimento con simpatia vivissima, perchè la
soluzione regionale è quest’oggi l’unica che può salvare il paese dalla rovina.
Complessivamente i concetti espressi nei due articoli ci sembrano realistici e positivamente esposti.
Il Friuli deve riunirsi; l’autonomia del Friuli orientale deve essere conservata; essa va estesa anche a tutto il restante territorio.
Ma importantissima ci appare la notizia che allora “un gruppo di giovani friulani intende iniziare una corrente di idee e di azione, in armonia al movimento regionalista, che va sempre più affermandosi nelle vecchie province.”
C’era, dunque, chi pensava ad un movimento per l’unità del Friuli, in armonia con quello regionalista (e ci pare che questo possa essere individuato nella neo costituita Società Filologica Friulana che stava facendo numerosi proseliti nella “vecchia provincia” goriziana ) e i repubblicani di Gorizia (che erano ovviamente un partito) pensavano di accompagnare “questo movimento con simpatia vivissima, perchè la soluzione regionale è quest’oggi l’unica che può salvare il paese dalla rovina.”
7
– IL PROGETTO DI TELLINI
E Tellini, stampando in settembre il secondo numero del suo “La Patrje Ladine”, ritenne di cogliere nelle tesi sostenute nei due articoli dell’11 giugno e del 2 luglio del settimanale repubblicano goriziano una voce amica e consonante, sicchè scrisse che “la vos de ‘Patrje Ladine’ e dal ‘Tesaur de lenghe furlane’ no je plui isolade.” E quindi decise di andare oltre. Mentre riproponiamo integralmente in appendice, nella grafia originale il testo del suo articolo, ne trascriviamo i concetti basilari in italiano.
“Unione della
gente friulana in un solo corpo politico; conservazione dell’autonomia
provinciale che il Friuli orientale godeva sotto l’Austria, ed estensione della
stessa al Friuli centrale e occidentale che torneranno a formare una unica
regione amministrativa con il proprio parlamento come ai tempi del Patriarcato
di Aquileia: questa è l’aspirazione immediata di ogni vero friulano.
Si è costituito
con questa direttiva un gruppo di giovani che intendono dar vita a una corrente
di idee e svolgere una azione in armonia con la tendenza che si accentua nelle
vecchie e nelle nuove province d’Italia.
(È evidente che Tellini riprende i concetti e questa notizia dal settimanale goriziano).
( . . . . )
In Parlamento
il deputato trentino De Gasperi ha sostenuto l’autonomia di quella regione. Un
notevole movimento autonomista si organizza in Sicilia e più specialmente in
Sardegna.
( . . . . )
Dovrebbe uscire
presto un giornale settimanale scritto esclusivamente in friulano, che deve
propugnare queste idee e unire i friulani sotto una unica bandiera, qualsiasi
sia il colore del credo politico che hanno avuto finora. La lotta inizierà con
le prossime elezioni amministrative e il campo dovrà dividersi in due parti: da
una parte quelli che sono per la sparizione della nostra razza e che ritengono
che i friulani siano in eterno degli interdetti o sotto tutela; dall’altra i
veri patrioti, quelli che si risvegliano dalla secolare rinuncia ad essere
padroni di sè stessi , quelli che vogliono conservare la purezza della propria
razza salvandola da altri imbastardimenti, che vogliono risparmiare al Friuli
nuove tremende calamità, che pensano che i ladini formano una sola stirpe
dall’Adriatico al San Gottardo e che, quando verrà il momento e la piccola
nazione sarà al punto di riconoscersi da sè stessa, dovrà cessare qualunque
tutela straniera.
Un principio
fondamentale che bisogna mettere alla base del nostro edificio unitario
nazionale è questo: ‘La rigenerazione dei friulani (e dei ladini) deve essere
opera dei friulani stessi.’
( . . . . )
Negli articoli
citati (de “la Libertà”) si dice opportunamente che la “Patrja Ladina” non
dovrebbe limitarsi ai campi spirituale, letterario e linguistico ma anche a
trattare della parte politica.
È quello che si
intende fare, però restando sempre sulle linee generali.
( . . . . )
Dunque intorno
alla lingua s’impernia la doppia questione della nazionalità e della unità
ladina: ‘Lingua, cultura, tradizione sono gli elementi che cooperano a formare
nel popolo la coscienza di una individualità che si differenzia da quella di
gruppi di genti che lo circondano’; così si è espresso il prof. Piersilverio
Leicht nel suo magnifico discorso su ‘L’unità di lingua e di civiltà in Friuli’
(Società Filologica, 1920).
( . . . . )
I vescovi delle
arcidiocesi e diocesi friulane dovrebbero essere ben pervasi dalla lingua e
dallo spirito del nostro popolo e allora non si assisterebbe più al triste
spettacolo del bando della lingua friulana dalla chiesa del Friuli centrale con
il compiacente consenso del clero, mentre il clero sloveno ha sempre tenuto in
onore la sua lingua nella predicazione, nella dottrina e nel canto liturgico.
La protezione
di cui gode nella arcidiocesi di Gorizia lo sloveno giova anche al friulano. I
sacerdoti del Friuli orientale non sopporterebbero che il loro arcivescovo
ignorasse la loro lingua.
Quando l’orgoglio nazionale del clero del Friuli oltre il confine si estenderà a tutti i friulani, la causa della nostra piccola nazione avrà fatto un bel passo innanzi.”
In questo stesso numero di “Patrje Ladine”, nella copertina 2, appare la prima lista degli abbonati sostenitori della pubblicazione di Tellini.
La aprivano (erano 6 in tutto) il prof. Giovanni Lorenzoni e il prof. Dolfo Zorzut, seguiti dal dott. Edoardo Sturnig (9), dal prof. co. Pietro Tullio, dal dott. Antenore Barnaba (10) e dal dott. Enrico Zuzzi (11).
8 – VERSO IL PARTITO POLITICO FRIULANISTA?
Più che la grafia di Tellini e i suoi richiami romantici alla Patria del Friuli, il concetto che probabilmente suscitava maggiore scandalo e timore era che i repubblicani goriziani insistessero nell’affermare che “la lotta (dei friulani) dev’essere dunque portata anche nel campo politico, perchè il problema è essenzialmente politico.”
È bene chiarire che i repubblicani goriziani erano fieramente antifascisti, anticlericali, anticomunisti, antisocialisti, ovviamente contrari alla monarchia e si ispiravano ai “padri” del pensiero risorgimentale. Riguardo alla massoneria erano indubbiamente divisi, ma certamente in parte massoni. (12)
E pensavano allora a un partito d’ispirazione friulanista? Quale relazione vi poteva essere stata o essere tra questo e il Gruppo d’azione friulano?
Il 9 agosto 1921 venne costituita a Udine la nuova sezione del partito repubblicano (Guido Bracchi, segretario che si dimetterà poco dopo; Valentino Pagura, indicato come un antesignano, Filippo Moro, Giuseppe Zorzin, Alfredo Feruglio, direttori; Luigi Ellero che assume l’ufficio stampa).
