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1919 – 1923:  DUE FRIULI DA RIUNIRE

 

Il testo di questo capitolo è stato pubblicato su “Ce fastu?” – Rivista della Società Filologica Friulana, anno 1999, LXXV, n. 2, pagg. 221-263

 

Se ne dà, in lingua inglese, il riassunto.

At the end of the First World War (1918), Italy, victorious over the Austro-Hungarian Empire, extended its territories  to the east by eastern Friuli. The separation of this area from the ancient “Patria del Friuli” (medieval patriarchal state) goes bak to 1420 but this particular annexation included territories inhabited by the Slovens. The Friulans, who founded the Società Filologica Friulana in 1919 had wanted a united Friuli but thier activitities were conditioned by opposing nationalism, by the overbearing organisation of the fascist party and the dictatorship of Mussolini and by the myopic vision of the local organisation.

 

  

Il 23 novembre 1919, a un anno – quindi – dalla fine vittoriosa della guerra 1915-1918 e a due mesi dall’impresa di Gabriele D’Annunzio a Fiume, partita da Ronchi (poi “dei legionari”), si riunirono a Gorizia, presso il Municipio, quelli che si proponevano di fondare la Società Filologica Friulana.

Bindo Chiurlo (1), che era stato nominato presidente dell’assemblea, enunciò concetti che si trovano riassunti nel primo “Bollettino della S.F.F.” datato 29 febbraio 1920:

Con la vittoria di Vittorio Veneto i due Friuli tornano ad essere per la prima volta effettivamente riuniti, da quando gli ultimi duchi Franchi tennero intera la nostra regione, e più altre terre, sotto la loro spada.

Il riferimento storico è importante e condivisibile ma sposta molto indietro nel tempo il momento della avvenuta divisione del Friuli.

Chè nè quando il conte di Gorizia – proseguì Chiurlo – era vassallo dei Patriarchi, nè quando gli Asburgo riunirono, nell’Ottocento, per quasi mezzo secolo, i due Friuli, l’unione potè dirsi altro che formale; che, anzi, la triste politica feudale prima, l’antinazionale degli Asburgo poi, cercarono in ogni modo di aizzare i fratelli contro i fratelli, secondo l’eterno principio dei despoti.”


1920 – PRIMA DELLA FIRMA DEL TRATTATO DI RAPALLO

 

La neocostituita Società si trovò subito di fronte alla necessità di prendere posizione sul problema dell’assetto territoriale e amministrativo conseguente alla delimitazione del nuovo confine del regno d’Italia. Sul “Bollettino della Società Filologica Friulana” è pubblicato il verbale della riunione del Consiglio, tenutasi il 30 giugno 1920.

 

IV° Oggetto: Per l’integrità della “regione friulana”.

 

Il Vicepresidente (Chiurlo) fa presente al Consiglio come qualche notizia da Roma dia a credere che si stia studiando, su basi concrete, il problema delle autonomie regionali, e che non sia lontano il pericolo che le due provincie di Udine e di Gorizia, invece di essere riunite in un’unica regione, vengano aggregate l’una a Venezia, l’altra a Trieste.

Per quanto la questione sia apparentemente soltanto amministrativa, è facile vedere quale danno ne deriverebbe all’integrità etnica, culturale e linguistica del Friuli: per cui egli crede sia dovere della S.F.F. d’intervenire nella questione, onde deprecare che continui sotto altra forma la divisione dei Friulani durata sino alla caduta dell’Impero Austro-Ungarico. Aggiunge che, ben inteso, l’unità regionale non dovrebbe in nessun modo stabilire privilegi a favore dell’una o dell’altra provincia.

Il consigliere Carletti e il consigliere Pellis si esprimono nello stesso senso, associandosi alle idee del prof. Chiurlo.

Il consigliere Turus fa osservare come a Gorizia ci sia una forte tendenza per l’aggregazione a Trieste, e ciò per comprensibili interessi materiali: e come egli ritenga che non si debba trascurare questo lato del problema, e occorra andare cauti prima di esprimere voti in proposito.

Il Vicepresidente, – tralasciando le ragioni per cui non crede che la provincia di Gorizia possa avere interesse alla aggregazione a Trieste – espone le ragioni intime di affinità materiale e morale, che costringono i Friulani a formare, su perfetta base d’uguaglianza, un’unica regione; e in ogni modo opina che l’unità regionale di tutti i Friulani di fronte alla divisione delle due Provincie e alla conseguente aggregazione di esse, per soli interessi materiali, a due regioni eminentemente differenti per condizioni e carattere, è cosa che, da parte della S.F.F., non può essere nemmeno posta in discussione senza rinnegare la parte più intima del programma con cui la Società è sorta. È ovvio che la divisione accelererebbe la fine della friulanità, fine che per avere il Friuli una sua propria storia, un suo proprio linguaggio, un suo proprio costume, e anche una sua propria tempera morale, costituirebbe una perdita nel gioco delle forze intime della nazione, non essendo queste nostre sostituibili dalle doti delle altre regioni – doti diverse, e se si vuole più calde e brillanti, ma tali da annullare le nostre, e in ogni modo da soverchiarle con la forza dell’urbanesimo triestino e veneziano. Inutile dire poi quale sarebbe la sorte, in tale annullamento, della parlata e della letteratura friulane, che tanti diritti intimi hanno alla vita.

Tale l’unico aspetto sotto cui la S.F.F. deve considerare il problema, non potendo essa, società di cultura, subordinare il problema culturale a interessi materiali: anche perchè quando quest’ultimi sono in contrasto coi primi, lo sono, di solito, solo transitoriamente, o solo in apparenza.

Crede egli infatti che mentre il Friuli unito potrebbe concordemente e gravemente pesare onde ottenere, nell’equilibrio nazionale, quanto gli spetta, ben diversa sorte gli toccherebbe, ove ciascuna delle due provincie fosse aggregata a un’altra regione dove non rappresentasse la maggioranza, e dove, come nel caso di Venezia e di Trieste, gli interessi di questa maggioranza fossero marittimi e commerciali, anzichè agricoli e industriali. È chiaro che il parlamentino regionale triestino o veneziano legifererebbe soprattutto negli interessi di queste due ultime città, o dovrebbe – costituendo virtualmente nel proprio seno un’altra illogica divisone regionale – differentemente provvedere ai differenti interessi e necessità delle due parti della regione: con qual danno è facile intendere. Mentre l’unità friulana, anzichè impedire, faciliterebbe, con la protezione concorde dell’intera omogenea regione friulana, il protendersi ad esempio di Gorizia verso Trieste, con i suoi prodotti agricoli, industriali, ecc., nè Trieste potrebbe seriamente ostacolarlo, avendo le città marittime bisogno di un retroterra agricolo che le alimenti e si troverebbe quindi nella necessità di trattare da pari a pari con la “regione friulana”.

Questo ha voluto aggiungere il Vicepresidente non per entrare in un campo estraneo alla Società Filologica, ma perchè singoli interessi udinesi o veneziani, triestini o goriziani, non credano di poter facilmente opporre alle ragioni prodotte dai rappresentanti della cultura regionale, che “gli affari sono affari”. Certamente: gli affari sono affari, ma vi sono affari buoni e affari cattivi, e di solito sono cattivi quelli che – al di là degli stretti limiti dell’interesse personale – non tengono conto delle ragioni topografiche, le quali di alcune regioni hanno fatto un emporio commerciale, di altre un centro industriale, di altre ancora una plaga agricola.

Ma v’è un’altra ragione da tener presente, e questa riguarda tutti gli Italiani: la forza che verrebbero a prendere gli Slavi in una divisione come quella progettata, mentre in una “regione friulana” gli Slavi della provincia di Gorizia si troverebbero di fronte un nucleo compatto di almeno 900.000 italiani. Ed è ragione non piccola e non leggera per ogni cuore italiano che batta a questi confini: il che dispenserà il Chiurlo dal dirne di più.

Il prof. Turus riconosce in gran parte valide le ragioni addotte dal Vicepresidente, ma insiste nel ritenere che troppe sono le persone convinte dell’utilità dell’unione con Trieste per non o dar loro un grave peso, almeno di opportunità. Rende omaggio agli elevati concetti e alle disinteressate intenzioni del prof. Chiurlo, ma teme che la tepidezza di molti ambienti goriziani per la regione friulana sia dovuta a dubbi, sorti in alcuno, che la provincia maggiore possa in qualche modo assorbire la minore.

Risponde il prof. Chiurlo che nessuno più a Udine, a sua scienza, pensa a formare un’unica provincia delle due di Udine e Gorizia, e che in ogni modo tali concetti egoistici, se esistessero, verrebbero di per sè eliminati dalla costituzione della regione friulana, che, mentre rispetterebbe le attuali autonomie provinciali, metterebbe in comune la discussione e la risoluzione di tutti i problemi d’interesse generale. Tale unione rafforzerebbe anche di fronte alle sue condizioni odierne la provincia di Gorizia, che, così com’è oggi, aggregato minore fra i maggiori di Trieste e di Udine, è esposta ad esser danneggiata sempre più gravemente nei suoi interessi.

Questo dice per togliere di mezzo le obbiezioni estranee al campo culturale, e per poter ora ricondurre su questo la discussione ormai matura per una decisione, almeno preliminare.

Il socio dott. Battisti, chiesta ed avuta la parola, osserva che, in fondo, dalla cosa in sè come dalle parole del dott. Chiurlo, emerge che la questione principale si è che il Friuli non venga spezzato in due parti per conservare tutte le sue forze sia materiali che culturali, mentre la costituzione di una regione friulana è per la S.F.F. questione subordinata. Ritiene perciò che tutti possano accordarsi su di un ordine del giorno che reclami l’integrità del Friuli nelle formazioni regionali, lasciando a poi, o ad altri, di discutere se si debba formare una speciale regione friulana.

Il prof. Carletti propone che per questa volta ci si limiti ad una deliberazione della questione, rimettendo ad altra seduta le conclusioni, dopo aver sentito il parere delle varie autorità e rappresentanze locali.

Il socio Pocar, chiesta ed avuta la parola, richiama l’attenzione soprattutto su quest’ultimo concetto: che sia, cioè, da prendersi contatto colle autorità; ma piuttosto per vedere d’intendersi e di organizzare subito, insieme con esse, una campagna nel senso desiderato.

Il Vicepresidente accetta il principio esposto dal dott. Battisti come quello che eliminerebbe le incertezze e i dubbi del consigliere Turus, e lascerebbe, secondo il concetto del consigliere Carletti, adito a un secondo momento della questione; accetta pure l’altra proposta nel senso espresso dal dott. Pocar di prendere contatto con le autorità per fare un primo passo pratico nella risoluzione propostaci. Presenta in seguito a ciò il seguente ordine del giorno, che, posto ai voti dal Presidente, resta approvato ad unanimità:

“Considerata la necessità che l’unità regionale del Friuli, dopo tanti secoli finalmente ricongiunto, non sia spezzata da illogiche ripartizioni amministrative, e ciò per ovvie ragioni intellettuali, morali e materiali: afferma la volontà dei Friulani, che, nei probabili raggruppamenti regionali, le provincie di Udine e di Gorizia restino in ogni caso indissolubilmente congiunte; dà mandato alla Presidenza di prendere accordi colle maggiori Autorità ed Associazioni delle due provincie per una comune campagna onde raggiungere tale scopo; delibera di portare la questione all’assemblea generale della Società perchè tale volontà dei Friulani sia più fortemente proclamata.”   

 

 

La discussione sull’argomento venne ripresa il 17 ottobre 1920 in seno all’Assemblea generale.

 

I° Oggetto: Voto sull’integrità regionale del Friuli

 

Il Presidente, riferendosi anche alle conclusioni dell’oratore, prof. Leicht nell’ultima parte del suo discorso, richiama l’attenzione non soltanto dei soci della S.F.F., ma dei friulani tutti, sulla minaccia che incombe d’una divisione amministrativa (ricca di ripercussioni anche etniche e culturali) del Friuli finalmente ricongiunto, in due parti che perpetuino l’antica divisione politica; e ad informare l’Assemblea nel modo più ampio sia della portata che anche per la S.F.F. ha il problema, sia di quanto da questa fu già fatto in argomento, dà lettura dell’oggetto IV° del Verbale della seduta Consigliare tenuta a Gorizia il 30 giugno corr., verbale pubblicato nel 3° numero del Bollettino, p. 68-72, avvertendo che sull’ordine del giorno Chiurlo, con cui essa si chiude, egli chiederà il voto dell’Assemblea.

Letto il verbale di cui sopra, il Presidente apre la discussione.

Michelstädter di Gorizia desidererebbe che nell’ordine del giorno fosse inserito un chiarimento, che contemplasse ben chiara l’autonomia delle due province.

