Porzione della "Carta del Friuli con la Provincia di Trieste" della Società Filologica Friulana (1925)

La toponomastica di questa carta è in italiano e in friulano

      Si avverte che è possibile ottenere riproduzioni di questa interessantissima carta – che è stata ristampata in allegato al citato numero di “Sot la nape” - anche nelle dimensioni  e nella scala originali. Altresì si possono ordinare ingrandimenti parziali centrati su località friulane a piacere.   Il costo comprese le spese postali è di £.  7 al cmq .

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LE CARTE GEOGRAFICHE

DEL FRIULI UNITO

1923 - 1926

 

Questo capitolo  è stato pubblicato su “Sot la nape”, rivista della Società Filologica Friulana, n. 2, giugno 1999, pagg. 7-15

 

La CARTA DELLA PROVINCIA DEL FRIULI CON LA PROVINCIA DI TRIESTE edita dalla Tipografia Chiesa

La CARTA DEL FRIULI CON LA PROVINCIA DI TRIESTE DELLA SOCIETÀ FILOLOGICA FRIULANA

 

La prima traccia di un progetto di carta toponomastica ed etnografica appare nell’ambiente della S.F.F. durante l’assemblea annuale del 17 ottobre 1920.

Si formula la promessa – appunto – di una carta di questo tipo che dovrà essere curata dall’apposita commissione toponomastica. Così si legge nel “Bollettino” della Società del 31 agosto 1920, n. 3, pag. 153.

Si pensava già allora di stampare una carta geografica del Friuli ricongiunto?

Il primato dell’iniziativa di predisporre una nuova carta geografica del Friuli entro i nuovi confini spetta alla tipografia di Giuseppe Chiesa che aveva rilevato la ditta Passero. Chiesa – così scrisse di lui Chino Ermacora in un libretto edito per ricordarne l’attività dopo la morte – aveva aderito al partito fascista in gennaio 1921 ed era “fiero che entrambi i figli partecipassero alle squadre d’azione”.

Questo riferimento all’attività politica dello stampatore è proposto solo per supportare l’ipotesi che questa iniziativa editoriale avesse anche un avallo e forse un incoraggiamento politico subito dopo l’emanazione del regio decreto di gennaio 1922. Chiesa fece disegnare la carta (dall’esemplare che si conserva nella Biblioteca civica di Udine si nota che non fu posto il nome dell’autore) e avviò quanto necessario per la stampa. La sua tipografia era allora tra quelle utilizzate dalla S.F.F. per le proprie pubblicazioni.

Nella seduta del consiglio direttivo della Società del 13 maggio 1923, seduta tenutasi nella biblioteca di stato di Gorizia, fu deliberato quanto segue.

 

Udito il riferimento del prof. Francesco Musoni circa il piano predisposto d’accordo col prof. Olinto Marinelli per l’esecuzione d’una carta semimurale del Friuli, comprendente anche la provincia di Trieste, da disegnarsi dal cartografo cav. Guglielmo Giardi dell’Istituto geografico militare di Firenze alla scala di 1 a 100.000 e da ridursi quindi al 150.000, a 10 colori e curve ipsometriche in un solo foglio delle dimensioni di cm. 106 per cm. 86; e il riferimento del vice presidente circa il preventivo di spesa e il piano finanziario dell’opera;

Avute notizie delle trattative intercorse tra i fiduciari della Filologica e lo stabilimento Chiesa di Udine allo scopo destinato d’affidare ad esso la stampa della carta, e visto che il tecnico Giardi dichiara che il lato minore della carta stessa non può esser ridotto senza compromissione del progetto entro gli 80 centimetri che rappresentano per l’impianto Chiesa un limite materiale non superabile;

Ritenuta quindi la necessità di provvedere altrimenti alla stampa;

Affermata l’opportunità di preparare per un secondo tempo la pubblicazione d’una carta murale scolastica del Friuli, valendosi del disegno originale al 100.000 che sarà eseguito per la carta al 150.000, salvo le necessarie modificazioni;

Il Consiglio direttivo delibera:

Di farsi iniziatore per conto della Filologica d’una edizione di 2 o 3 mila copie della carta del Friuli secondo il tipo grafico, la misura e l’estensione illustrati dal prof. Musoni, sotto la direzione e sorveglianza d’una Commissione esecutiva composta dai proff. Marinelli e Musoni, ai quali s’aggiunge il prof. Pellis per la revisione toponomastica.

Saranno eventualmente fornite dalla Presidenza della S.F.F. le indicazioni speciali (luoghi di battaglie, cimiteri di guerra, antichità, stabilimenti termali, luoghi di villeggiatura ecc.) che subordinatamente al parere della Commissione esecutiva possano ritenersi opportuni;

Di chiedere alle maggiori Amministrazioni pubbliche locali dei contributi che valgano, dati i mezzi troppo limitati della Società, ad assicurare il migliore e più rapido compimento del lavoro, tenuto conto che successivamente, ma al più presto, la Società si propone di pubblicare anche una carta murale scolastica del Friuli.