Contemporaneamente viene fondato, sempre a Udine, il circolo “Giuseppe Mazzini”.
E – per rendere più evidente il progetto politico – si stabilisce che “d’ora innanzi ‘La Libertà’ sia l’organo dei repubblicani di tutto il Friuli unito ( . . . )” Diventa così “organo repubblicano delle province friulane” e, con il numero del primo ottobre, “organo dei repubblicani del Friuli”.
Quel 9 agosto, i repubblicani della sezione di Udine lanciarono alla cittadinanza un lungo manifesto.
Ecco un brano, che ci pare significativo e chiaro.
“Friulani! I gravi e incombenti problemi della nostra
regione non potranno mai essere risolti dal presente regime, che col grave
pondo della sua burocrazia accentratrice, li soffoca in strettoie senza uscite.
Essi saranno risolti soltanto da voi stessi. Da voi stessi in un regime basato sul decentramento regionale, che assicuri il libero sviluppo delle spontanee energie di cui è ricca la nostra bella regione.”
Il settimanale pubblicò il 20 agosto un articolo di Giovanni Lorenzoni intitolato “Ladinia e Italia”. Si trattava di una recensione del libro di Carlo Battisti “Questioni linguistiche ladine” (pubblicato a Udine dalla tipografia Passero), recensione nella quale si legge:
“Il pregio (sic) lavoro del Battisti è definitivo. Egli nella dibattuta questione à detto l’ultima parola.”
Le questioni – come s’intende — s’intersecano. Friulanità , ladinità , esperantismo, nazionalismo italiano . . . . .
Il settimanale repubblicano pubblicò, il 17 e il 24 settembre, due articoli annuncianti il secondo convegno della S.F.F. a San Daniele del Friuli scrivendo tra l’altro:
“Uno dei lati più simpatici del convegno sarà la partecipazione dei friulani di qua e di là del vecchio confine, e la manifestazione d’unione fraterna nell’amore del proprio paese.”
9 – LA SCOMUNICA DELLA S.F.F.
Ma nella assemblea della S.F.F. che si tenne il 26 settembre 1921, Bindo Chiurlo, nominato presidente, “nel porgere il saluto all’adunanza rileva che le pubblicazioni fatte nella Rivista la ‘Patrje Ladine’ del prof. Achille Tellini le quali lascerebbero pensare all’esistenza di una corrente che si potrebbe chiamare separatista nel senso politico nei riguardi dello Stato italiano.”
Tra il caloroso consenso dell’assemblea il prof. Chiurlo dichiara di dover chiarire la situazione della Società Filologica, affermando che non solo essa è completamente estranea alle idee esposte dal prof. Tellini – le quali ai malevoli potrebbero sembrare una riviviscenza del progetto austriaco del Ducato del Friuli fairto (?) per l’ultima volta, nella fantasia dei nostri nemici nel 1918 (13), ma che ha per fondamento di ogni sua attività il sentimento della patria che non comprende soltanto la nostra regione, ma l’intera Patria Italiana di cui il Friuli (è) una delle più antiche e più forti espressioni. Tutto questo senza compromettere affatto le nostre legittime aspirazioni per una regionale (sic) autonoma. A questa dichiarazione del professo(re) Chiurlo risponde, aderendo con grande calore, il rappresentante della provincia di Gorizia, prof. Venezia.”
Questo resoconto apparve sul “Giornale di Udine” il 27 settembre con l’aggiunta:
“Ci consta che la Presidenza della Filologica intenda diramare a tutti i soci una lettera in cui esporrà i suoi criteri su questa fondamentale questione.”
Va tenuto presente che il partito fascista si stava rapidamente affermando e che in quei mesi gli iscritti in Italia erano circa 300.000.
Non siamo in grado di documentare se quella circolare fu emanata. È curioso rilevare, però, che sulla “Rivista della S.F.F.”, anno III, n. 2, che a pagina 132 e seguenti pubblica il resoconto di quella assemblea, non c’è riferimento alcuno alle affermazioni di Chiurlo.
Neppure “La Libertà” scrisse qualcosa in proposito. Ma la polemica doveva scatenarsi, guarda caso, da Trieste. Fu, però, una polemica tra uomini della S.F.F.
10 – TELLINI E
ABBONATI SOSTENITORI A “PATRJE LADINE”, ISCRITTI ALLA S.F.F., NELLA
BUFERA
Su “L’Era nuova”, Giovanni Cumin pubblicò l’11 ottobre 1921 un violento articolo diretto contro Tellini (peraltro, mai nominato).
“Non varrebbe la pena di occuparsi di lui e dei suoi strani progetti — scrisse Cumin — ma il grave si è che tra i sostenitori della Rivista figurano nomi di professori e dottori friulani e tra di essi quelli più chiari di Lorenzoni e Zorzut, che ci sono, non so come cascati; perciò devo vincere, mio malgrado, la ripugnanza che sento a parlare del periodico ignobile e, a rischio di fargli un’immeritata reclame, m’è giocoforza esaminarne gli articoli più significativi per trarre dal fondo di essi il veleno politico che tengon nascosto.”
Cumin afferma di pretendere “soltanto che egli non irretisca le anime ingenue con le vane lusinghe di un Patriarcato d’Aquileia e di una Patria ladina da piantarsi là dove ora l’Italia si accampa vittoriosa a dispetto dei suoi tanti nemici palesi ed occulti, interni ed esterni.”
Pretende anche “che la Filologica friulana neghi recisamente ogni appoggio alla ‘Patrje Ladine’ e che, con un ordine del giorno solenne e vibrato, riprovi gli ignobili fini che la Rivista persegue.”
L’articolo di Cumin rimbalzò, pochi giorni dopo, sul “Giornale di Udine” (15 ottobre 1921) che lo ripubblicò integralmente con un “cappello” in cui erano bersaglio “uomini che seguitano a congiurare in danno della piccola patria colla sfrontatezza di gente imbastardita dalla scuola straniera. Son le raschiature dell’Austria, di cui il paese, se non il governo, avrebbe dovuto disfarsi ed a cui non si deve dare quartiere.”
Il giornale udinese tende a mettere in dubbio il patriottismo italiano di Lorenzoni, Zorzut, Barnaba e degli altri che erano stati, fino alla fine della guerra, sudditi dell’Austria.
“La solenne sconfessione – che è la vera condanna – richiesta dal chiarissimo scrittore e patriotta – continua il giornale – è stata data nell’ultima assemblea della Filologica a San Daniele, su proposta del prof. Bindo Chiurlo, con grida di indignazione all’unanimità!”
Ma l’indignazione, l’unanimità e quant’altro non erano bastanti.
Per questo, e torniamo al 23 ottobre 1921, la Filologica si ritrovò ancora di fronte a questa questione e ne nacque il verbale che abbiamo riportato.
Si ritenne superflua la pubblicazione di ulteriori precisazioni in proposito a nome della Società, ma ci fu un ulteriore strascico che riguardò i malcapitati Lorenzoni e Zorzut.