Chiurlo osserva che le premesse dell’ordine del giorno e la discussione che lo precede, ormai verbalizzata e stampata, sono di per sè chiare, che è inutile ogni altra aggiunta.

È necessario poi non spostare nel medesimo parole, perchè, per ciò stesso che vi si parla di unità regionale, non si può intendere l’autonomia amministrativa delle due provincie nel senso attuale, ma in altro senso compatibile col concetto di regione, che non stabilisce certo supremazie o privilegi; e però ogni accenno più particolare porterebbe a discussioni tecniche sull’organismo giuridico della regione, oggi in tutto premature e in ogni modo non di nostra competenza.

L’on. Girardini ricorda di avere parlato la prima volta di questo argomento, che tanto sta a cuore ai Friulani tutti, con l’on. Orlando, ancora prima che questi fosse chiamato alla Presidenza del Consiglio, presente il comm. Renier presidente del nostro Consiglio Provinciale; e di averne scritto, nel 1916, nella Voce.

Riassume la questione in questo dilemma: o resterà il Friuli tutto unito (con le due provincie attuali autonome nelle rispettive amministrazioni, che s’intende), o la provincia di Udine e la provincia di Gorizia saranno di nuovo separate, e incorporate una alla regione veneta con Venezia, l’altra alla regione giulia con Trieste – e allora diverranno luogo di spasso dalla primavera all’autunno per i commercianti e la brava gente di Venezia e di Trieste. Questo noi non vogliamo, assolutamente: noi vogliamo essere il Friuli, noi vogliamo essere l’unità friulana. (Vivissimi, generali applausi) Vogliamo essere “un individuo”, “una personalità” nel complesso della Nazione, come sono le altre regioni, perchè sentiamo di avere tutti i caratteri per formare questa “personalità”, perchè soltanto così noi sentiamo di poter portare un contributo di efficace lavoro alla Patria più grande; e sarebbe una cosa balorda il pensare di smembrarci di nuovo. (Nuovi vivissimi applausi)

Michelstädter insiste nel senso già espresso.

Del Puppo di Udine è nettamente favorevole all’ordine del giorno presentato, rilevandone anche il valore nei riguardi della protezione non soltanto della friulanità ma dell’italianità.

Anche Turus di Gorizia vorrebbe si stesse all’o. del g. Chiurlo, che reclama con chiarezza l’integrità della regione friulana, lasciando impregiudicata la questione se essa debba far parte da se stessa o essere aggregata alla Venezia Giulia. Egli ed altri sono per quest’ultima soluzione anche nell’interesse della italianità, per contrabilanciare l’elemento slavo nuovamente acquisito.

Chiurlo per norma dei presenti dà lettura della lettera con cui il senatore Bombig sindaco di Gorizia aderisce all’adunanza, lettera che, nella parte che riguarda la presente discussione, così si esprime:

“… mi faccio un dovere di far presente che anch’io condivido pienamente gli intendimenti di cotesta Presidenza circa la necessità di accentuare sempre più il carattere regionale del nostro Friuli, avuti, ben inteso, i dovuti riguardi per l’autonomia delle provincie già esistenti e che corrispondono ad una reale esigenza di fatto.

“Plaudo alla proficua attività che codesta Società sta già da tempo svolgendo a favore delle nostre tradizioni paesane e le auguro la migliore prosperità”. (Applausi).

Girardini insiste per l’approvazione dell’o. del g. Chiurlo senza modificazioni.

Anche Leicht chiede che si passi alla votazione dell’o. del g., e che lo si approvi integralmente, lasciando a poi la discussione particolare, e ciò non solo per ragioni friulane, ma per necessità nazionali di ordine superiore.

Dopo brevi dichiarazioni di Michelstädter e Turus, resta approvato integralmente all’unanimità l’o. del g. Chiurlo, già votato dal Consiglio Direttivo, meno, ben inteso, il capoverso che deferiva la questione all’Assemblea generale, e cioè:

“Considerata la necessità che l’unità regionale del Friuli, dopo tanti secoli finalmente ricongiunto, non sia spezzata da illogiche ripartizioni amministrative, e ciò per ovvie ragioni, intellettuali, morali e materiali:

“afferma la volontà dei Friulani che, nei probabili raggruppamenti regionali, le provincie di Udine e di Gorizia restino in ogni caso indissolubilmente congiunte;

“dà mandato alla Presidenza di prendere accordi colle maggiori Autorità ed Associazioni delle due Provincie per una comune campagna onde raggiungere tale scopo.” (Vivissimi generali applausi).

Con ciò alle ore 12.40 resta chiusa la seduta antimeridiana (pubblica), e se ne rimanda la continuazione alle ore 15 (privata).                                                                         


1921 – UN ANNO CRUCIALE

 

1 – LA S.F.F.: DA SAN DANIELE IL VOTO PER L’UNIFICAZIONE

 

La discussione sull’unificazione del Friuli in seno alla Società continuò in occasione della assemblea generale ordinaria del 25 settembre 1921, tenutasi in San Daniele del Friuli.

 

Relazioni particolari

1. Unità del Friuli

 

Riferisce il prof. Pellis, che, ottemperando al voto del 1° Congresso, fu costituita dalla Presidenza una Commissione speciale, di cui è capo il dott. Ballico. Le pratiche avviate fra i rappresentanti delle due provincie ebbero qualche successo, in quanto fu riconosciuta, intanto, unanimemente la necessità di unire tutto il territorio friulano in un unico collegio politico. Sulla fusione completa delle due provincie però non si potè venire ad un accordo, dato il diverso sistema amministrativo,

Il prof. Venezia dichiara a nome di Gorizia, che la sua città non è seconda a Udine nel volere la definitiva cancellazione della vecchia iniqua frontiera del Iudrio. Ciò che Gorizia chiede è solo di conservare le sue autonomie amministrative, in modo da non dovere dipendere dalla burocrazia centrale per tutte quelle questioni di carattere strettamente locale, che hanno bisogno di soluzioni pronte ed adeguate agli interessi locali. Il voto di Gorizia per l’autonomia non può, da alcuno che sia in buona fede, essere interpretato come un segno di mezzo patriottismo, perchè Gorizia ha dimostrato quale è il suo patriottismo dando all’Italia il sangue dei suoi figli. – Il consigliere provinciale Agnola porta alla causa della unità del Friuli l’adesione della Amministrazione provinciale di Udine.

Il prof. Asquini ritiene che la tormentata questione della unità regionale del Friuli possa riassumersi nei seguenti termini: nessun dissenso vi è ormai sulla questione di massima; le difficoltà sorgono sul terreno della realizzazione, difficoltà che si collegano al problema della conservazione del vecchio ordinamento autonomistico nelle nuove provincie e più in generale al problema dell’introduzione anche in Italia del decentramento regionale. Il prof. Asquini fa osservare che le difficoltà non sono impossibilità. E un nuovo modo per superarle deve essere trovato, perchè dietro l’innocente domanda di autonomia amministrativa, che Gorizia e Trieste avanzano con pura fede italiana allo scopo di meglio giovare alle fortune della Patria, altri si muovono per riprendere sul terreno amministrativo quello che non sono riusciti ad ottenere sul terreno politico. Sotto la questione delle autonomie amministrative si cela una questione politica capitale per l’Italia: la questione dei suoi confini, la questione della conservazione dei frutti della vittoria. Noi quindi, prima come italiani che come friulani, abbiamo l’obbligo di non lasciarlo pregiudicare con un troppo lungo permanere della intollerabile situazione attuale.

Il prof. Olinto Marinelli crede che non si possa avere speranza di una prossima soluzione pratica della questione, se Gorizia, traendo ispirazione da quell’alto sentimento patriottico che l’ha resa sacra a tutti gli Italiani, non si dispone a rinunziare alle sue autonomie amministrative. Ritiene più utile in ogni modo la creazione di un comitato comune fra Udine e Gorizia, per lo studio di certi provvedimenti di carattere politico-amministrativo che potrebbero essere presi anche nell’attesa della soluzione del problema nella sua integrità.

L’avv. Ballico concorda col prof. Marinelli, per far fare alla questione un passo avanti, che la S.F.F. si faccia iniziatrice della creazione di un comitato friulano fra tutte le Associazioni aderenti, collo scopo preciso di studiare e promuovere l’attuazione di immediati provvedimenti amministrativi tendenti a collegare i due Friuli nel senso voluto.

Propone la formulazione di un ordine del giorno in questo senso.

Il presidente prof. Chiurlo, chiudendo la discussione, riafferma l’inutilità che il Convegno formuli voti puramente platonici sulla questione di massima della unità del Friuli, poichè un voto categorico in questo senso è già stato approvato nel precedente convegno, e in conseguenza di esso la Presidenza è già venuta ad utili contatti con uomini politici, autorità e associazioni di Udine e Gorizia. Propone poi uno schema di ordine del giorno, pregando i proff. Asquini e Marinelli e il dott. Ballico di concretarlo in via definitiva.

Tale ordine del giorno, presentato poco dopo dai sopradetti, viene approvato all’unanimità:

“Il secondo Convegno della S.F.F., riaffermato il voto del 1° Congresso per la ricostituzione del Friuli nella sua unità regionale; delibera che la Società si faccia iniziatrice della costituzione di un Comitato permanente comune in rappresentanza di tutte le associazioni di Udine e Gorizia che aderiscono a tale voto, con lo scopo di studiare e promuovere quei provvedimenti di immediata attuazione pratica, che si ritengono idonei a preparare e facilitare la auspicata unificazione del Friuli”.    

 

 

2 – ASPETTI SPINOSI

 

Il problema, come s’è visto, aveva aspetti spinosi, incentrati anche sulla questione delle autonomie particolari che i goriziani intendevano venissero conservate. Ma c’era un’altra questione sicuramente prevalente.

Sotto la questione delle autonomie amministrative si cela una questione capitale per l’Italia: la questione dei suoi confini, la questione della conservazione dei frutti della vittoria.”

E chiarificatore della vera essenza del problema è un altro concetto espresso dal prof. Alberto Asquini “perchè dietro l’innocente domanda di autonomia amministrativa che Gorizia e Trieste avanzano con pura fede italiana allo scopo di meglio giovare alle fortune della Patria, altri si muovono per riprendere sul terreno amministrativo quello che non sono riusciti ad ottenere sul terreno politico.”

Chi erano costoro?

Le elezioni del maggio 1921, e su queste torneremo, elezioni svoltesi pochi mesi innanzi, per la incongruenza delle circoscrizioni elettorali (quella di Udine era finita insieme a quella di Belluno, e ci rimarrà a lungo!), avevano dato un risultato sconcertante nel collegio goriziano che era costituito su base provinciale. Risultarono eletti 5 deputati tutti di lingua slovena: il comunista Giuseppe Tuntar e gli esponenti della concentrazione slava Giuseppe Wilfan, Virginio Scek, Carlo Podgornik e Giuseppe Laurencich.

L’on. Wilfan, nella seduta delle Camera del 21 giugno, reclamò l’uso della lingua slovena in parlamento e, prima di lui, l’on. De Walther del Sud Tirol aveva reclamato l’uso del tedesco.

 

In seno alla S.F.F. il problema della unità regionale venne affrontato con grande cautela.

Dal registro dei verbali del Consiglio, in data 23 ottobre 1921, Gorizia, si legge al punto 5:

Circa la questione dell’unità regionale il Consiglio ricordando che presentatori dell’ordine del giorno votato in proposito dall’adunanza di S. Daniele sono stati: (Ugo) Pellis, prof. Attilio Venezia, prof. Olinto Marinelli, prof. Alberto Asquini, avv. Luigi Ballico, decide di costituire una particolare commissione esecutiva (formata dai sud- poi cancellato) invitando a farne parte detti consoci con l’aggiunta delle seguenti persone:

prof. Mario Camisi

dott. Giuseppe Malacrea (nominativo poi cancellato)

Mario Rizzatti, sindaco di Fiumicello (poi cancellato “sindaco di Fiumicello”)

avv. Francesco Marani”

Questi nomi sono raccolti da una parentesi che li identifica “per il goriziano”.

Sotto questi nominativi, altra mano del verbalizzante e quindi posteriormente aggiunse:

“prof. Mario Camisi (poi cancellato perchè evidentemente indicato due volte)

dott. Antenore Barnaba

don Francesco Spessot

don Giuseppe Parmeggiani.”

Nel foglio seguente del verbale vi è una parentesi simile a quella indicata, questa con la dicitura “per l’udinese” senza che vi sia segnato alcun nome.

Sempre dal libro dei verbali del Consiglio, ancora sotto la data 23 ottobre 1921, si leggono due punti trattati che danno la singolare sensazione di una composizione societaria aliena da un piatto nazionalismo monarchico italiano, composizione che originò decisioni discusse e laboriosamente approvate all’unanimità.