 

La consultazione dell’archivio della Provincia di Udine, ottimamente riordinato dalla dottoressa Roberta Corbellini, direttore dell’Archivio di Stato presso il quale si trovano i documenti, consente di aggiungere notizie e di fare meglio il quadro della situazione relativamente all’iniziativa editoriale che la S.F.F. intendeva intraprendere.

Da una lettera di Ercole Carletti, datata 28 maggio 1923, a Francesco Tullio , che era uno dei commissari della reale commissione straordinaria incaricata di amministrare la neocostituita Provincia del Friuli, si apprende che – come già abbiamo detto – lo stabilimento tipografico udinese Chiesa stava allora predisponendo per proprio conto una carta geografica della regione. Scrive Carletti:

Come notizia, mi pregio di comunicarLe che il prof. Musoni, prima di decidere altrimenti, ha voluto vedere se la carta al 100.000 che lo Stabilimento Chiesa di Udine sta preparando, possa soddisfare le giuste esigenze sue e della Società; ma che il prof. Musoni stesso, in pieno accordo col prof. Marinelli, ha giudicato non essere questa carta, nemmeno dopo una radicale revisione, tale da poter venire patrocinata dalla Filologica. Inoltre il suo prezzo non sarà inferiore alle venticinque lire; mentre noi desideriamo che con ben meno di dieci lire tutti possano provvedersi d’una buonissima carta del Friuli.”

Quanto scrive Carletti (a pochi giorni dalle deliberazioni del Consiglio che abbiamo riportato) ci rende sicuri che, almeno fino a quel momento, il ruolo preminente nel condurre la realizzazione della carta era svolto da Francesco Musoni.

Musoni, sentito Marinelli, aveva giudicato non percorribile dalla Società una collaborazione con il tipografo Chiesa, sia per ragioni scientifiche che per ragioni economiche.

Carletti afferma: “In secondo luogo, esclusa ogni ingerenza della nostra Società nella carta dello Stabilimento Chiesa, abbiamo anche esaminato se esso sia in grado di stampare, semplicemente, la carta nostra, e perciò abbiamo fatto venire appositamente da Firenze il tecnico topografo cav. Guglielmo Giardi.”

Per quella piccola differenza di dimensioni dei macchinari della quale era stato detto in Consiglio, neppure questa era una via percorribile “a meno di non rinunciare ad una parte della provincia di Trieste, che per varie ragioni, non ultime le ragioni commerciali, importa invece includere nel nostro foglio.”

Allora fu definitivamente dato incarico al cav. Giardi di procedere nel disegno e “egli si occupa pure di scegliere lo Stabilimento grafico che offra le maggiori garanzie d’esecuzione.”

Secondo Carletti, “il sig. Chiesa è spiacente di questa conclusione, e fa affrettare i suoi lavori. Ma pur essendo spiacenti anche noi che la carta non si possa stampare a Udine non crediamo per questo di sacrificare, per alcun riguardo, la nostra edizione, che deve riuscire correttissima, bella ed economica.”

Due giorni prima, il 26 maggio, lo stesso Carletti aveva indirizzato alla Commissione reale straordinaria per la Provincia del Friuli, a nome della S.F.F., la domanda ufficiale per ottenere un contributo. La lettera al Tullio era dunque una sollecitazione a benevolmente appoggiare quella domanda.

Questa Società ha affidato ai consoci professori Olinto Marinelli e Francesco Musoni, la preparazione d’una carta del Friuli alla scala 1:150.000 ad uso degli uffici e dei privati, con riserva di provvedere in seguito, senza troppo ritardo, ad un’altra maggiore (1:100.000) adatta per le scuole.”

I nomi di Musoni e Marinelli sono proposti insieme e insieme i due sono definiti “chiarissimi geografi”.

La carta si prevede possa essere pronta fra cinque mesi; alla revisione toponomastica parteciperà anche il prof. Ugo Pellis, presidente della Società.

Il costo per 2.000 copie è preventivato in circa L. 8.000 “restando il disegno originale e gli zinchi, cioè l’impianto, di nostra proprietà.”

Carletti, nel richiedere un congruo contributo, afferma “che si tratta di un’opera di grande interesse regionale, per la cui esecuzione è nel nostro onore e nostro tornaconto evitare lungaggini e compromessi.”

La domanda ebbe un iter brevissimo. Già il 2 giugno 1923 la Reale commissione straordinaria (presidente Lops dott. cav. uff. Ruggero) “ritenuto conveniente accogliere la fatta domanda trattandosi di un’opera di cui si sente la necessità nella nostra Provincia” delibera il concorso di L. 2.000 nella preventivata spesa di L. 8.000.

Un contributo fu concesso anche dal Comune di Udine, ma di questo non sono state fatte ricerche ritenendo esaustive le notizie ricavate dai documenti dell’archivio provinciale.

Non si può – a questo punto – che osservare come la S.F.F. (e anche il tipografo Chiesa) avessero dato alle loro iniziative editoriali (che, come si è visto, non poterono essere convergenti) un chiaro significato friulanista. La carta geografica del Friuli unito era come una bandiera che si sarebbe dovuta diffondere. Per il tipografo Chiesa principalmente come fatto commerciale, per la Filologica come atto “obbligatorio” per i soci, fatto divulgativo ma fortemente simbolico, diffuso tra un buon numero di friulani.