11
– LE BORDATE DEL “GIORNALE DI UDINE”
Il “Giornale di Udine” del 2 novembre pubblicò questo articolo intitolato “L’idea separatista nel Goriziano.”
Sono comparse in questi giorni notizie che devono
far strabiliare quanti non seguono il movimento politico nel Friuli Orientale e
dovrebbero impressionare il governo e per esso quell’Ufficio Centrale che –
dominato come è dall’idea autonoma di conio austriaco – non è riuscito a capire
cosa si agita e gorgogli nella pentola politica goriziana.
Ma noi non possiamo esserne sorpresi, per quanto
apparisca di carattere abbastanza grave la propaganda che si torna a fare nel
Friuli goriziano e più sottovento nel Friuli udinese in favore del separatismo,
vale a dire della costituzione di uno Stato friulano indipendente!
Un valente e coraggioso nostro scrittore
(Giovanni Cumin n.d.a.), in un secondo articolo sulla “Patrie ladine”, comparso
sull’“Era Nuova” diceva ieri:
“Il prof. Dolfo Zorzut, presa notizia del mio
articolo “Patrie Ladine” m’incarica di dichiarare che tanto lui quanto il prof.
Lorenzoni riprovano il principio separatista propugnato da quella rivista
pseudo-friulana, e aggiunge che se essi aderirono a farsene soci sostenitori,
lo fecero in buona fede, credendo che si trattasse di un periodico puramente letterario.
“Questa franca dichiarazione, provocata ad arte
da me con la citazione dei nomi registrati sulla copertina della Rivista,
ridonda ad onore dei due valenti e a tutti i simpatici scrittori friulani,
della cui provata fede nazionale nessuno ha mai dubitato. Ora sarebbe
desiderabile che anche gli altri firmatari della Rivista si ricredessero a
tempo, dell’errore commesso e che negassero ogni solidarietà ideale col
direttore della “Patrie Ladine”, certo A. Tellini di San Vito al Tagliamento
ora residente a Bologna.
“Da informazioni assunte sul luogo a Gorizia, mi
sono convinto che l’idea separatista, predicata dal suddetto Tellini in codesta
città, dov’egli venne personalmente a fare proseliti, a nome, forse di
esperantisti stranieri, vi si è radicata. Si era discusso anche a suo tempo, se
non convenisse fondare un quotidiano friulano, pare proprio con un simile
indirizzo, ma poi vinse il buon senso e il progetto fu lasciato cadere. Ciò non
pertanto l’idea prese piede, trovandovi il terreno propizio per quel diffuso
senso di acuto malessere prodotto dall’immigrazione troppo violenta di una
folla di cercatori di fortuna venuti dalle vecchie provincie e in ispecie dal
mezzogiorno d’Italia. – E’ inutile, bisogna pur dirla la verità, anche se
bruci”.
Certo che bisogna dire a tutti la verità. Bisogna
dire, come bene avverte l’autore, che il “movimento ha origini impure,
affaristiche e non ideale e deriva da quel maligno spirito di reciproca
sopraffazione che si è tanto diffuso e acuito dopo la guerra e rappresenta in
ultima analisi, la lotta a coltello tra speculatori locali, che sono i più
arrabbiati separatisti, e altri speculatori più scaltri, meno scrupolosi e più
appoggiati, piovuti da altre regioni”.
Questo bisogna dire, ma questo ci permetta
l’egregio scrittore di osservare, questo non basta. Per lumeggiare in modo
completo e veritiero la situazione bisogna aggiungere che lo incriminato
movimento – oltre e più che dalla concorrenza commerciale – ha origine nei
putridi sedimenti lasciati dalla monarchia asburghese e che si tenta ora – da
una parte, col giuoco che pare così ingenuo dell’“esperanto” e dall’altra con
la propaganda di monsignor Faidutti che traffica sempre con l’associazione “Alt
Oesterreich”, ben nota a tutti le vecchie imperialregie “fiube” che vanno
diffamando con la più nera ma meritata ingratitudine il generoso governo
italiano che le ha trattate con ogni riguardo, mandando a riceverle alla
frontiera con la musica, quando si son degnate di rientrare e facendo d’un
capitano volontario dei “Kaiser Jaegers” nientemeno che il capo della
provincia.
Appena si conobbe l’esito delle elezioni
politiche noi abbiamo richiamato l’attenzione del governo sulla grave
situazione che si era rivelata. I diecimila voti del Tuntar non erano voti di
comunisti che in una piccola parte; erano i voti dei faiduttiani, degli amici
del passato governo e dei malcontenti non tanto contro l’Italia, quanto contro
i metodi e le persone dei nostri funzionari che non conoscevano e non conoscono
neppure ora nè le vicende recenti, nè l’indole di queste popolazioni. E
dicevamo allora che bisognava cambiare indirizzo o meglio averne uno, se si
voleva strappare dalle correnti imperialistiche la nuova provincia ed avviarla
alla vita democratica nazionale.
All’Ufficio Centrale si sarà riso probabilmente,
come nella redazione di qualche foglio europeo di Trieste, dei nostri rilievi;
ma che fossero fondati lo mostrano i tentativi di separatismo che si ha la
temerità di rinnovare, proprio sotto il naso delle autorità governative; lo
mostra la ricomparsa dell’“Alt Oesterreich”.
“Pare, diceva ieri un giornale di Trieste, in una
lettera da Lubiana, a proposito della propaganda dell’“Alt Oesterreich”, pare
che agitatori asburghesi tendessero ad operare anche fra gli sloveni della
Venezia Giulia e specialmente del Goriziano e che fossero in contatto con
monsignor Faidutti a Vienna”.
Sì, lo sappiamo, tentativi di gente disperata che
va in cerca di dispiaceri; ma tentativi di cui non si dovrebbe più sentir
parlare e che rivelano quanto sia puranco avvelenata l’anima di una popolazione
che non ha potuto ancora sentire i benefici della libertà, perchè lasciata –
grazie alla mentalità austriaca dell’Ufficio Centrale – alla mercè delle
raschiature della cessata monarchia e dei comunisti che, per motivi opposti,
vorrebbero fare del Friuli un piccolo Stato bastardo e miserabile come l’anima
di costoro.
Il “Giornale di Udine”, diretto da Isidoro Furlani, era allora il quotidiano che stava progressivamente allineandosi sulle posizioni del crescente partito fascista.
Nell’articolo vi è – come ben si comprende – un attacco a largo raggio, che non riguarda i soli Zorzut e Lorenzoni che vengono presi a pretesto, dato che si erano già spiegati o piegati, e ai quali veniva riconosciuta “provata fede nazionale” mai messa in dubbio (e allora perchè attaccarli e pretendere l’abiura?)
Tellini diventa – secondo Cumin – un propagandista che cerca di far proseliti “a nome di esperantisti stranieri”. L’idea che potesse nascere un quotidiano friulano, “vinta dal buon senso” (sic), doveva aver spaventato parecchio. Ma a Gorizia l’insoddisfazione era evidente, e non certo a causa di Tellini, di Zorzut, di Lorenzoni.