Il punto 3 recita:

Per la cerimonia (aggiunto “in onore del Milite Ignoto a”) di (cancellato) Aquileia si approva il manifesto già stampato in dialetto; la preparazione di (cancellato “in dialetto; la preparazione di”). Aggiunto “Si approva pure la spesa per” (continua la scrittura della prima mano “una corona con la scritta ‘Al soldât d’Italie la S.F.F.’” (2).

Il testo del manifesto in friulano fu pubblicato il 28 ottobre 1921 dal “Giornale di Udine”.

 

“Societât Filologiche Furlane

O Muarz senze nom,  o Soldaz d’Italie che vignis a poià il ciaf in Aquilee donge i Soldaz di Rome, uardait cheste Tiare  bagnade di tant  sanc:  salvait la nestre Int,  la nestre Pas;  ma faseit,  faseit sore dut  che sintin  simpri tal nestri cur che no val vivi,  se alc nol val plui de vite! E Tu,  benedet fra i benedez,  destinat da une Mari, forsi da to Mari, a la consacrazion di Rome, sul Altar de Patrie, puarte cun te il zurament de nestre fedeltat antighe. Aquilee, ai 28 di ottubar dal 1921.”

 

Il punto 4 dello stesso verbale recita:

Circa la prossima visita del Re nella Venezia Giulia ed a Gorizia, la S.F.F. costituita da soci appartenenti a tutti partiti riafferma la sua apoliticità , che intende mantenere rigorosamente. Tuttavia il consiglio non può dimenticare che il fondamento della Società, il vincolo che lega tutti i consoci è l’amore alla Regione e quindi alla Patria.

E perchè la visita del Re alla regione Giulia, come è stata per la regione Tridentina, è la conferma solenne della redenzione nazionale e in particolare dell’unione dei (cancellato “unione dei”) (aggiunto : “integrazione del”) Friuli, il Consiglio, all’infuori di ogni criterio politico, (aggiunto “decide”) di prendere parte alla manifestazione nazionale per l’avvenimento.

Messa ai voti, questa decisione è approvata all’unanimità.”

Questa decisione, seppure alla fine unanime, appare sofferta persino nella forma, e ci dimostra che, allora, la Società aveva soci di “tutti i partiti politici” e intendeva “riaffermare la sua apoliticità”.

Quindi intendeva tener conto del fatto che tra i soci vi erano anche quelli di fede repubblicana, sicchè il re viene considerato “all’infuori di ogni criterio politico”.

Ma lo stesso verbale del 23 ottobre, al punto 6, ci offre una testimonianza del pluralismo che vivacizzava la Società ma anche della crescente pressione che veniva esercitata dai nazionalisti, così forti da poter determinare la proclamazione di “indiscusso e provato sentimento nazionale.”

 

 

3 – IL CASO TELLINI

 

Circa la questione Tellini (Patrje Ladine) (3) il Consiglio ritiene superflua la pubblicazione di ulteriori dichiarazioni in proposito a nome della Società.”

Fin qui la parte del verbale non cancellata con tratti di penna generalmente trasversali.

Questo il testo cancellato.

Visto, però, l’articolo del prof. Giovanni Cumin (4) sull’‘Era nuova’ di Trieste, riprodotto dal Giornale di Udine, nel quale articolo sono citati aderenti ai criteri del periodico la ‘Patrje Ladine’ i colleghi Lorenzoni (5) e Zorzut (6) e uditi gli amichevoli chiarimenti sia del prof. Cumin come del prof. Zorzut anche per il prof. Lorenzoni, il Consiglio prega questi ultimi di voler chiarire pubblicamente l’equivoco che può sorgere dalla lettura dell’articolo suddetto nei riguardi del loro indiscusso e provato sentimento nazionale.”

Cosa era accaduto?

Achille Tellini aveva dato vita, ponendo l’amministrazione del periodico a Bologna, via dè Gombruti 5, e la stampa presso la tipografia de “L’esperanto” di San Vito al Tagliamento, responsabile A. Paolet editore, a una pubblicazione intitolata “La Patrje Ladine”. Il primo numero era stato stampato nel mese di maggio 1921, indicato come supplemento a “L’esperanto”.

Con un friulano dalla grafia particolare, Tellini, tra l’altro, in quel primo numero invitava

 

SOCJETÀT FILOLÒĜIKE FURLANE

Duĉ i vērs Furląns si abonin a ke-

ste Socjetāt, (12 franks ad an al Te-

sorīr a Udin), ke si propón di studją e

mantiñi il lengàc e la leterature furla-

ne, di rinfŭarcà fra di no il sintimént

de nestre ĉase e de nestre Patrje.”

 

Grafia a parte, Tellini ci appare come un socio della Filologica come tanti altri, un esperantista, un socio che propaganda tra i friulani la Società della quale fa parte.

 

 

4 – I REPUBBLICANI GORIZIANI

 

A Gorizia, il partito che raccoglieva meno voti era, in quegli anni, il partito repubblicano, che pubblicava un settimanale agguerrito, dove i richiami alla friulanità erano frequentissimi, intitolato “La Libertà”.

Su quel settimanale erano stati pubblicati fin dal mese di luglio 1920 articoli che affrontavano il problema di quella che veniva definita “La nostra autonomia”.

Sul giornale del 17 luglio si legge:

La Venezia Giulia è una provincia di natura artificiosa, creata così dal sistema austriaco delle provincie storiche. Nel nuovo ordinamento essa dovrebbe venire aumentata mediante l’incorporazione del Friuli veneto, non sussistendo oggi più alcun motivo perchè una popolazione di comune origine, di identica parlata e di medesimi costumi con grandi interessi economici affini rimanga più oltre divisa da un confine irrazionale.

L’individualità regionale del Friuli è troppo spiccata attraverso tanta onda di tempi – perchè essa non imponga, oggi finalmente possibile, il realizzarsi del congiungimento di tutta la gente friulana.”

A parte l’attribuzione al “sistema austriaco” della coniazione del termine “Venezia Giulia”, è chiaro che quei repubblicani goriziani – già in luglio 1920 – propendevano per la identificazione della “individualità regionale del Friuli” pur volendolo mettere insieme alla Venezia Giulia. Il settimanale, del resto, darà nei numeri successivi indubbia prova di attenzione per molti argomenti attinenti al Friuli, alla friulanità e alla attività della Filologica. Ricordiamo sommariamente che tra gli autori di articoli troviamo Carlo Battisti (7), u. p. (che fosse Ugo Pellis?), sfl, Giovanni Lorenzoni (numerosi articoli, recensioni, note non sono firmati). Gli argomenti? La grafia friulana, le poesie di Ercole Carletti, gli annunci dell’uscita di un opuscolo di Pellis sulla grafia, una poesia inedita di Zorutti, un articolo su Francesco di Manzano, l’annuncio di un libro di Dolfo Zorzut, di un libro di Minut e ancora di un libro di Zorzut.

Relativamente alla attività della Filologica, si annunciò l’uscita del secondo bollettino della Società, si informarono i lettori su importanti decisioni della stessa Società, si riferì della iscrizione a socio perpetuo della defunta Anna Pirona, si diede notizia dei concorsi della Filologica.

Fino al 9 aprile 1921 direttore responsabile del settimanale sarà Giovanni Stecchina (8); gli succedette Iginio Beltram fino all’11 giugno e, subito dopo, Francesco Raunik, un triestino che era anche il segretario dei repubblicani goriziani.

Il 5 febbraio 1921 viene pubblicato l’articolo intitolato “Aboliamo l’iniquo confine”.

 

Non perdiamoci in disgressioni storiche! Chiunque sia fornito di qualche nozione di storia patria, sa che il Judrio, defunto confine tra l’Italia e l’Austria, fu una frontiera tanto irrazionale da essere comprensibile solo come resultato di una disputa diplomatica.

Ma chi maggiormente ebbe a soffrire l’odiosità di tale linea politica artificiosa si fu il popolo friulano, la fedele scolta orientale d’Italia.

Uomini politici e studiosi (anche il nostro giornale v’ha già portato il suo contributo alla discussione) hanno affacciato la necessità del riassetto amministrativo del nostro paese. Ci sono i repubblicani, che prospettando la soluzione naturale della creazione della Venezia Giulia integrale – dal Carnaro al Tagliamento – e ci sono gli amici udinesi, egregiamente capitanati dalla Società filologica friulana, che propugnano la creazione della regione friulana, fondendo i due Friuli, orientale e occidentale, riunendo Gorizia e Udine.

Sono questioni che richiedono uno studio serio ed approfondito, che esorbiterebbe i limiti modesti del nostro giornale. Noi, per riaffermare la nostra tesi, propendiamo per la Venezia Giulia integrale.

Ma giacchè l’ora urge per la sistemazione – essendovi intimamente connessa un’altissima quistione di consolidazione politico-nazionale – noi facciamo appello al governo, perchè non essendo ancora compromessa la distrettuazione elettorale, voglia fin d’ora gettare le basi per il futuro riassetto politico-amministrativo della nostra regione, provvedendo già con la legge elettorale a soddisfare entrambi i postulati sopradetti sopprimendo l’antica divisione data dal torrente Judrio. Per ora il Friuli, almeno. in materia elettorale, formi un’unica organizzazione. Il resto verrà poi.

Sappia il governo centrale ... l’Italia è ancora al di là. Bisogna avvicinarla, a qualunque costo e con qualunque mezzo.

Badi agli interessi di Italia e non ai calcoli elettorali di qualche tirannello inintelligente, per il quale l’Italia vale magari la Turchia.

 

Secondo questo articolo, i repubblicani propendevano allora per la grande regione Venezia Giulia, “dal Carnaro al Tagliamento” (abbandonando evidentemente il Friuli occidentale al Veneto), mentre “gli amici udinesi, egregiamente capitanati dalla Società filologica friulana, propugnano la creazione della regione friulana, fondendo i due Friuli orientale e occidentale, riunendo Gorizia a Udine.”

Il 12 marzo apparve un altro articolo intitolato “Fraternità friulana”.

Titolo inequivoco, ma è interessante particolarmente la parte finale, perchè ricorda fedelmente il ruolo che fu di Udine dopo il 1866, e cioè dopo l’unione del Friuli occidentale e centrale al regno d’Italia.

 

Udine liberata divenne allora il centro di tutte le nostre cospirazioni, il rifugio preferito di tutti i nostri perseguitati politici. Udine fu così per mezzo secolo l’anima del movimento irredentista della Venezia Giulia. Non ci fu sopruso austriaco perpetrato contro Gorizia, Trieste e Pola, che non avesse sollevato la popolazione udinese a manifestare la sua solidarietà con noi, richiamando l’attenzione del governo italiano sui fratelli oppressi d’oltre frontiera. Ed invero sul libro dell’odio austriaco il nome di Udine era registrato in prima pagina: lo riaffermò lo stato maggiore austriaco con le sue vendette durante la guerra recente. (n.d.a. – Si torni a pag.         per conferma).

Non ci fu festeggiamento nazionale a Udine, al quale non accorressero i goriziani a testimoniare con la presenza loro la fratellanza dei due Friuli malgrado la divisione politica. Basterebbero ricordare la visita dei reali nel 1903, le commemorazioni di Oberdan e le feste dello Statuto. Quanto l’Austria impediva fosse fatto a Gorizia, i goriziani lo facevano a Udine.

Allo scoppio del conflitto mondiale, la popolazione di Udine fu la prima a insorgere chiedendo l’intervento dell’Italia a fianco degli alleati per la liberazione finale delle terre irredente; aprì con ospitalità davvero generosa le sue braccia ad accogliere i profughi politici soccorrendoli di fraterna assistenza. In quei giorni della vigilia e successivamente durante la guerra i friulani di oltre l’antica frontiera cementarono più saldamente i vincoli di fratellanza coi friulani non ancora liberati dal giogo straniero.

L’aspirazione secolare della riunione della gente friulana è oggi un fatto compiuto per sempre. Troppo tempo i fratelli furono divisi dai fratelli: stringiamo oggi più forti quei vincoli, che l’Austria invanamente per mezzo secolo tentò di contrastare.

Festeggiamo in tutti i campi la solidarietà della gente friulana, una per lingua, usi e costumi e allacciamo sempre vieppiù le relazioni tra Udine e Gorizia.”

 

 

5 –       LE ELEZIONI POLITICHE

       LA POLEMICA MONTA PER “PATRJE LADINE

 

Il mese di maggio 1921 fu pieno di avvenimenti.

Si tennero le elezioni politiche e nella circoscrizione goriziana si registrarono questi risultati:

Sloveni 39.068, Comunisti 10.131, Blocco nazionale 5.858, Socialisti 4.472, Popolari 2.642, Repubblicani 1.037.

In vista di quelle elezioni si era costituito a Gorizia un “Gruppo d’azione friulano” che aprì a Cervignano la prima sezione in provincia.