È davvero strano che l’articolista del giornale udinese – quando aggiunge del suo all’articolo di Cumin – non accenni ai repubblicani.
Tira in ballo monsignor Faidutti (14), l’associazione “Alt Oesterreich”, l’Ufficio Centrale e il risultato delle elezioni di maggio.
“I diecimila voti di Tuntar (uno dei 5 deputati eletti) non erano voti di comunisti che in piccola parte: erano i voti dei faiduttiani” (cioè dei cattolici popolari).
L’accusa finale contiene un accenno interessante: secondo il quotidiano di Udine, la cessata monarchia austriaca e i comunisti, per motivi opposti, avrebbero voluto fare del Friuli un piccolo stato, s’intende “bastardo e miserabile come l’anima di costoro”.
Negli ultimi giorni di quest’anno fu emanato il regio decreto 19 novembre con il quale veniva fatto cessare il commissario per gli affari autonomi della provincia di Gorizia.
Era il primo passo verso la “normalizzazione” al sistema italiano: un tremendo colpo alle speranze di mantenere uno status di autonomie particolari. Il provvedimento spianava sicuramente la strada all’unificazione con la provincia di Udine.
1922 – L’ANNO DECISIVO
1 – A GORIZIA UN NUOVO GIORNALE: “IL POPOLO
FRIULANO”
I REPUBBLICANI FRIULANI : UDINE E GORIZIA
DEVONO ESSERE RIUNITE
Con l’inizio dell’anno, si cominciò a pubblicare a Gorizia un nuovo giornale che si definì politico indipendente, intitolato “Il Popolo friulano”.
Già il 3 gennaio, in un articolo intitolato “Per la nostra autonomia”, il giornale proclamava “La Venezia Giulia intera reclama ad alta voce il ripristino della sua autonomia”.
“Annientare le nostre autonomie – così il 2 febbraio – assorbire le nostre provincie e creare Udine capoluogo di questa provincia ingrandita: ecco le mire degli Udinesi.”
“La Libertà” entrò subito in polemica sulla questione della autonomia poichè il nuovo giornale chiedeva sostanzialmente che venissero ripristinate quelle vigenti al tempo dell’Austria, mentre i repubblicani volevano “che il decentramento politico-amministrativo sia comune per tutte le regioni del regno: le vecchie e le nuove provincie devono avere un’unica (sic) sistema di governo regionale.” (22.1.1922)
Era tempo di polemiche tra giornali e anche di scontri fisici tra giornalisti. A Gorizia Carlo Luigi Bozzi, direttore de “La Voce dell’Isonzo” si prendeva a schiaffi con Antonio Antonucci, direttore de “Il Popolo friulano”; questo giornale era sempre in accesa polemica con il “Giornale di Udine”, che accusava nei titoli di “canagliate” ai danni di Gorizia. (15)
“La Libertà”, dal canto suo, insisteva per voler sapere chi c’era dietro “Il popolo friulano” che aveva pesantemente attaccato il settimanale repubblicano. “La Libertà” era ritornata sull’argomento del Friuli unito con un articolo intitolato “Udine-Gorizia” pubblicato l’11 febbraio 1922.
Il Friuli
etnicamente e geograficamente un’unica regione omogenea, rimase per parecchi
secoli diviso sotto separate dominazioni e solo grazie alla vittoria di
Vittorio Veneto esso potè riunirsi un’altra volta, e speriamo per sempre, sotto
il medesimo ordinamento politico.
Ma quello che l’eroismo di tutt’un popolo rese
possibile, l’unificazione della patria italiana, alcuni pochi uomini, per fini
ignobili, vorrebbero se non distruggere almeno impedire.
Gorizia ed Udine devono assolutamente costituire
una provincia sola: l’unione nel dettaglio dev’essere stabilita d’accordo di
entrambe le parti, senza ledere gli interessi e l’umiliazione di nessuna. Certo
che importanti innovazioni dovranno esser fatte, ma ispirandosi a principi di
opportunità collettiva e non ai vantaggi di clientele personali.
All’Italia poco deve importare se il capo della
provincia friulana, nella nuova sistemazione, sarà il dottor Pettarin o un
altro friulano: l’importante si è di abolire senza indugio l’attuale dualismo.
Molti uffici di Gorizia dovranno sparire, come lo dovranno essere aboliti anche
parecchi di quelli presentemente dislocati a Udine: ciascuna città però dovrà
avere quegli uffici che per le condizioni generali del paese è necessario che
esistano nell’una città piuttosto che nell’altra.
Il vecchio confine dell’Judri è stato creato
dalla diplomazia austriaca, non dettato da criteri superiori. Esso era
possibile solo fintantochè l’Italia e l’Austria erano nemiche. Anche dato che
le due nazioni si fossero riconciliate nelle vie pacifiche, quella frontiera
avrebbe dovuto subire una modificazione, tant’era irrazionale. Essa non voleva
significare che il punto di partenza della rivincita austriaca per la
riconquista di Venezia e della Lombardia. E però oggi che l’Italia è a Trieste
quella linea iniqua deve assolutamente cessare.
Udine e Gorizia devo essere riunite senza
quell’ostacolo austriaco.
2 – LE
VECCHIE POSIZIONI DEI CATTOLICI POPOLARI GORIZIANI
“All’Italia poco deve importare se il capo della provincia friulana, nella nuova sistemazione, sarà il dottor Pettarin (16) o un altro friulano: l’importante si è di abolire senza indugio l’attuale dualismo.”
Il riferimento al dott. Pettarin, esponente dei popolari, introduce un evidente elemento di polemica politica. I popolari avevano l’indubbio merito di aver rivendicato, in un convegno tenutosi a Gorizia il 20 ottobre 1918 (a pochi giorni dal crollo finale dell’impero austro-ungarico) “la completa autonomia del Friuli austriaco”, giungendo persino a reclamarne l’autodeterminazione, ma avevano dimostrato di credere ancora in una possibile sopravvivenza dell’impero e principalmente – si erano detti convinti che “il centro di gravitazione economica per tutto il Friuli è la città di Trieste”.
Per non incorrere in citazioni parziali, si ripropone il testo integrale del documento tratto dal libro di Camillo Medeot (17).
“I rappresentanti del partito cattolico
popolare del Friuli, raccolti a convegno addì 20 ottobre 1918 a Gorizia;
“esprimono il voto che quanto prima siano
coronati da successo i passi per la cessazione della guerra e per la formazione
di una confederazione europea soggetta a un arbitrato internazionale, che
escluda in avvenire l’uso delle armi nei conflitti tra i governi;
“salutano con soddisfazione l’iniziativa della
Corona di costituire nei territori ad essa appartenenti, per ogni popolo uno
Stato indipendente, confederato agli altri Stati della Monarchia;
“invitano i loro deputati al Parlamento a
sollecitare la costituzione del consiglio nazionale per gli italiani in Austria
e a perorare entro lo stesso la completa autonomia del Friuli austriaco, nei
confini demarcati nel § 10, punto primo, della legge provinciale del 12
settembre 1907 N. 32, comprendenti precisamente: la città di Gorizia, il comune
di Lucinico e tutti i comuni dei distretti politici di Gradisca e di
Monfalcone, meno i comuni di Medana, Bigliana, Cosbana, Duino e Doberdò;
“dichiarano già fin d’ora che il centro di
gravitazione economica per tutto Friuli è la città di Trieste e che sta nel
reciproco interesse del Friuli e di Trieste che la posizione privilegiata, che
s’intende di conferire alla città di Trieste entro la confederazione austriaca,
sia estesa anche al Friuli, le cui marine fanno parte del golfo di Trieste;
“reclamano in
ogni caso la piena libertà di autodeterminazione del popolo friulano sulle sue
sorti future, qualora nelle
trattative internazionali si volesse procedere a qualsiasi mutamento nella sua
pertinenza statale”.
“Per la regione friulana” titolava il 10 marzo “La Libertà”, chiedendo:
“Giacchè gli slavi hanno dimostrato tanta maturità politica da comprendere, che in uno stato nazionale, essi allogeni non possono essere che una minoranza, perchè essi non sono d’accordo che la parte friulana della provincia si unisca al resto dei friulani che abitano fra lo Judri e la Livenza?”
E quindi concludendo: “S’intende che la capitale della regione friulana, come da noi prospettata, non potrebbe essere che Gorizia, perchè questa città ha tutte le premesse principali per attrarre quelle correnti che sono necessarie a costituire l’omogeneità di un organismo quale si è una regione autonoma.”
Proposta che sicuramente era sensatamente provocatoria e che gli udinesi avrebbero mal digerito.
3 – DA GORIZIA UNA PROVOCAZIONE INTELLIGENTE
Il 25 marzo 1922, sempre nel libro dei verbali consiliari della Società Filologica Friulana, al punto 20 dell’ordine dei lavori si legge:
“Data l’inopportunità e (‘l’inopportunità’ è poi cancellato) la tensione degli animi nelle provincie di Udine e Gorizia circa l’autonomia amministrativa del Friuli redento senza derogare dai criteri votati all’unanimità nel convegno di S. Daniele, il consiglio direttivo ritiene opportuno attendere un altro momento per svolgere la sua azione pro unità regionale.”
Opportuna appare la prudenza della S.F.F. che – fino a questo mese di marzo 1922 – è, dunque, ancorata al voto del convegno di San Daniele, ma non intende sbilanciarsi.
Tutti i pretesti erano buoni per arroventare la polemica.
In giugno fu sfregiato il monumento che era stato eretto sul Monte Nero, a ricordo dell’impresa degli alpini che avevano arditamente conquistato quelle cime durante la guerra.
Da Udine non si perse l’occasione per sfruttare il fatto in funzione antislovena e antigoriziana.
Scrisse “La Libertà” del 1 luglio:
“Ciò che non è bene, però, è la nuova speculazione che i
nostri fratelli di Udine tentano a danno delle nostre autonomie, sfruttando il
(sic) sfregio fatto al monumento degli alpini sul Montenero.
Tutte le gretole vanno a
pescare i nostri carissimi vicini per ridurci ad essere l’appendice economica e
politica di Udine.
Ne abbiamo le tasche piene,
francamente, che in fondo, redimerci non vuol dire assoggettarci.
E i combattenti friulani fanno malissimo a fare il giuoco dei negozianti di Udine, i quali sarebbero ben felici di poter dirsi i veri padroni del Friuli orientale e occidentale.”
E questa battuta sui “negozianti di Udine” ci appare – anche a distanza di tanti anni – giusta e illuminante: erano le forze economiche udinesi che spingevano quelle politiche (e questa anomalia continuerà per molti anni).
Pur nel clima di polemiche e di incertezza, la Filologica celebrò il suo terzo congresso sociale a Gorizia, il primo giorno del mese di ottobre.
L’invito era stato stampato anche su un manifesto.
I Friulani sono
invitati a Gorizia la prima domenica d’ottobre per la nostra Sagra.
I più umili fra
loro, cui guidi un sentimento di Patria non depresso, anzi purificato dal duro
lavoro quotidiano, saranno gli ospiti più graditi.
L’amore di
questa nostra Terra che nella sua stirpe tenace fu sempre una attraverso
i secoli, che sempre, dopo ciascuno dei Suoi travagli infiniti, si ricompose
più forte e più capace d’avvenire, presiederà all’adunata e la presidierà. E
l’adunata, questa volta meglio di altre, avrà un significato altissimo: poichè,
sul confine ormai sicuro della parlata latina, al cospetto dei più tremendi segni
della nostra passione, nella Santa Gorizia, sarà testimonianza
consapevole d’una fraternità regionale saldamente inquadrata nei maggiori
destini della Nazione.
Dai monti e dalla pianura, dalle città e dalle campagne, venite alla bella sagra annuale della Furlania, sulla riva d’Isonzo; partecipate a questa serena comunione di cuori, che accrescerà in noi la fede di che, ritornati ai vecchi focolari, alimenteremo la nostra fiamma inestinguibile.
Il treno speciale che portava i soci udinesi fu ricevuto alla stazione dal presidente della Giunta provinciale, Pettarin da varie rappresentanze scolastiche e ginnastiche, da molti consoci goriziani e dalla fanfara del civico Collegio maschile.
Vermuth d’onore in municipio dove parlano in friulano il sindaco di Gorizia, comm. Antonio Bonne, l’assessore comunale di Udine, Pico, il presidente della S.F.F., Pellis. Il congresso è al teatro Verdi.
Il sindaco di Gorizia Bonne pronuncia un discorso applauditissimo che fu pubblicato sul “Bollettino” della Filologica, anno IV, n. 1, pag. 126 (il notiziario porta la data del 21 aprile 1923, dunque a unione sancita).
Ecco il passo pubblicato, giudicato dalla redazione del periodico il più significativo.
.... I fati
maturarono, il tempo ci fece giustizia. La guerra cancellò quella linea che non
divise mai nulla di essenziale nella vita delle nostre anime e dei nostri
cuori. E fummo nella riconquistata libertà fratelli concordi.
Senonchè per
dura fatalità sembra che quell’esecrato confine risorga e si frapponga ancora
fra noi, a dividere, più che la terra, gli animi. Fratelli tutti, è una
dolorosa verità questa che io sento di dover affermare oggi in questa solenne
adunata di friulani, perchè dalla coscienza del male scaturisce la salvezza. Al
Convegno è stato dato dai nostri filologhi un significato altissimo, quello di
essere testimonianza consapevole d’una fraternità regionale inquadrata nei
maggiori destini della Nazione.
Io mi auguro
che ognuno di noi sia compreso di questo alto e nobile compito e scevro da ogni
preconcetto stringa oggi la mano al fratello da fratello e sia fatta promessa
reciproca di operare con volontà e lealtà per la soluzione di tutti i problemi
della regione.
Troppi furono
fino ad oggi e d’ambo le parti i malintesi e gli equivoci, troppi forse gli
interessi materiali contrastanti e mal celati sotto forme ideali, troppo pochi
i contatti fra i nostri uomini. Segni il giorno d’oggi e segni l’adunata
odierna il principio di una nuova êra e di quella fusione di spiriti che è
indispensabile per l’unità del popolo friulano.