Secondo i repubblicani, si trattava di “elementi di indubbio sentire democratico e d’indiscussa fede nazionale” che non avevano fatto mistero delle loro simpatie verso il Pri, ma che erano stati trattenuti dall’aderirvi dalla pregiudiziale repubblicana.

Su questo “gruppo” poco si sa e i repubblicani, in aprile del 1921, lo giudicarono anche aperto ai fascisti (e citano il caso di Cervignano).

Camillo Medeot, nel suo libro “I cattolici del Friuli orientale nel primo dopoguerra”, a pag. 69 afferma che in quel tempo, a Gorizia, si erano costituite due logge massoniche: una d’obbedienza di piazza del Gesù, cui aderivano persone che Medeot definisce “immigrati” (cioè militari, funzionari statali ecc.); l’altra di obbedienza di Palazzo Giustiniani e lo stesso Medeot colloca il “Gruppo” capeggiato da Mario Camisi in qualche modo vicino a questa loggia massonica.

Erano questi tentativi di dar vita a un partito friulanista?

In maggio era uscito il primo numero di “Patrje Ladine”.

La Libertà”, aveva ospitato il 28 di quel mese, un lungo articolo di Carlo Battisti, intitolato “Patrie ladine” nel quale Battisti, dopo aver trattato di questioni glottologiche – prima avendo augurato a Tellini “estesa penetrazione della ‘Patrie ladine’ nelle masse”, però dubitando che “il direttore della ‘Patrie’, che è un friulano molto benemerito della Patria del Friuli abbia pensato a quali conseguenze può portare l’esaltazione della ladinità e l’uso dell’alfabeto esperantista.

Ci pensi ora, serenamente. E consideri – così conclude Battisti – che l’unico legame logicamente possibile fra i friulani, gli alto atesini e i grigioni è quel vincolo speciale di italianità che in uno o in altro modo li collega al ceppo linguistico cisalpino. Che quindi tale legame va logicamente documentato coll’uso del nostro alfabeto all’infuori di ogni tendenza esperantista, – non infirmato col trascrivere le espressioni dialettali mediante segni convenzionali insufficenti per un alfabeto scientifico (e che per ciò stesso non hanno in pratica alcuno scopo); segni che, come internazionali, possono e devono valere in certo senso per antinazionali.”

 

 

6 – I REPUBBLICANI GORIZIANI: IL FRIULI AI FRIULANI

 

Le opinioni dei redattori de “La Libertà” sul futuro assetto del territorio vengono riformulate con la pubblicazione dell’articolo intitolato “Il Friuli ai friulani”, apparso l’11 giugno 1921.

Ricordiamo che direttore responsabile del settimanale non è più Stecchina ma Iginio Beltram e, poichè l’articolo non è firmato, dobbiamo attribuirne la paternità al direttore.

Beltram, lo ricaviamo dalla lista repubblicana per le elezioni comunali del 1922, era avvocato, come Stecchina che fu il capolista mentre Beltram era il terzo candidato.

 

Recentemente è uscito il primo numero della nuova rivista “La Patria ladina” del cui programma linguistico il prof. Carlo Battisti ha pubblicato un vivace articolo polemico sul nostro giornale.

Ma a nostro avviso il movimento propugnato da quella rivista non deve limitarsi al puro campo linguistico-letterario. Il Friuli è una regione che ha una serie di caratteristiche individuali per i quali in una futura riorganizzazione politico-amministrativa d’Italia dev’essere capace di costituire un organismo autonomo con proprie istituzioni rette dalla gente friulana.

Oggi il Friuli, data la vecchia suddivisione austriaca, è ancora un’aspirazione: l’unità è puramente etnografica, apparente, con pregiudizio del progresso morale e materiale del paese.

L’attività di tutti i buoni friulani deve essere diretta all’unione delle provincie di Gorizia e di Udine, anzitutto, ed appena in un secondo tempo ad una lotta fervidissima per il conseguimento della autonomia regionale del Friuli riunito.

Coi sistemi con cui attualmente il governo di Roma amministra le nostre provincie nessun miglioramento possiamo riprometterci: le sorti del nostro paese sono affidate ad una serie di funzionari ignari delle nostre condizioni e dei nostri bisogni.

Per l’ascensione culturale, politica ed economica del Friuli, è assolutamente necessario che le direzioni delle amministrazioni friulane siano affidate ai friulani. Non è questa un’aspirazione regionalistica, ma la giusta distribuzione delle energie e delle competenze.

La propaganda per il miglioramento spirituale del Friuli, è un problema troppo unilaterale; la lotta dev’essere dunque portata anche nel campo politico, perchè il problema è essenzialmente politico.

 

Questo articolo ci appare assolutamente esemplare e, già nel titolo, lancia un vero e proprio “manifesto autonomista”. Precede, come quello del 2 luglio che leggeremo più avanti, e ispira le più realistiche affermazioni di Tellini, il quale, come capita sempre a chi vuol spingersi troppo avanti, al di là delle ragionevoli intenzioni, finisce col far danno alle buone cause.

Il 2 luglio, con la pubblicazione dell’articolo intitolato “Autonomia friulana”, “La Libertà” precisa ancora meglio il proprio punto di vista.

Anche questo articolo non è firmato; nel frattempo è diventato direttore responsabile Francesco Raunik che reggerà a lungo la direzione del settimanale. Per noi valgono, riguardo alla paternità del testo, le ragioni esposte per Beltram.

Gianfranco D’Aronco, in “Friuli regione mai nata”, vol. I, pagg. 231-232, trattando del settimanale repubblicano, colloca gli appelli agli elettori friulani e ai lavoratori del Friuli al 1920, mentre furono pubblicati per le elezioni di maggio 1921. Inoltre cita un titolo a piena pagina, questo del 1921, “Autonomia politica e indivisibilità della nostra regione”, che è solo parte di un titolo più ampio che, dopo il brano riportato, si conclude: “Questo vogliono i repubblicani della Venezia Giulia.”

Per assoluta chiarezza, va detto che il settimanale repubblicano goriziano spesso si riferisce anche alla Venezia Giulia e per questo noi abbiamo ripreso esclusivamente quegli articoli nei quali i riferimenti sono solo al Friuli, senza ombra di dubbi, riprendendoli per intero ad evitare i tranelli delle “sforbiciate” più o meno di comodo. A proposito degli autori degli articoli, ripetiamo che i testi non sono mai firmati. Tuttavia D’Aronco attribuisce quelli dell’11 giugno e 2 luglio a Giovanni Stecchina. Poichè l’opera di D’Aronco è stata pubblicata nel 1983, riteniamo che Gianni Nazzi (op. cit.), che scrive invece nel 1990, abbia ripreso appunto da D’Aronco questa convinzione. Per concludere, il D’Aronco data l’articolo, che sostiene essere stato scritto da Stecchina, “Il Friuli ai friulani” 5 giugno 1920.

L’articolo, invece, compare nel numero dell’11 giugno 1921. Del 5 giugno 1920 è il primo numero della annata del settimanale.

Questo il pezzo intitolato “Autonomia friulana!

 

Un ben triste destino sembrava incombesse sulla gente friulana.

In tutti i tempi, popoli avidi di conquista e di espansione, scalate le alpi, prorompevano nella pianura friulana e la trasformavano in teatro di battaglie sanguinose; qui spesso si incontrarono popoli l’un contro l’altro armati a disputarsi le loro contese. Chi sempre ne pagò le spese maggiori sia con perdita di persone sia con devastazione di beni, fu l’operoso popolo friulano, estraneo a quelle competizioni, che si svolgevano ed erano dirette solo a’ suoi danni.

E’ ovvio che il progresso civile della gente friulana dovette subire a causa di queste mille sciagure un ritardo notevole.

Ma oggi che la frontiera alpina è ormai saldamente chiusa, la campagna friulana ha il dovere sacrosanto di attendere alla propria restaurazione materiale e morale.

Purtroppo però i friulani hanno dovuto trarre dall’esperienza l’ammaestramento, che quanto è necessario sia fatto dev’esser opera di loro stessi.

Le energie friulane sono ancora troppo disordinate e divise : il vecchio ed odiato confine dello Judrio – un delitto contro la ragione e la giustizia – separa ancora i friulani delle provincie di Gorizia ed Udine.

Primo compito dev’essere adunque la riunione della famiglia friulana nell’ambito di una unica circoscrizione politica.

E di pari passo deve svolgersi la lotta per la conservazione dell’autonomia provinciale del cosidetto Friuli orientale, sicchè l’autonomia dovrebbe venir estesa anche all’altra parte ed entrambi fuse in unica organizzazione provinciale.

Solo da questa propria istituzione provinciale il Friuli può attendersi quelle leggi che sono conformi ai propri usi, bisogni ed aspirazioni.

Con questi intendimenti un gruppo di giovani friulani intende iniziare una corrente di idee e di azione, in armonia al movimento regionalista, che va sempre più affermandosi nelle vecchie provincie.

Noi, dal canto nostro, accompagneremo questo movimento con simpatia vivissima, perchè la soluzione regionale è quest’oggi l’unica che può salvare il paese dalla rovina.

 

Complessivamente i concetti espressi nei due articoli ci sembrano realistici e positivamente esposti.

Il Friuli deve riunirsi; l’autonomia del Friuli orientale deve essere conservata; essa va estesa anche a tutto il restante territorio.

Ma importantissima ci appare la notizia che allora “un gruppo di giovani friulani intende iniziare una corrente di idee e di azione, in armonia al movimento regionalista, che va sempre più affermandosi nelle vecchie province.”

C’era, dunque, chi pensava ad un movimento per l’unità del Friuli, in armonia con quello regionalista (e ci pare che questo possa essere individuato nella neo costituita Società Filologica Friulana che stava facendo numerosi proseliti nella “vecchia provincia” goriziana ) e i repubblicani di Gorizia (che erano ovviamente un partito) pensavano di accompagnare “questo movimento con simpatia vivissima, perchè la soluzione regionale è quest’oggi l’unica che può salvare il paese dalla rovina.”

 

 

7 – IL PROGETTO DI TELLINI

 

E Tellini, stampando in settembre il secondo numero del suo “La Patrje Ladine”, ritenne di cogliere nelle tesi sostenute nei due articoli dell’11 giugno e del 2 luglio del settimanale repubblicano goriziano una voce amica e consonante, sicchè scrisse che “la vos de ‘Patrje Ladine’ e dal ‘Tesaur de lenghe furlane’ no je plui isolade.” E quindi decise di andare oltre. Mentre riproponiamo integralmente in appendice, nella grafia originale il testo del suo articolo, ne trascriviamo i concetti basilari in italiano.

 

Unione della gente friulana in un solo corpo politico; conservazione dell’autonomia provinciale che il Friuli orientale godeva sotto l’Austria, ed estensione della stessa al Friuli centrale e occidentale che torneranno a formare una unica regione amministrativa con il proprio parlamento come ai tempi del Patriarcato di Aquileia: questa è l’aspirazione immediata di ogni vero friulano.

Si è costituito con questa direttiva un gruppo di giovani che intendono dar vita a una corrente di idee e svolgere una azione in armonia con la tendenza che si accentua nelle vecchie e nelle nuove province d’Italia.

(È evidente che Tellini riprende i concetti e questa notizia dal settimanale goriziano).

( . . . . )

In Parlamento il deputato trentino De Gasperi ha sostenuto l’autonomia di quella regione. Un notevole movimento autonomista si organizza in Sicilia e più specialmente in Sardegna.

( . . . . )

Dovrebbe uscire presto un giornale settimanale scritto esclusivamente in friulano, che deve propugnare queste idee e unire i friulani sotto una unica bandiera, qualsiasi sia il colore del credo politico che hanno avuto finora. La lotta inizierà con le prossime elezioni amministrative e il campo dovrà dividersi in due parti: da una parte quelli che sono per la sparizione della nostra razza e che ritengono che i friulani siano in eterno degli interdetti o sotto tutela; dall’altra i veri patrioti, quelli che si risvegliano dalla secolare rinuncia ad essere padroni di sè stessi , quelli che vogliono conservare la purezza della propria razza salvandola da altri imbastardimenti, che vogliono risparmiare al Friuli nuove tremende calamità, che pensano che i ladini formano una sola stirpe dall’Adriatico al San Gottardo e che, quando verrà il momento e la piccola nazione sarà al punto di riconoscersi da sè stessa, dovrà cessare qualunque tutela straniera.

Un principio fondamentale che bisogna mettere alla base del nostro edificio unitario nazionale è questo: ‘La rigenerazione dei friulani (e dei ladini) deve essere opera dei friulani stessi.’

( . . . . )

Negli articoli citati (de “la Libertà”) si dice opportunamente che la “Patrja Ladina” non dovrebbe limitarsi ai campi spirituale, letterario e linguistico ma anche a trattare della parte politica.