Comunque sia il futuro assetto amministrativo delle nostre terre, credo però sia indispensabile al raggiungimento della nostra unità spirituale che il tanto deprecato confine dell’Iudrio sia rotto, in una forma o nell’altra, per sempre, e che non risorga più fra noi. (Applausi).
Ma quale
rappresentante di questa Città, e con la coscienza di interpretare i sentimenti
di tutti i cittadini mi sia lecito ricordare a tutti voi la missione che
Gorizia è stata chiamata a compiere all’estremo confine della Patria. Baluardo
d’italianità e friulanità nel passato, deve essere oggi avanguardia della
stessa fede. E la missione non è semplice. Per essere efficace ha bisogno del
vostro aiuto, della vostra fiducia. Ha bisogno altresì di sentirsi forte, non
diminuita, centro valido d’irradiazione dell’avita latinità e quindi anello di
congiunzione fra le due stirpi del nostro confine, per una auspicata intesa fra
le due nazioni confinanti, che sia fonte d’espansione italiana verso l’oriente
.... (Vivissimi applausi).
Parlò poi Pellis, esponendo quanto la Società aveva fatto nell’ultimo anno di attività e non sottraendosi dal dire come la stessa intendeva il regionalismo friulano.
“Per noi l’amore intenso, per
quanto ha di buono e di bello la regione, è la forma concreta del nostro amore
per tutta l’Italia, per quell’Italia migliore, fonte di bene e di luce nel
mondo che noi, cooperando con tutti i fratelli di buona volontà, vogliamo
aiutare a raggiungere i più alti fastigi dell’umanità.
Questo è il significato puro
e semplice del nostro regionalismo, di cui ci vantiamo.
Anzitutto perchè la regione
friulana possa operare compatta e con la massima efficienza, noi vogliamo che
l’unione di tutto il Friuli sia effettiva in tutto.
Tanto nel nostro primo
convegno quanto nel secondo fu espresso questo voto all’unanimità.
La questione non è risolta ancora, ma noi siamo fermamente convinti che, se ci sarà d’ambo le parti la buona disposizione e reciproci sacrifizi, tenuta però in debito conto la posizione speciale di Gorizia, l’auspicata fusione della gente friulana, che è già un fatto compiuto negli altri campi, si effettuerà anche nel campo politico–amministrativo. Noi tutti formuliamo l’augurio che nella prossima Sagra si possa constatare che questo capitolo della nostra attività si è chiuso con soddisfazione di tutti a maggior gloria del Friuli.”
Il clima appare propizio e pacifico. Sono presenti i parlamentari udinesi Girardini e Morpurgo e il goriziano Bombig.
A voler essere onesti, sembrano stranamente deboli le rappresentanze del Comune di Udine (il citato Pico) e della Provincia di Udine (don Ostuzzi).
Spezzotti, sindaco, e Candolini, presidente della provincia, avevano sì inviato telegrammi di adesione, ma non si erano fatti vedere. Così gli onorevoli Gortani, Gasparotto, di Caporiacco.
Siamo alla vigilia della marcia su Roma.
“La Libertà”, il 21 ottobre, rilancia la sua intelligente provocazione. “Unione sì, ma con spinta in avanti”.
Giacchè ai saggi affaristi di Udine sta tanto a
cuore, a sentirli parlare, la questione nazionale e il pericolo slavo che
minaccia la patria italiana, in questa famosa cabala dell’assetto delle Terre
Redente, facciamo anche noi un piccolo sacrificio dei nostri interessi
sull’altare del bene comune.
E diciamo chiaro: Siamo pronti anche noi ad
accettare la tesi dell’unione delle due provincie; vada Gorizia con Udine.
Ma, siccome la patria è un patrimonio sacro che
ogni cittadino ha il dovere non solo di difendere, ma di promuovere, mettiamo
per ciò una condizione.
Spieghiamoci.
Promuovere la nazionalità non vuol dire, in
relazione al territorio ed al confine, ritirarne il centro vitale di una bella
somma di chilometri; ma vuol dire gettarsi in avanti alla conquista materiale e
morale d’un territorio allogeno. Così intendevano la colonizzazione latina
quelli che noi con tanta leggerezza chiamiamo i nostri padri romani.
Ebbene. Il centro dell’Italianità, dal punto di
vista politico amministrativo deve, nella direzione del confine e verso
l’estero, oltrepassare Udine. Deve cadere su Gorizia.
Soluzione logica: Unione delle due provincie in
una sola: Gorizia capitale con prefettura, Udine sottoprefettura.
Noi, in nome della patria (cara questa patria ad
un tanto %) accettiamo l’unità del Friuli; vediamo se gli udinesi sono disposti
ad inghiottire il resto dell’argomento politico, che è in fondo un problema
d’espansione culturale e di assimilazione degli allogeni.
Il patriottismo alla prova.
Il 28 ottobre, il giorno stesso della “marcia”, una squadra di fascisti occupa la sede della Giunta provinciale di Gorizia. Pettarin viene cacciato e sostituito.
L’avvento al governo del fascismo travolge gli equilibri ancora incerti che sino a questo punto avevano tenuto aperto il problema.
Tutto si determina condizionato delle forze interne al partito fascista. E, indubbiamente, i fascisti di Udine dimostrano di contare più di quelli di Gorizia.
4 – LA S.F.F. A FAVORE DELLA PROVINCIA DEL FRIULI
E veniamo alla seduta del Consiglio della Società del 10 dicembre 1922.
La riunione si tiene in Udine e sono presenti Pellis, presidente, Carletti, vicepresidente, Michelstädter, Lorenzoni, Franzot, Morpurgo, Zilli consiglieri; Dabalà revisore dei conti. Intervenuto pure l’avv. Ballico.
Su proposta del presidente si sposta l’ordine del giorno e s’incomincia dal n. 4 “Scambio d’idee circa l’attuale situazione della questione dell’unità regionale.”
“Il Presidente
esposto come sia prossima una soluzione del grave problema, chiede al Consiglio
se non ritenga opportuno che la S.F.F., che fin dal suo inizio s’interessò per
l’unione regionale di Udine e di Gorizia, esprima ora un voto nel senso che
l’unione stessa, oltre che morale, sia pure un fatto compiuto per quanto
riguarda il lato politico-amministrativo.
Dopo lunga
discussione, sostenuta particolarmente dal sig. Michelstädter, il quale ritiene
inopportuno che la Società entri a trattare di tale oggetto, viene superata la
pregiudiziale sollevata dallo stesso Consigliere – e dopo vivace dibattito, che
viene ripreso nel pomeriggio, (vi è una parola cancellata che forse può
leggersi “respinti”) i due ordini del giorno proposti dal
vicepresidente (Carletti) e dal cons. Galliussi (questi all’inizio
della seduta era stato notato come assente giustificato: o arrivò più tardi o
aveva comunque presentato un suo documento), viene approvato ad unanimità il
voto seguente.