È quello che si intende fare, però restando sempre sulle linee generali.

( . . . . )

Dunque intorno alla lingua s’impernia la doppia questione della nazionalità e della unità ladina: ‘Lingua, cultura, tradizione sono gli elementi che cooperano a formare nel popolo la coscienza di una individualità che si differenzia da quella di gruppi di genti che lo circondano’; così si è espresso il prof. Piersilverio Leicht nel suo magnifico discorso su ‘L’unità di lingua e di civiltà in Friuli’ (Società Filologica, 1920).

( . . . . )

I vescovi delle arcidiocesi e diocesi friulane dovrebbero essere ben pervasi dalla lingua e dallo spirito del nostro popolo e allora non si assisterebbe più al triste spettacolo del bando della lingua friulana dalla chiesa del Friuli centrale con il compiacente consenso del clero, mentre il clero sloveno ha sempre tenuto in onore la sua lingua nella predicazione, nella dottrina e nel canto liturgico.

La protezione di cui gode nella arcidiocesi di Gorizia lo sloveno giova anche al friulano. I sacerdoti del Friuli orientale non sopporterebbero che il loro arcivescovo ignorasse la loro lingua.

Quando l’orgoglio nazionale del clero del Friuli oltre il confine si estenderà a tutti i friulani, la causa della nostra piccola nazione avrà fatto un bel passo innanzi.”

 

In questo stesso numero di “Patrje Ladine”, nella copertina 2, appare la prima lista degli abbonati sostenitori della pubblicazione di Tellini.

La aprivano (erano 6 in tutto) il prof. Giovanni Lorenzoni e il prof. Dolfo Zorzut, seguiti dal dott. Edoardo Sturnig (9), dal prof. co. Pietro Tullio, dal dott. Antenore Barnaba (10) e dal dott. Enrico Zuzzi (11).

 

 

8 – VERSO IL PARTITO POLITICO FRIULANISTA?

 

Più che la grafia di Tellini e i suoi richiami romantici alla Patria del Friuli, il concetto che probabilmente suscitava maggiore scandalo e timore era che i repubblicani goriziani insistessero nell’affermare che “la lotta (dei friulani) dev’essere dunque portata anche nel campo politico, perchè il problema è essenzialmente politico.”

È bene chiarire che i repubblicani goriziani erano fieramente antifascisti, anticlericali, anticomunisti, antisocialisti, ovviamente contrari alla monarchia e si ispiravano ai “padri” del pensiero risorgimentale. Riguardo alla massoneria erano indubbiamente divisi, ma certamente in parte massoni. (12)

E pensavano allora a un partito d’ispirazione friulanista? Quale relazione vi poteva essere stata o essere tra questo e il Gruppo d’azione friulano?

Il 9 agosto 1921 venne costituita a Udine la nuova sezione del partito repubblicano (Guido Bracchi, segretario che si dimetterà poco dopo; Valentino Pagura, indicato come un antesignano, Filippo Moro, Giuseppe Zorzin, Alfredo Feruglio, direttori; Luigi Ellero che assume l’ufficio stampa).

Contemporaneamente viene fondato, sempre a Udine, il circolo “Giuseppe Mazzini”.

E – per rendere più evidente il progetto politico – si stabilisce che “d’ora innanzi ‘La Libertà’ sia l’organo dei repubblicani di tutto il Friuli unito ( . . . )” Diventa così “organo repubblicano delle province friulane” e, con il numero del primo ottobre, “organo dei repubblicani del Friuli”.

Quel 9 agosto, i repubblicani della sezione di Udine lanciarono alla cittadinanza un lungo manifesto.

Ecco un brano, che ci pare significativo e chiaro.

Friulani! I gravi e incombenti problemi della nostra regione non potranno mai essere risolti dal presente regime, che col grave pondo della sua burocrazia accentratrice, li soffoca in strettoie senza uscite.

Essi saranno risolti soltanto da voi stessi. Da voi stessi in un regime basato sul decentramento regionale, che assicuri il libero sviluppo delle spontanee energie di cui è ricca la nostra bella regione.”

Il settimanale pubblicò il 20 agosto un articolo di Giovanni Lorenzoni intitolato “Ladinia e Italia”. Si trattava di una recensione del libro di Carlo Battisti “Questioni linguistiche ladine” (pubblicato a Udine dalla tipografia Passero), recensione nella quale si legge:

Il pregio (sic) lavoro del Battisti è definitivo. Egli nella dibattuta questione à detto l’ultima parola.”

Le questioni – come s’intende — s’intersecano. Friulanità , ladinità , esperantismo, nazionalismo italiano . . . . .

Il settimanale repubblicano pubblicò, il 17 e il 24 settembre, due articoli annuncianti il secondo convegno della S.F.F. a San Daniele del Friuli scrivendo tra l’altro:

Uno dei lati più simpatici del convegno sarà la partecipazione dei friulani di qua e di là del vecchio confine, e la manifestazione d’unione fraterna nell’amore del proprio paese.”

 

 

9 – LA SCOMUNICA DELLA S.F.F.

 

Ma nella assemblea della S.F.F. che si tenne il 26 settembre 1921, Bindo Chiurlo, nominato presidente, “nel porgere il saluto all’adunanza rileva che le pubblicazioni fatte nella Rivista la ‘Patrje Ladine’ del prof. Achille Tellini le quali lascerebbero pensare all’esistenza di una corrente che si potrebbe chiamare separatista nel senso politico nei riguardi dello Stato italiano.

Tra il caloroso consenso dell’assemblea il prof. Chiurlo dichiara di dover chiarire la situazione della Società Filologica, affermando che non solo essa è completamente estranea alle idee esposte dal prof. Tellini – le quali ai malevoli potrebbero sembrare una riviviscenza del progetto austriaco del Ducato del Friuli fairto (?) per l’ultima volta, nella fantasia dei nostri nemici nel 1918 (13), ma che ha per fondamento di ogni sua attività il sentimento della patria che non comprende soltanto la nostra regione, ma l’intera Patria Italiana di cui il Friuli (è) una delle più antiche e più forti espressioni. Tutto questo senza compromettere affatto le nostre legittime aspirazioni per una regionale (sic) autonoma. A questa dichiarazione del professo(re) Chiurlo risponde, aderendo con grande calore, il rappresentante della provincia di Gorizia, prof. Venezia.”

Questo resoconto apparve sul “Giornale di Udine” il 27 settembre con l’aggiunta:

Ci consta che la Presidenza della Filologica intenda diramare a tutti i soci una lettera in cui esporrà i suoi criteri su questa fondamentale questione.”

Va tenuto presente che il partito fascista si stava rapidamente affermando e che in quei mesi gli iscritti in Italia erano circa 300.000.

Non siamo in grado di documentare se quella circolare fu emanata. È curioso rilevare, però, che sulla “Rivista della S.F.F.”, anno III, n. 2, che a pagina 132 e seguenti pubblica il resoconto di quella assemblea, non c’è riferimento alcuno alle affermazioni di Chiurlo.

Neppure “La Libertà” scrisse qualcosa in proposito. Ma la polemica doveva scatenarsi, guarda caso, da Trieste. Fu, però, una polemica tra uomini della S.F.F.

 

 

10 –     TELLINI E ABBONATI SOSTENITORI A “PATRJE LADINE”, ISCRITTI ALLA S.F.F., NELLA BUFERA

 

Su “L’Era nuova”, Giovanni Cumin pubblicò l’11 ottobre 1921 un violento articolo diretto contro Tellini (peraltro, mai nominato).

Non varrebbe la pena di occuparsi di lui e dei suoi strani progetti — scrisse Cumin — ma il grave si è che tra i sostenitori della Rivista figurano nomi di professori e dottori friulani e tra di essi quelli più chiari di Lorenzoni e Zorzut, che ci sono, non so come cascati; perciò devo vincere, mio malgrado, la ripugnanza che sento a parlare del periodico ignobile e, a rischio di fargli un’immeritata reclame, m’è giocoforza esaminarne gli articoli più significativi per trarre dal fondo di essi il veleno politico che tengon nascosto.”

Cumin afferma di pretendere “soltanto che egli non irretisca le anime ingenue con le vane lusinghe di un Patriarcato d’Aquileia e di una Patria ladina da piantarsi là dove ora l’Italia si accampa vittoriosa a dispetto dei suoi tanti nemici palesi ed occulti, interni ed esterni.”

Pretende anche “che la Filologica friulana neghi recisamente ogni appoggio alla ‘Patrje Ladine’ e che, con un ordine del giorno solenne e vibrato, riprovi gli ignobili fini che la Rivista persegue.”

L’articolo di Cumin rimbalzò, pochi giorni dopo, sul “Giornale di Udine” (15 ottobre 1921) che lo ripubblicò integralmente con un “cappello” in cui erano bersaglio “uomini che seguitano a congiurare in danno della piccola patria colla sfrontatezza di gente imbastardita dalla scuola straniera. Son le raschiature dell’Austria, di cui il paese, se non il governo, avrebbe dovuto disfarsi ed a cui non si deve dare quartiere.”

Il giornale udinese tende a mettere in dubbio il patriottismo italiano di Lorenzoni, Zorzut, Barnaba e degli altri che erano stati, fino alla fine della guerra, sudditi dell’Austria.

La solenne sconfessione – che è la vera condanna – richiesta dal chiarissimo scrittore e patriotta – continua il giornale – è stata data nell’ultima assemblea della Filologica a San Daniele, su proposta del prof. Bindo Chiurlo, con grida di indignazione all’unanimità!

Ma l’indignazione, l’unanimità e quant’altro non erano bastanti.

Per questo, e torniamo al 23 ottobre 1921, la Filologica si ritrovò ancora di fronte a questa questione e ne nacque il verbale che abbiamo riportato.

Si ritenne superflua la pubblicazione di ulteriori precisazioni in proposito a nome della Società, ma ci fu un ulteriore strascico che riguardò i malcapitati Lorenzoni e Zorzut.

 

 

11 – LE BORDATE DEL “GIORNALE DI UDINE

 

Il “Giornale di Udine” del 2 novembre pubblicò questo articolo intitolato “L’idea separatista nel Goriziano.”

 

Sono comparse in questi giorni notizie che devono far strabiliare quanti non seguono il movimento politico nel Friuli Orientale e dovrebbero impressionare il governo e per esso quell’Ufficio Centrale che – dominato come è dall’idea autonoma di conio austriaco – non è riuscito a capire cosa si agita e gorgogli nella pentola politica goriziana.

Ma noi non possiamo esserne sorpresi, per quanto apparisca di carattere abbastanza grave la propaganda che si torna a fare nel Friuli goriziano e più sottovento nel Friuli udinese in favore del separatismo, vale a dire della costituzione di uno Stato friulano indipendente!

Un valente e coraggioso nostro scrittore (Giovanni Cumin n.d.a.), in un secondo articolo sulla “Patrie ladine”, comparso sull’“Era Nuova” diceva ieri:

“Il prof. Dolfo Zorzut, presa notizia del mio articolo “Patrie Ladine” m’incarica di dichiarare che tanto lui quanto il prof. Lorenzoni riprovano il principio separatista propugnato da quella rivista pseudo-friulana, e aggiunge che se essi aderirono a farsene soci sostenitori, lo fecero in buona fede, credendo che si trattasse di un periodico puramente letterario.

“Questa franca dichiarazione, provocata ad arte da me con la citazione dei nomi registrati sulla copertina della Rivista, ridonda ad onore dei due valenti e a tutti i simpatici scrittori friulani, della cui provata fede nazionale nessuno ha mai dubitato. Ora sarebbe desiderabile che anche gli altri firmatari della Rivista si ricredessero a tempo, dell’errore commesso e che negassero ogni solidarietà ideale col direttore della “Patrie Ladine”, certo A. Tellini di San Vito al Tagliamento ora residente a Bologna.

“Da informazioni assunte sul luogo a Gorizia, mi sono convinto che l’idea separatista, predicata dal suddetto Tellini in codesta città, dov’egli venne personalmente a fare proseliti, a nome, forse di esperantisti stranieri, vi si è radicata. Si era discusso anche a suo tempo, se non convenisse fondare un quotidiano friulano, pare proprio con un simile indirizzo, ma poi vinse il buon senso e il progetto fu lasciato cadere. Ciò non pertanto l’idea prese piede, trovandovi il terreno propizio per quel diffuso senso di acuto malessere prodotto dall’immigrazione troppo violenta di una folla di cercatori di fortuna venuti dalle vecchie provincie e in ispecie dal mezzogiorno d’Italia. – E’ inutile, bisogna pur dirla la verità, anche se bruci”.