Il Consiglio
Direttivo della S.F.F. di fronte alla prevalenza dell’opinione a favore d’una
Provincia unica del Friuli, ricorda i voti delle proprie Assemblee Generali e,
constatando che una parte dei friulani vede in questa soluzione la possibilità
di un danno per Gorizia, incarica la Presidenza di esprimere al Governo le
ragioni per cui, nel realizzarsi dell’unione, a Gorizia debba essere mantenuta
e possibilmente rafforzata la potenzialità economica nazionale.
Si delibera la pubblicazione del voto a mezzo della Stampa.”
“Il Popolo friulano” titolò: “La Filologica Friulana contro la provincia di Gorizia”, riportando quell’ordine del giorno.
Il giornale sostenne: “ Non
trovate a Gorizia un solo cittadino cosciente che sia per la provincia del
Friuli.
I soci della S.F.F. goriziani non accettano e non possono accettare un ordine del giorno come quello votato domenica a Udine. Fate un referendum e vedrete, se non ne siete persuasi.”
Su quello stesso numero del giornale si legge la cronaca della chiusura del congresso provinciale fascista di Gorizia.
La nota conclusiva è interessante perchè dimostra che vi fu un’alleanza tra fascismo udinese e fascismo triestino, entrambi interessati a sopprimere la provincia di Gorizia e a spartirsene il territorio.
Il fascio goriziano si trovò isolato nella sua battaglia anche rispetto ai fasci di Monfalcone, di Cervignano, Cormons.
Ecco quanto pubblicò il giornale goriziano.
“Il Congresso
provinciale fascista ha chiuso i suoi lavori con le elezioni con le elezioni
dei nuovi membri del Direttorio federale, dopo una vivacissima discussione
sulla sistemazione amministrativa delle nuove provincie, in cui emerse
chiaramente che i fascisti friulani si sono schierati contro la provincia di Gorizia,
aderendo alle tesi di Udine e Trieste, per le due uniche provincie. Il fascio
goriziano ha sostenuto anche in questa occasione una lotta aspra e tenace per
far esaminare ed accettare le ragioni che gli hanno consigliato l’atteggiamento
in pro della conservazione della nostra Provincia, ragioni però, che seppure
esaurientemente illustrate, non hanno fatto presa sugli animi dei delegati
provinciali. E il fascio goriziano si è trovato isolato nella sua giusta
battaglia. Ma perchè, si domanderà, i fascisti della provincia, non prestando
ascolto e fede alle evidenti ragioni che militano a favore della tesi per la
conservazione della nostra provincia, sono d’accordo con i triestini e gli
udinesi? Il perchè riesce difficile a spiegarsi. Certo è questo: che i fasci
della provincia, specialmente i centri di Monfalcone e Cervignano, per non
parlare di Cormons, stanno in questo riguardo sotto l’immediata influenza dei
dirigenti fascisti di Trieste ed Udine, mentre virtualmente vivono staccati
dalle correnti e tendenze che animano il fascismo goriziano. E quest’influenza
di fuori è valsa fino ad oggi a impregnare le menti di preconcetti e
prevenzioni nei nostri riguardi, non giustificate da alcuna realtà. Perchè è
ovvio che per un partito nazionale, che mira alla valorizzazione della
potenzialità italiana nei territori abitati da allogeni, la via di soluzione di
un problema eminentemente politico e nazionale, non può esser che un’unica:
quella che di questi giorni hanno calcato anche i fascisti tridentini, quella che
vuole – e la logica e l’opportunità politica vogliono – il centro
d’irradiazione culturale e politica nel luogo più possibilmente avanzato in
territorio d’altra nazionalità. Se questa è la verità sola, chiara e lampante,
riconosciuta anche da una parte attivissima del fascismo, perchè tanta
ostinazione a scegliere soluzioni non buone, non opportune, non giustificate?
Qui è il punto oscuro della questione. La riserva fatta dai delegati del Friuli
di presentare un voto in altra sede, è senz’altro una minaccia alla concezione
che di questo problema ha dimostrato di avere il fascismo goriziano. Ma potrà
aver realmente valore? Sosteniamo intanto la nostra tesi dell’assoluta
necessità di conservare la nostra Provincia. E con molta propaganda.”
“Il Popolo friulano” non rinunciò a lanciare, mentre quel giorno a Roma veniva decisa la distrettualizzazione amministrativa e politica delle terre redente, un ultimo appello, fieramente polemico nei confronti del “Giornale di Udine”.
“A noi non fa
proprio nè caldo nè freddo, per noi, l’ultimo grido lanciato dal “Giornale di
Udine”: – Fuori gli stranieri! – Ci stringe il cuore di pietà, pensando al male
che ne viene da un grido così folle al buon nome italiano. Perchè quando si è
scritto che l’Italia ha sagrificato il fiore della sua giovinezza per redimere
le terre che mancavano alla unità, non si può permettersi il capriccio, nè
anche per ischerzo, di trattare da straniera e da austriaca la città che fu
distrutta fin dalle fondamenta durante la guerra e che fu chiamata una delle
più belle gemme della Vittoria Italiana.
Il grido del confratello (se si può chiamare
così) udinese l’abbiamo detto follia; potremmo, se fossimo volgari, dire
peggio: manata di sozzura gettata, senza coscienza, sul martirio dei redenti,
sull’eroismo e sul sagrificio dei redentori.
Ma passiamo oltre incuranti. Per la dignità di
tutti. Senza raccogliere argomenti così poco degni di una serena discussione. E
sicuri di essere anche gli interpreti della nostra popolazione.
Rimaniamo fermi nel nostro concetto fondamentale:
che per fare il vero interesse della nazione, perchè è qui unicamente che di
tale interesse si possa parlare, il centro amministrativo e politico della
provincia debba essere lasciato dov’è ora, e non ritirato verso l’interno; ritirandolo
verso l’interno si permette agli allogeni di rinchiudersi in un isolamento
patriarcale che renderebbe impossibile la fusione delle due razze in reciproci
rapporti di sincera collaborazione e impossibile la nostra penetrazione
culturale.
Tutto il resto non è che difesa, e legittima
d’interessi materiali, ormai indirizzati: difesa legittima, però quando non sia
ammantata poco convenientemente di speculazione sentimentale, tanto per fare
impressione.
Ora, ridotto francamente il nostro pensiero,
aspettiamo le decisioni che prenderà lo stato arbitro. Confidiamo che saranno
quelle che lo stato e la nazione esigono. Comunque, la storia è una continua
esperienza. E le odierne decisioni di Roma e l’avvenire diranno se ci siamo
ingannati.”
1923 – NASCE LA PROVINCIA DEL FRIULI
Il r. d. 18 gennaio 1923, n. 53 istituì la provincia di Trieste e modificò il territorio e la denominazione della provincia di Udine che assunse la denominazione di “provincia del Friuli”.
Nella seduta dal Consiglio
direttivo della S.F.F. del 25 febbraio 1923 “si prende atto dell’azione
svolta presso il Governo dal presidente e vice presidente, insieme col dott.
cav. Tita Brusin, in relazione all’ordine del giorno votato nell’ultima seduta
sull’argomento unione del Friuli e si approva il seguente
nuovo ordine del giorno.
Il Consiglio direttivo approva la relazione della Presidenza sull’efficace azione da essa svolta presso il Governo per la difesa di Gorizia nel campo culturale; saluta con viva gioia la instaurazione della Provincia del Friuli; considera l’unione politico-amministrativa come un fatto di capitale importanza, per la vita della regione e per la causa nazionale e, in particolare, come compimento di quel voto per l’unità friulana che era stato espresso unanimemente in tutti i Congressi generali; ritiene perciò obbligata la Società a continuare con maggior vigore la sua attività per la completa fusione degli animi, per l’elevazione spirituale dei friulani, per l’aumento del prestigio della Nazione al confine orientale d’Italia; dichiara che la Filologica, con l’autorità che le viene non solo dal numero e dal valore dei soci ma specialmente dai suoi intendimenti idealistici che stanno al disopra di tutti i partiti (18) e di tutti gli interessi particolari, continuerà a svolgere la sua opera conciliativa in caso di dissidi d’indole morale, sorveglierà con leale oggettività l’attuazione pratica dell’unità friulana in tutti i campi, patrocinerà apertamente ed energicamente i giusti postulati di Gorizia intesi a dare alla città quello sviluppo intellettuale, morale e materiale di cui essa ha realmente bisogno.”
Il 21 aprile 1923 si pubblica il numero I, anno IV della “Rivista della Società Filologica Friulana G.I. Ascoli”.
Sotto il titolo “L’unione del Friuli” si legge:
“Il documento che
qui pubblichiamo (era il testo legislativo)
è di quelli che anticamente si scolpivano nel marmo o si fissavano nel bronzo,
a perenne ricordo, a costante incitamento. Roma eterna, dopo infiniti dolori,
nella piena luce della sua gloria novella, lo detta e scolpisce nel granito
dell’Alpe che nessuno varcherà, con l’arme in mano, mai più.
Tutti coloro che, non ostanti le terribili bufere
e le secolari insidie, conservarono con meravigliosa tenacia intatto il
patrimonio della lingua di Roma nella terra d’Aquileia, sono ora uniti in una
sola famiglia, per sempre, e nessuna barriera, di nessuna specie, li divide
più.
Questa unione è frutto di un travaglio millenne.
Ricordiamolo.
Questa unione è frutto di sacrifici recenti senza
numero, senza misura. Ricordiamolo.
Questa unione c’impone un obbligo sacrosanto:
fare buona guardia alla porta orientale d’Italia; tenere alto il nome d’Italia
in faccia agli stranieri; contribuire con tutte le forze, in seno alla nazione,
al bene di questa nostra bella, santa, adorata Italia.
Il nostro sentimento di gratitudine vada al Governo del Re, che ha saputo degnamente compiere lo storico atto, ed agli Uomini eminenti che vi hanno contribuito; e si volga quindi in perenne, intimo fervore di fraternità verso tutti i friulani.”
Quasi due anni dopo la Filologica si riunì a congresso (il sesto) a San Giorgio di Nogaro, il 27 settembre 1925.
Nel discorso del presidente Pellis (pubblicato su “Ce fastu?”, anno II, n. 1-2, gennaio–febbraio 1926) vi è una valutazione del ruolo fino a quel momento svolto da Udine capitale della regione (regione e ruolo che dureranno ancora poco!).
“Ma perchè gli elementi
fattivi possano dare il massimo rendimento, sono necessarie: omogeneità di
direttive, compattezza d’intenti, coordinazione costante delle energie.
Tutto ciò deve partire da un
centro unico ben potenziato, accumulatore e irradiatore ad un tempo.
Più potente è la centrale, e
più vigorosa è l’energia che essa distribuisce.
Udine, il centro della nostra
provincia, centro geografico e storico come pochi deve prendere il massimo
sviluppo per forza propria e per la collaborazione generale. Udine sta a capo
di una provincia di un milione di cittadini, sta nel cuore di un territorio che
ha una fisionomia propria, fondamentalmente agricola, e deve poter mantenersi
indipendente dai due grandi centri marinari rivali di Trieste e Venezia, non in
antagonismo con essi, ma formando un anello di congiunzione per un legame più
stretto nella comune missione nazionale.
Perchè questo nostro
capoluogo possa salire presto ad alta potenzialità e quindi sicura indipendenza
dai centri maggiori, è necessario accelerare con tutti i mezzi il suo sviluppo.
La base di ogni energia
fattiva è la forza economica. Un più intenso sviluppo di tutta la produzione
deCl suolo, un impiego più coraggioso di capitali da parte di molti ricchi
friulani, una buona organizzazione della esportazione fuori della provincia e
dello Stato favoriranno necessariamente l’incremento dei nostri mezzi
finanziari.
Quest’opera economica, varia
e vasta, che può avere attuazione secondo le possibilità delle singole località
deve accentrarsi nel capoluogo della provincia per la necessaria coordinazione
e distribuzione.
E non l’egoismo, ma uno
spirito elevato ben al di sopra delle persone e dei campanili, dovrà informare
questa collaborazione economica.
Certo è difficile diffondere
lo spirito di moderazione e di rinunzia: quando si tratta di quattrini, la
palanca ci fa feroci.
Ma i soci della Filologica,
gli alti e gli umili, devono, secondo la loro posizione, seguendo una
concezione elevata di bene superiore, combattere sinceramente per un’intesa
cordiale nel campo economico.
Solo così si potrà
raggiungere la fusione morale di tutti i Friulani.
Tutto il resto, o quasi tutto, è in buona parte rettorica e insincerità.”
Dopo aver sostenuto che Udine deve essere centro organico delle comunicazioni, anche per necessità militari (“Basta; vogliamo essere sicuri nelle nostre case.”); dopo aver ribadito che il Friuli avrebbe “una particolare facoltà di amalgamare elementi slavi immigrati d’oltr’alpe o confinanti”, Pellis rivendica che al Friuli deve essere riconosciuta “questa sua funzione specifica e assegnato l’onere e l’onore di conciliare all’Italia i nuovi cittadini alloglotti.”
E Gorizia?
“Ma la parte direttiva che Udine
deve sempre avere, non esclude, anzi esige, che specialmente Gorizia sia
sorretta nei suoi sforzi e sia attrezzata nella misura richiesta dalla sua
posizione avanzata e dalla sua esperienza.
Questo la Filologica l’ha sempre sostenuto e deve sostenerlo. Perciò appunto ha stabilito la sede centrale delle sue biblioteche di propaganda nazionale a Gorizia.”
Le opinioni di Pellis, maturate già nel 1923, sulla “politica di confine” vengono poi riprese dall’oratore.
Noi, pubblicando nelle appendici, tra le “Pagine scure”, quel suo scritto, pensiamo di fornire ai lettori un documento più preciso per le loro meditazioni.
(prossimamente si pubblicherà il capitolo successivo)
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