Certo che bisogna dire a tutti la verità. Bisogna dire, come bene avverte l’autore, che il “movimento ha origini impure, affaristiche e non ideale e deriva da quel maligno spirito di reciproca sopraffazione che si è tanto diffuso e acuito dopo la guerra e rappresenta in ultima analisi, la lotta a coltello tra speculatori locali, che sono i più arrabbiati separatisti, e altri speculatori più scaltri, meno scrupolosi e più appoggiati, piovuti da altre regioni”.

Questo bisogna dire, ma questo ci permetta l’egregio scrittore di osservare, questo non basta. Per lumeggiare in modo completo e veritiero la situazione bisogna aggiungere che lo incriminato movimento – oltre e più che dalla concorrenza commerciale – ha origine nei putridi sedimenti lasciati dalla monarchia asburghese e che si tenta ora – da una parte, col giuoco che pare così ingenuo dell’“esperanto” e dall’altra con la propaganda di monsignor Faidutti che traffica sempre con l’associazione “Alt Oesterreich”, ben nota a tutti le vecchie imperialregie “fiube” che vanno diffamando con la più nera ma meritata ingratitudine il generoso governo italiano che le ha trattate con ogni riguardo, mandando a riceverle alla frontiera con la musica, quando si son degnate di rientrare e facendo d’un capitano volontario dei “Kaiser Jaegers” nientemeno che il capo della provincia.

Appena si conobbe l’esito delle elezioni politiche noi abbiamo richiamato l’attenzione del governo sulla grave situazione che si era rivelata. I diecimila voti del Tuntar non erano voti di comunisti che in una piccola parte; erano i voti dei faiduttiani, degli amici del passato governo e dei malcontenti non tanto contro l’Italia, quanto contro i metodi e le persone dei nostri funzionari che non conoscevano e non conoscono neppure ora nè le vicende recenti, nè l’indole di queste popolazioni. E dicevamo allora che bisognava cambiare indirizzo o meglio averne uno, se si voleva strappare dalle correnti imperialistiche la nuova provincia ed avviarla alla vita democratica nazionale.

All’Ufficio Centrale si sarà riso probabilmente, come nella redazione di qualche foglio europeo di Trieste, dei nostri rilievi; ma che fossero fondati lo mostrano i tentativi di separatismo che si ha la temerità di rinnovare, proprio sotto il naso delle autorità governative; lo mostra la ricomparsa dell’“Alt Oesterreich”.

“Pare, diceva ieri un giornale di Trieste, in una lettera da Lubiana, a proposito della propaganda dell’“Alt Oesterreich”, pare che agitatori asburghesi tendessero ad operare anche fra gli sloveni della Venezia Giulia e specialmente del Goriziano e che fossero in contatto con monsignor Faidutti a Vienna”.

Sì, lo sappiamo, tentativi di gente disperata che va in cerca di dispiaceri; ma tentativi di cui non si dovrebbe più sentir parlare e che rivelano quanto sia puranco avvelenata l’anima di una popolazione che non ha potuto ancora sentire i benefici della libertà, perchè lasciata – grazie alla mentalità austriaca dell’Ufficio Centrale – alla mercè delle raschiature della cessata monarchia e dei comunisti che, per motivi opposti, vorrebbero fare del Friuli un piccolo Stato bastardo e miserabile come l’anima di costoro.

 

Il “Giornale di Udine”, diretto da Isidoro Furlani, era allora il quotidiano che stava progressivamente allineandosi sulle posizioni del crescente partito fascista.

Nell’articolo vi è – come ben si comprende – un attacco a largo raggio, che non riguarda i soli Zorzut e Lorenzoni che vengono presi a pretesto, dato che si erano già spiegati o piegati, e ai quali veniva riconosciuta “provata fede nazionale” mai messa in dubbio (e allora perchè attaccarli e pretendere l’abiura?)

Tellini diventa – secondo Cumin – un propagandista che cerca di far proseliti “a nome di esperantisti stranieri”. L’idea che potesse nascere un quotidiano friulano, “vinta dal buon senso” (sic), doveva aver spaventato parecchio. Ma a Gorizia l’insoddisfazione era evidente, e non certo a causa di Tellini, di Zorzut, di Lorenzoni.

È davvero strano che l’articolista del giornale udinese – quando aggiunge del suo all’articolo di Cumin – non accenni ai repubblicani.

Tira in ballo monsignor Faidutti (14), l’associazione “Alt Oesterreich”, l’Ufficio Centrale e il risultato delle elezioni di maggio.

I diecimila voti di Tuntar (uno dei 5 deputati eletti) non erano voti di comunisti che in piccola parte: erano i voti dei faiduttiani” (cioè dei cattolici popolari).

L’accusa finale contiene un accenno interessante: secondo il quotidiano di Udine, la cessata monarchia austriaca e i comunisti, per motivi opposti, avrebbero voluto fare del Friuli un piccolo stato, s’intende “bastardo e miserabile come l’anima di costoro”.

Negli ultimi giorni di quest’anno fu emanato il regio decreto 19 novembre con il quale veniva fatto cessare il commissario per gli affari autonomi della provincia di Gorizia.

Era il primo passo verso la “normalizzazione” al sistema italiano: un tremendo colpo alle speranze di mantenere uno status di autonomie particolari. Il provvedimento spianava sicuramente la strada all’unificazione con la provincia di Udine.


1922 – L’ANNO DECISIVO

 

1 –  A GORIZIA UN NUOVO GIORNALE: “IL POPOLO FRIULANO

       I REPUBBLICANI FRIULANI : UDINE E GORIZIA DEVONO ESSERE RIUNITE

 

Con l’inizio dell’anno, si cominciò a pubblicare a Gorizia un nuovo giornale che si definì politico indipendente, intitolato “Il Popolo friulano”.

Già il 3 gennaio, in un articolo intitolato “Per la nostra autonomia”, il giornale proclamava “La Venezia Giulia intera reclama ad alta voce il ripristino della sua autonomia”.

Annientare le nostre autonomie – così il 2 febbraio – assorbire le nostre provincie e creare Udine capoluogo di questa provincia ingrandita: ecco le mire degli Udinesi.”

La Libertà” entrò subito in polemica sulla questione della autonomia poichè il nuovo giornale chiedeva sostanzialmente che venissero ripristinate quelle vigenti al tempo dell’Austria, mentre i repubblicani volevano “che il decentramento politico-amministrativo sia comune per tutte le regioni del regno: le vecchie e le nuove provincie devono avere un’unica (sic) sistema di governo regionale.” (22.1.1922)

Era tempo di polemiche tra giornali e anche di scontri fisici tra giornalisti. A Gorizia Carlo Luigi Bozzi, direttore de “La Voce dell’Isonzo” si prendeva a schiaffi con Antonio Antonucci, direttore de “Il Popolo friulano”; questo giornale era sempre in accesa polemica con il “Giornale di Udine”, che accusava nei titoli di “canagliate” ai danni di Gorizia. (15)

La Libertà”, dal canto suo, insisteva per voler sapere chi c’era dietro “Il popolo friulano” che aveva pesantemente attaccato il settimanale repubblicano. “La Libertà” era ritornata sull’argomento del Friuli unito con un articolo intitolato “Udine-Gorizia” pubblicato l’11 febbraio 1922.

 

Il Friuli etnicamente e geograficamente un’unica regione omogenea, rimase per parecchi secoli diviso sotto separate dominazioni e solo grazie alla vittoria di Vittorio Veneto esso potè riunirsi un’altra volta, e speriamo per sempre, sotto il medesimo ordinamento politico.

Ma quello che l’eroismo di tutt’un popolo rese possibile, l’unificazione della patria italiana, alcuni pochi uomini, per fini ignobili, vorrebbero se non distruggere almeno impedire.

Gorizia ed Udine devono assolutamente costituire una provincia sola: l’unione nel dettaglio dev’essere stabilita d’accordo di entrambe le parti, senza ledere gli interessi e l’umiliazione di nessuna. Certo che importanti innovazioni dovranno esser fatte, ma ispirandosi a principi di opportunità collettiva e non ai vantaggi di clientele personali.

All’Italia poco deve importare se il capo della provincia friulana, nella nuova sistemazione, sarà il dottor Pettarin o un altro friulano: l’importante si è di abolire senza indugio l’attuale dualismo. Molti uffici di Gorizia dovranno sparire, come lo dovranno essere aboliti anche parecchi di quelli presentemente dislocati a Udine: ciascuna città però dovrà avere quegli uffici che per le condizioni generali del paese è necessario che esistano nell’una città piuttosto che nell’altra.

Il vecchio confine dell’Judri è stato creato dalla diplomazia austriaca, non dettato da criteri superiori. Esso era possibile solo fintantochè l’Italia e l’Austria erano nemiche. Anche dato che le due nazioni si fossero riconciliate nelle vie pacifiche, quella frontiera avrebbe dovuto subire una modificazione, tant’era irrazionale. Essa non voleva significare che il punto di partenza della rivincita austriaca per la riconquista di Venezia e della Lombardia. E però oggi che l’Italia è a Trieste quella linea iniqua deve assolutamente cessare.

Udine e Gorizia devo essere riunite senza quell’ostacolo austriaco.

 

 

2 – LE VECCHIE POSIZIONI DEI CATTOLICI POPOLARI GORIZIANI

 

“All’Italia poco deve importare se il capo della provincia friulana, nella nuova sistemazione, sarà il dottor Pettarin (16) o un altro friulano: l’importante si è di abolire senza indugio l’attuale dualismo.”

Il riferimento al dott. Pettarin, esponente dei popolari, introduce un evidente elemento di polemica politica. I popolari avevano l’indubbio merito di aver rivendicato, in un convegno tenutosi a Gorizia il 20 ottobre 1918 (a pochi giorni dal crollo finale dell’impero austro-ungarico) “la completa autonomia del Friuli austriaco”, giungendo persino a reclamarne l’autodeterminazione, ma avevano dimostrato di credere ancora in una possibile sopravvivenza dell’impero e principalmente – si erano detti convinti che “il centro di gravitazione economica per tutto il Friuli è la città di Trieste”.

Per non incorrere in citazioni parziali, si ripropone il testo integrale del documento tratto dal libro di Camillo Medeot (17).

 

“I rappresentanti del partito cattolico popolare del Friuli, raccolti a convegno addì 20 ottobre 1918 a Gorizia;

“esprimono il voto che quanto prima siano coronati da successo i passi per la cessazione della guerra e per la formazione di una confederazione europea soggetta a un arbitrato internazionale, che escluda in avvenire l’uso delle armi nei conflitti tra i governi;

“salutano con soddisfazione l’iniziativa della Corona di costituire nei territori ad essa appartenenti, per ogni popolo uno Stato indipendente, confederato agli altri Stati della Monarchia;

“invitano i loro deputati al Parlamento a sollecitare la costituzione del consiglio nazionale per gli italiani in Austria e a perorare entro lo stesso la completa autonomia del Friuli austriaco, nei confini demarcati nel § 10, punto primo, della legge provinciale del 12 settembre 1907 N. 32, comprendenti precisamente: la città di Gorizia, il comune di Lucinico e tutti i comuni dei distretti politici di Gradisca e di Monfalcone, meno i comuni di Medana, Bigliana, Cosbana, Duino e Doberdò;

“dichiarano già fin d’ora che il centro di gravitazione economica per tutto Friuli è la città di Trieste e che sta nel reciproco interesse del Friuli e di Trieste che la posizione privilegiata, che s’intende di conferire alla città di Trieste entro la confederazione austriaca, sia estesa anche al Friuli, le cui marine fanno parte del golfo di Trieste;

“reclamano in ogni caso la piena libertà di autodeterminazione del popolo friulano sulle sue sorti future, qualora nelle trattative internazionali si volesse procedere a qualsiasi mutamento nella sua pertinenza statale”.

 

Per la regione friulana” titolava il 10 marzo “La Libertà”, chiedendo:

Giacchè gli slavi hanno dimostrato tanta maturità politica da comprendere, che in uno stato nazionale, essi allogeni non possono essere che una minoranza, perchè essi non sono d’accordo che la parte friulana della provincia si unisca al resto dei friulani che abitano fra lo Judri e la Livenza?”

E quindi concludendo: “S’intende che la capitale della regione friulana, come da noi prospettata, non potrebbe essere che Gorizia, perchè questa città ha tutte le premesse principali per attrarre quelle correnti che sono necessarie a costituire l’omogeneità di un organismo quale si è una regione autonoma.”

Proposta che sicuramente era sensatamente provocatoria e che gli udinesi avrebbero mal digerito.

 

 

3 – DA GORIZIA UNA PROVOCAZIONE INTELLIGENTE

 

Il 25 marzo 1922, sempre nel libro dei verbali consiliari della Società Filologica Friulana, al punto 20 dell’ordine dei lavori si legge:

Data l’inopportunità e (‘l’inopportunità’ è poi cancellato) la tensione degli animi nelle provincie di Udine e Gorizia circa l’autonomia amministrativa del Friuli redento senza derogare dai criteri votati all’unanimità nel convegno di S. Daniele, il consiglio direttivo ritiene opportuno attendere un altro momento per svolgere la sua azione pro unità regionale.”

Opportuna appare la prudenza della S.F.F. che – fino a questo mese di marzo 1922 – è, dunque, ancorata al voto del convegno di San Daniele, ma non intende sbilanciarsi.

Tutti i pretesti erano buoni per arroventare la polemica.

In giugno fu sfregiato il monumento che era stato eretto sul Monte Nero, a ricordo dell’impresa degli alpini che avevano arditamente conquistato quelle cime durante la guerra.

Da Udine non si perse l’occasione per sfruttare il fatto in funzione antislovena e antigoriziana.

Scrisse “La Libertà” del 1 luglio:

Ciò che non è bene, però, è la nuova speculazione che i nostri fratelli di Udine tentano a danno delle nostre autonomie, sfruttando il (sic) sfregio fatto al monumento degli alpini sul Montenero.

Tutte le gretole vanno a pescare i nostri carissimi vicini per ridurci ad essere l’appendice economica e politica di Udine.

Ne abbiamo le tasche piene, francamente, che in fondo, redimerci non vuol dire assoggettarci.

E i combattenti friulani fanno malissimo a fare il giuoco dei negozianti di Udine, i quali sarebbero ben felici di poter dirsi i veri padroni del Friuli orientale e occidentale.”

E questa battuta sui “negozianti di Udine” ci appare – anche a distanza di tanti anni – giusta e illuminante: erano le forze economiche udinesi che spingevano quelle politiche (e questa anomalia continuerà per molti anni).

 

Pur nel clima di polemiche e di incertezza, la Filologica celebrò il suo terzo congresso sociale a Gorizia, il primo giorno del mese di ottobre.

L’invito era stato stampato anche su un manifesto.

 

I Friulani sono invitati a Gorizia la prima domenica d’ottobre per la nostra Sagra.

I più umili fra loro, cui guidi un sentimento di Patria non depresso, anzi purificato dal duro lavoro quotidiano, saranno gli ospiti più graditi.

L’amore di questa nostra Terra che nella sua stirpe tenace fu sempre una attraverso i secoli, che sempre, dopo ciascuno dei Suoi travagli infiniti, si ricompose più forte e più capace d’avvenire, presiederà all’adunata e la presidierà. E l’adunata, questa volta meglio di altre, avrà un significato altissimo: poichè, sul confine ormai sicuro della parlata latina, al cospetto dei più tremendi segni della nostra passione, nella Santa Gorizia, sarà testimonianza consapevole d’una fraternità regionale saldamente inquadrata nei maggiori destini della Nazione.

Dai monti e dalla pianura, dalle città e dalle campagne, venite alla bella sagra annuale della Furlania, sulla riva d’Isonzo; partecipate a questa serena comunione di cuori, che accrescerà in noi la fede di che, ritornati ai vecchi focolari, alimenteremo la nostra fiamma inestinguibile.

 

Il treno speciale che portava i soci udinesi fu ricevuto alla stazione dal presidente della Giunta provinciale, Pettarin da varie rappresentanze scolastiche e ginnastiche, da molti consoci goriziani e dalla fanfara del civico Collegio maschile.

Vermuth d’onore in municipio dove parlano in friulano il sindaco di Gorizia, comm. Antonio Bonne, l’assessore comunale di Udine, Pico, il presidente della S.F.F., Pellis. Il congresso è al teatro Verdi.

Il sindaco di Gorizia Bonne pronuncia un discorso applauditissimo che fu pubblicato sul “Bollettino” della Filologica, anno IV, n. 1, pag. 126 (il notiziario porta la data del 21 aprile 1923, dunque a unione sancita).

Ecco il passo pubblicato, giudicato dalla redazione del periodico il più significativo.

 

.... I fati maturarono, il tempo ci fece giustizia. La guerra cancellò quella linea che non divise mai nulla di essenziale nella vita delle nostre anime e dei nostri cuori. E fummo nella riconquistata libertà fratelli concordi.

Senonchè per dura fatalità sembra che quell’esecrato confine risorga e si frapponga ancora fra noi, a dividere, più che la terra, gli animi. Fratelli tutti, è una dolorosa verità questa che io sento di dover affermare oggi in questa solenne adunata di friulani, perchè dalla coscienza del male scaturisce la salvezza. Al Convegno è stato dato dai nostri filologhi un significato altissimo, quello di essere testimonianza consapevole d’una fraternità regionale inquadrata nei maggiori destini della Nazione.

Io mi auguro che ognuno di noi sia compreso di questo alto e nobile compito e scevro da ogni preconcetto stringa oggi la mano al fratello da fratello e sia fatta promessa reciproca di operare con volontà e lealtà per la soluzione di tutti i problemi della regione.

Troppi furono fino ad oggi e d’ambo le parti i malintesi e gli equivoci, troppi forse gli interessi materiali contrastanti e mal celati sotto forme ideali, troppo pochi i contatti fra i nostri uomini. Segni il giorno d’oggi e segni l’adunata odierna il principio di una nuova êra e di quella fusione di spiriti che è indispensabile per l’unità del popolo friulano.

Comunque sia il futuro assetto amministrativo delle nostre terre, credo però sia indispensabile al raggiungimento della nostra unità spirituale che il tanto deprecato confine dell’Iudrio sia rotto, in una forma o nell’altra, per sempre, e che non risorga più fra noi. (Applausi).

Ma quale rappresentante di questa Città, e con la coscienza di interpretare i sentimenti di tutti i cittadini mi sia lecito ricordare a tutti voi la missione che Gorizia è stata chiamata a compiere all’estremo confine della Patria. Baluardo d’italianità e friulanità nel passato, deve essere oggi avanguardia della stessa fede. E la missione non è semplice. Per essere efficace ha bisogno del vostro aiuto, della vostra fiducia. Ha bisogno altresì di sentirsi forte, non diminuita, centro valido d’irradiazione dell’avita latinità e quindi anello di congiunzione fra le due stirpi del nostro confine, per una auspicata intesa fra le due nazioni confinanti, che sia fonte d’espansione italiana verso l’oriente .... (Vivissimi applausi).

 

Parlò poi Pellis, esponendo quanto la Società aveva fatto nell’ultimo anno di attività e non sottraendosi dal dire come la stessa intendeva il regionalismo friulano.

Per noi l’amore intenso, per quanto ha di buono e di bello la regione, è la forma concreta del nostro amore per tutta l’Italia, per quell’Italia migliore, fonte di bene e di luce nel mondo che noi, cooperando con tutti i fratelli di buona volontà, vogliamo aiutare a raggiungere i più alti fastigi dell’umanità.

Questo è il significato puro e semplice del nostro regionalismo, di cui ci vantiamo.

Anzitutto perchè la regione friulana possa operare compatta e con la massima efficienza, noi vogliamo che l’unione di tutto il Friuli sia effettiva in tutto.

Tanto nel nostro primo convegno quanto nel secondo fu espresso questo voto all’unanimità.

La questione non è risolta ancora, ma noi siamo fermamente convinti che, se ci sarà d’ambo le parti la buona disposizione e reciproci sacrifizi, tenuta però in debito conto la posizione speciale di Gorizia, l’auspicata fusione della gente friulana, che è già un fatto compiuto negli altri campi, si effettuerà anche nel campo politico–amministrativo. Noi tutti formuliamo l’augurio che nella prossima Sagra si possa constatare che questo capitolo della nostra attività si è chiuso con soddisfazione di tutti a maggior gloria del Friuli.”

Il clima appare propizio e pacifico. Sono presenti i parlamentari udinesi Girardini e Morpurgo e il goriziano Bombig.

A voler essere onesti, sembrano stranamente deboli le rappresentanze del Comune di Udine (il citato Pico) e della Provincia di Udine (don Ostuzzi).

Spezzotti, sindaco, e Candolini, presidente della provincia, avevano sì inviato telegrammi di adesione, ma non si erano fatti vedere. Così gli onorevoli Gortani, Gasparotto, di Caporiacco.

 

Siamo alla vigilia della marcia su Roma.

La Libertà”, il 21 ottobre, rilancia la sua intelligente provocazione. “Unione sì, ma con spinta in avanti”.

 

Giacchè ai saggi affaristi di Udine sta tanto a cuore, a sentirli parlare, la questione nazionale e il pericolo slavo che minaccia la patria italiana, in questa famosa cabala dell’assetto delle Terre Redente, facciamo anche noi un piccolo sacrificio dei nostri interessi sull’altare del bene comune.

E diciamo chiaro: Siamo pronti anche noi ad accettare la tesi dell’unione delle due provincie; vada Gorizia con Udine.

Ma, siccome la patria è un patrimonio sacro che ogni cittadino ha il dovere non solo di difendere, ma di promuovere, mettiamo per ciò una condizione.

Spieghiamoci.

Promuovere la nazionalità non vuol dire, in relazione al territorio ed al confine, ritirarne il centro vitale di una bella somma di chilometri; ma vuol dire gettarsi in avanti alla conquista materiale e morale d’un territorio allogeno. Così intendevano la colonizzazione latina quelli che noi con tanta leggerezza chiamiamo i nostri padri romani.

Ebbene. Il centro dell’Italianità, dal punto di vista politico amministrativo deve, nella direzione del confine e verso l’estero, oltrepassare Udine. Deve cadere su Gorizia.

Soluzione logica: Unione delle due provincie in una sola: Gorizia capitale con prefettura, Udine sottoprefettura.

Noi, in nome della patria (cara questa patria ad un tanto %) accettiamo l’unità del Friuli; vediamo se gli udinesi sono disposti ad inghiottire il resto dell’argomento politico, che è in fondo un problema d’espansione culturale e di assimilazione degli allogeni.

Il patriottismo alla prova.

 

Il 28 ottobre, il giorno stesso della “marcia”, una squadra di fascisti occupa la sede della Giunta provinciale di Gorizia. Pettarin viene cacciato e sostituito.

L’avvento al governo del fascismo travolge gli equilibri ancora incerti che sino a questo punto avevano tenuto aperto il problema.

Tutto si determina condizionato delle forze interne al partito fascista. E, indubbiamente, i fascisti di Udine dimostrano di contare più di quelli di Gorizia.

 

 

4 – LA S.F.F. A FAVORE DELLA PROVINCIA DEL FRIULI

 

E veniamo alla seduta del Consiglio della Società del 10 dicembre 1922.

La riunione si tiene in Udine e sono presenti Pellis, presidente, Carletti, vicepresidente, Michelstädter, Lorenzoni, Franzot, Morpurgo, Zilli consiglieri; Dabalà revisore dei conti. Intervenuto pure l’avv. Ballico.

Su proposta del presidente si sposta l’ordine del giorno e s’incomincia dal n. 4 “Scambio d’idee circa l’attuale situazione della questione dell’unità regionale.”

Il Presidente esposto come sia prossima una soluzione del grave problema, chiede al Consiglio se non ritenga opportuno che la S.F.F., che fin dal suo inizio s’interessò per l’unione regionale di Udine e di Gorizia, esprima ora un voto nel senso che l’unione stessa, oltre che morale, sia pure un fatto compiuto per quanto riguarda il lato politico-amministrativo.

Dopo lunga discussione, sostenuta particolarmente dal sig. Michelstädter, il quale ritiene inopportuno che la Società entri a trattare di tale oggetto, viene superata la pregiudiziale sollevata dallo stesso Consigliere – e dopo vivace dibattito, che viene ripreso nel pomeriggio, (vi è una parola cancellata che forse può leggersi “respinti”) i due ordini del giorno proposti dal vicepresidente (Carletti) e dal cons. Galliussi (questi all’inizio della seduta era stato notato come assente giustificato: o arrivò più tardi o aveva comunque presentato un suo documento), viene approvato ad unanimità il voto seguente.

Il Consiglio Direttivo della S.F.F. di fronte alla prevalenza dell’opinione a favore d’una Provincia unica del Friuli, ricorda i voti delle proprie Assemblee Generali e, constatando che una parte dei friulani vede in questa soluzione la possibilità di un danno per Gorizia, incarica la Presidenza di esprimere al Governo le ragioni per cui, nel realizzarsi dell’unione, a Gorizia debba essere mantenuta e possibilmente rafforzata la potenzialità economica nazionale.

Si delibera la pubblicazione del voto a mezzo della Stampa.”

 

Il Popolo friulano” titolò: “La Filologica Friulana contro la provincia di Gorizia”, riportando quell’ordine del giorno.

Il giornale sostenne: “ Non trovate a Gorizia un solo cittadino cosciente che sia per la provincia del Friuli.

I soci della S.F.F. goriziani non accettano e non possono accettare un ordine del giorno come quello votato domenica a Udine. Fate un referendum e vedrete, se non ne siete persuasi.”

Su quello stesso numero del giornale si legge la cronaca della chiusura del congresso provinciale fascista di Gorizia.

La nota conclusiva è interessante perchè dimostra che vi fu un’alleanza tra fascismo udinese e fascismo triestino, entrambi interessati a sopprimere la provincia di Gorizia e a spartirsene il territorio.

Il fascio goriziano si trovò isolato nella sua battaglia anche rispetto ai fasci di Monfalcone, di Cervignano, Cormons.

Ecco quanto pubblicò il giornale goriziano.

 

“Il Congresso provinciale fascista ha chiuso i suoi lavori con le elezioni con le elezioni dei nuovi membri del Direttorio federale, dopo una vivacissima discussione sulla sistemazione amministrativa delle nuove provincie, in cui emerse chiaramente che i fascisti friulani si sono schierati contro la provincia di Gorizia, aderendo alle tesi di Udine e Trieste, per le due uniche provincie. Il fascio goriziano ha sostenuto anche in questa occasione una lotta aspra e tenace per far esaminare ed accettare le ragioni che gli hanno consigliato l’atteggiamento in pro della conservazione della nostra Provincia, ragioni però, che seppure esaurientemente illustrate, non hanno fatto presa sugli animi dei delegati provinciali. E il fascio goriziano si è trovato isolato nella sua giusta battaglia. Ma perchè, si domanderà, i fascisti della provincia, non prestando ascolto e fede alle evidenti ragioni che militano a favore della tesi per la conservazione della nostra provincia, sono d’accordo con i triestini e gli udinesi? Il perchè riesce difficile a spiegarsi. Certo è questo: che i fasci della provincia, specialmente i centri di Monfalcone e Cervignano, per non parlare di Cormons, stanno in questo riguardo sotto l’immediata influenza dei dirigenti fascisti di Trieste ed Udine, mentre virtualmente vivono staccati dalle correnti e tendenze che animano il fascismo goriziano. E quest’influenza di fuori è valsa fino ad oggi a impregnare le menti di preconcetti e prevenzioni nei nostri riguardi, non giustificate da alcuna realtà. Perchè è ovvio che per un partito nazionale, che mira alla valorizzazione della potenzialità italiana nei territori abitati da allogeni, la via di soluzione di un problema eminentemente politico e nazionale, non può esser che un’unica: quella che di questi giorni hanno calcato anche i fascisti tridentini, quella che vuole – e la logica e l’opportunità politica vogliono – il centro d’irradiazione culturale e politica nel luogo più possibilmente avanzato in territorio d’altra nazionalità. Se questa è la verità sola, chiara e lampante, riconosciuta anche da una parte attivissima del fascismo, perchè tanta ostinazione a scegliere soluzioni non buone, non opportune, non giustificate? Qui è il punto oscuro della questione. La riserva fatta dai delegati del Friuli di presentare un voto in altra sede, è senz’altro una minaccia alla concezione che di questo problema ha dimostrato di avere il fascismo goriziano. Ma potrà aver realmente valore? Sosteniamo intanto la nostra tesi dell’assoluta necessità di conservare la nostra Provincia. E con molta propaganda.”

 

Il Popolo friulano” non rinunciò a lanciare, mentre quel giorno a Roma veniva decisa la distrettualizzazione amministrativa e politica delle terre redente, un ultimo appello, fieramente polemico nei confronti del “Giornale di Udine”.

 

“A noi non fa proprio nè caldo nè freddo, per noi, l’ultimo grido lanciato dal “Giornale di Udine”: – Fuori gli stranieri! – Ci stringe il cuore di pietà, pensando al male che ne viene da un grido così folle al buon nome italiano. Perchè quando si è scritto che l’Italia ha sagrificato il fiore della sua giovinezza per redimere le terre che mancavano alla unità, non si può permettersi il capriccio, nè anche per ischerzo, di trattare da straniera e da austriaca la città che fu distrutta fin dalle fondamenta durante la guerra e che fu chiamata una delle più belle gemme della Vittoria Italiana.

Il grido del confratello (se si può chiamare così) udinese l’abbiamo detto follia; potremmo, se fossimo volgari, dire peggio: manata di sozzura gettata, senza coscienza, sul martirio dei redenti, sull’eroismo e sul sagrificio dei redentori.

Ma passiamo oltre incuranti. Per la dignità di tutti. Senza raccogliere argomenti così poco degni di una serena discussione. E sicuri di essere anche gli interpreti della nostra popolazione.

Rimaniamo fermi nel nostro concetto fondamentale: che per fare il vero interesse della nazione, perchè è qui unicamente che di tale interesse si possa parlare, il centro amministrativo e politico della provincia debba essere lasciato dov’è ora, e non ritirato verso l’interno; ritirandolo verso l’interno si permette agli allogeni di rinchiudersi in un isolamento patriarcale che renderebbe impossibile la fusione delle due razze in reciproci rapporti di sincera collaborazione e impossibile la nostra penetrazione culturale.

Tutto il resto non è che difesa, e legittima d’interessi materiali, ormai indirizzati: difesa legittima, però quando non sia ammantata poco convenientemente di speculazione sentimentale, tanto per fare impressione.

Ora, ridotto francamente il nostro pensiero, aspettiamo le decisioni che prenderà lo stato arbitro. Confidiamo che saranno quelle che lo stato e la nazione esigono. Comunque, la storia è una continua esperienza. E le odierne decisioni di Roma e l’avvenire diranno se ci siamo ingannati.”


1923 – NASCE LA PROVINCIA DEL FRIULI

 

Il r. d. 18 gennaio 1923, n. 53 istituì la provincia di Trieste e modificò il territorio e la denominazione della provincia di Udine che assunse la denominazione di “provincia del Friuli”.

Nella seduta dal Consiglio direttivo della S.F.F. del 25 febbraio 1923 “si prende atto dell’azione svolta presso il Governo dal presidente e vice presidente, insieme col dott. cav. Tita Brusin, in relazione all’ordine del giorno votato nell’ultima seduta sull’argomento unione del Friuli e si approva il seguente nuovo ordine del giorno.

Il Consiglio direttivo approva la relazione della Presidenza sull’efficace azione da essa svolta presso il Governo per la difesa di Gorizia nel campo culturale; saluta con viva gioia la instaurazione della Provincia del Friuli; considera l’unione politico-amministrativa come un fatto di capitale importanza, per la vita della regione e per la causa nazionale e, in particolare, come compimento di quel voto per l’unità friulana che era stato espresso unanimemente in tutti i Congressi generali; ritiene perciò obbligata la Società a continuare con maggior vigore la sua attività per la completa fusione degli animi, per l’elevazione spirituale dei friulani, per l’aumento del prestigio della Nazione al confine orientale d’Italia; dichiara che la Filologica, con l’autorità che le viene non solo dal numero e dal valore dei soci ma specialmente dai suoi intendimenti idealistici che stanno al disopra di tutti i partiti (18) e di tutti gli interessi particolari, continuerà a svolgere la sua opera conciliativa in caso di dissidi d’indole morale, sorveglierà con leale oggettività l’attuazione pratica dell’unità friulana in tutti i campi, patrocinerà apertamente ed energicamente i giusti postulati di Gorizia intesi a dare alla città quello sviluppo intellettuale, morale e materiale di cui essa ha realmente bisogno.”

 

Il 21 aprile 1923 si pubblica il numero I, anno IV della “Rivista della Società Filologica Friulana G.I. Ascoli”.

Sotto il titolo “L’unione del Friuli” si legge:

 

“Il documento che qui pubblichiamo (era il testo legislativo) è di quelli che anticamente si scolpivano nel marmo o si fissavano nel bronzo, a perenne ricordo, a costante incitamento. Roma eterna, dopo infiniti dolori, nella piena luce della sua gloria novella, lo detta e scolpisce nel granito dell’Alpe che nessuno varcherà, con l’arme in mano, mai più.

Tutti coloro che, non ostanti le terribili bufere e le secolari insidie, conservarono con meravigliosa tenacia intatto il patrimonio della lingua di Roma nella terra d’Aquileia, sono ora uniti in una sola famiglia, per sempre, e nessuna barriera, di nessuna specie, li divide più.

Questa unione è frutto di un travaglio millenne. Ricordiamolo.

Questa unione è frutto di sacrifici recenti senza numero, senza misura. Ricordiamolo.

Questa unione c’impone un obbligo sacrosanto: fare buona guardia alla porta orientale d’Italia; tenere alto il nome d’Italia in faccia agli stranieri; contribuire con tutte le forze, in seno alla nazione, al bene di questa nostra bella, santa, adorata Italia.

Il nostro sentimento di gratitudine vada al Governo del Re, che ha saputo degnamente compiere lo storico atto, ed agli Uomini eminenti che vi hanno contribuito; e si volga quindi in perenne, intimo fervore di fraternità verso tutti i friulani.”

 

Quasi due anni dopo la Filologica si riunì a congresso (il sesto) a San Giorgio di Nogaro, il 27 settembre 1925.

Nel discorso del presidente Pellis (pubblicato su “Ce fastu?”, anno II, n. 1-2, gennaio–febbraio 1926) vi è una valutazione del ruolo fino a quel momento svolto da Udine capitale della regione (regione e ruolo che dureranno ancora poco!).

Ma perchè gli elementi fattivi possano dare il massimo rendimento, sono necessarie: omogeneità di direttive, compattezza d’intenti, coordinazione costante delle energie.

Tutto ciò deve partire da un centro unico ben potenziato, accumulatore e irradiatore ad un tempo.

Più potente è la centrale, e più vigorosa è l’energia che essa distribuisce.

Udine, il centro della nostra provincia, centro geografico e storico come pochi deve prendere il massimo sviluppo per forza propria e per la collaborazione generale. Udine sta a capo di una provincia di un milione di cittadini, sta nel cuore di un territorio che ha una fisionomia propria, fondamentalmente agricola, e deve poter mantenersi indipendente dai due grandi centri marinari rivali di Trieste e Venezia, non in antagonismo con essi, ma formando un anello di congiunzione per un legame più stretto nella comune missione nazionale.

Perchè questo nostro capoluogo possa salire presto ad alta potenzialità e quindi sicura indipendenza dai centri maggiori, è necessario accelerare con tutti i mezzi il suo sviluppo.

La base di ogni energia fattiva è la forza economica. Un più intenso sviluppo di tutta la produzione deCl suolo, un impiego più coraggioso di capitali da parte di molti ricchi friulani, una buona organizzazione della esportazione fuori della provincia e dello Stato favoriranno necessariamente l’incremento dei nostri mezzi finanziari.

Quest’opera economica, varia e vasta, che può avere attuazione secondo le possibilità delle singole località deve accentrarsi nel capoluogo della provincia per la necessaria coordinazione e distribuzione.

E non l’egoismo, ma uno spirito elevato ben al di sopra delle persone e dei campanili, dovrà informare questa collaborazione economica.

Certo è difficile diffondere lo spirito di moderazione e di rinunzia: quando si tratta di quattrini, la palanca ci fa feroci.

Ma i soci della Filologica, gli alti e gli umili, devono, secondo la loro posizione, seguendo una concezione elevata di bene superiore, combattere sinceramente per un’intesa cordiale nel campo economico.

Solo così si potrà raggiungere la fusione morale di tutti i Friulani.

Tutto il resto, o quasi tutto, è in buona parte rettorica e insincerità.”

Dopo aver sostenuto che Udine deve essere centro organico delle comunicazioni, anche per necessità militari (“Basta; vogliamo essere sicuri nelle nostre case.”); dopo aver ribadito che il Friuli avrebbe “una particolare facoltà di amalgamare elementi slavi immigrati d’oltr’alpe o confinanti”, Pellis rivendica che al Friuli deve essere riconosciuta “questa sua funzione specifica e assegnato l’onere e l’onore di conciliare all’Italia i nuovi cittadini alloglotti.”

E Gorizia?

Ma la parte direttiva che Udine deve sempre avere, non esclude, anzi esige, che specialmente Gorizia sia sorretta nei suoi sforzi e sia attrezzata nella misura richiesta dalla sua posizione avanzata e dalla sua esperienza.

Questo la Filologica l’ha sempre sostenuto e deve sostenerlo. Perciò appunto ha stabilito la sede centrale delle sue biblioteche di propaganda nazionale a Gorizia.”

Le opinioni di Pellis, maturate già nel 1923, sulla “politica di confine” vengono poi riprese dall’oratore.

Noi, pubblicando nelle appendici, tra le “Pagine scure”, quel suo scritto, pensiamo di fornire ai lettori un documento più preciso per le loro meditazioni.

 

                                                                            (prossimamente si pubblicherà il capitolo successivo)

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