Fu messa in circolazione per prima la carta stampata da Chiesa. Si intitola “Carta della provincia del Friuli con la prov. di Trieste”. L’intitolazione “provincia del Friuli” è conforme alla denominazione ufficiale.

La scala è 1:100.000, le misure m. 1,68 per m. 1,54, stampa in 10 colori “su carta finissima e pesante.”

Per propagandarne la vendita, l’editore fa pubblicare una inserzione pubblicitaria sul n. 3 de “La Panarie”, numero che esce datato maggio-giugno 1924.

Nell’inserzione è detto che la carta “è in vendita presso la Ditta e presso tutte le principali cartolerie” e che “la ditta ha esposto 200 esemplari di saggio nei principali centri allo scopo di far concorrere tutti a correggere e a consigliare per la miglior riuscita della carta. Molti corrisposero all’invito così che la carta è riuscita perfetta sotto ogni aspetto.”

 

Il 29 settembre 1923, alla vigilia del IV congresso tenuto a Tolmezzo, viene modificato lo statuto della S.F.F. inserendovi:

In relazione al progetto di edizione della carta del Friuli al 150.000, da distribuirsi gratuitamente nel 1924 a tutti i soci, la quota d’associazione per il prossimo esercizio e portata da lire 12 a lire 15.”

Viene inoltre deliberato:

Carta del Friuli: L’adunanza approva il progetto dell’edizione della carta del Friuli da curarsi, per conto della Società, dai proff. Olinto Marinelli, Francesco Musoni e Ugo Pellis, e ringrazia le on. Amministrazioni della Provincia del Friuli e del Comune di Udine per aver appoggiato moralmente e materialmente l’impresa.

Approva pure la proposta del Consiglio di distribuire gratuitamente la carta a tutti i Soci pel 1924 con lieve aumento della quota di associazione” (come deliberato modificando lo statuto)

Dopo ampia e vivace discussione, l’Adunanza delibera all’unanimità, meno due astenuti, il seguente ordine del giorno concordato tra Gortani (Michele) e Pellis (Ugo)

“Di tutti i toponimi contenuti nella carta deve essere segnata come base la dizione friulana.”

A pag. 64 della “Rivista della S.F.F.” è pubblicato la parte del verbale che riguarda questa decisione.

“Circa la questione dei nomi friulani sulla carta del Friuli, il prof. Marinelli, che non aveva potuto intervenire alla seduta precedente, espone le condizioni del contratto intercorso per l’edizione con la ditta Vallardi, ed osserva che l’inserzione dei nomi friulani importerà qualche maggiore spesa.

Riconosce però come opportuna questa iniziativa. L’adunanza fa un plauso ed un ringraziamento al prof. Marinelli che ha assunto la direzione della carta, coadiuvato in questo dal prof. Pellis e da altri volonterosi.”

Non può sfuggire la singolare importanza di questa decisione che rendeva quella carta ancora di più una affermazione solenne di friulanità

Il r. d. 29 marzo 1923, n. 800 aveva imposto i nomi ufficiali dei nuovi Comuni aggregati alla Provincia del Friuli e delle loro frazioni, compiendo una violenza evidente e sciocca (si veda nel capitolo “Le pagine scure”).

I compilatori della carta si attengono scrupolosamente a queste disposizioni che il Pellis giudica meritevoli di lode incondizionata per lo spirito di cosciente sovranità italiana che le informa, sicchè adempiono a tutte le violenze toponomastiche imposte.

Si riscattano – almeno ai nostri occhi di friulani – con la apposizione della nostra originale toponomastica, mentre sopprimono quelle slovena e tedesca.

Che si siano accordi della palese contraddizione di comportamento civile e scientifico?

La “scomparsa” di Musoni dal novero dei responsabili può essere stata conseguenza di un suo dissenso su questa questione?

Il 28 ottobre 1923, il Consiglio – nell’accettare la proposta del presidente di offrire ai soci ogni anno una pubblicazione di speciale importanza, prende atto che “per il 1924 è stata preparata la carta del Friuli”, approvando la maggiore spesa di L. 750. (si può quindi supporre che la spesa totale sia stata di L. 8.750)

Il 20 gennaio 1924 sempre il Consiglio “prende atto che i lavori per la carta del Friuli al 150.000 sono a buon punto e che la pubblicazione verrà spedita gratis a tutti i soci che saranno in regola col versamento della quota (L. 15) dell’anno in corso.”

Sempre il Consiglio direttivo, il 20 luglio 1924 prende atto che “La Carta del Friuli sarà difficile averla prima del congresso.”

Il 16 novembre 1924, ancora il Consiglio prende atto che la carta del Friuli “sarà terminata per il mese di gennaio”.

Il “Ce fastu?” del 28 maggio 1925 pubblicò un inserto.

Carta del Friuli

Si avverte che i Soci del 1924 – ed in regola col pagamento della quota – riceveranno fra qualche mese, in ogni modo entro il 1925, la promessa Carta del Friuli al 150.000 con le denominazioni locali in italiano e friulano e queste ultime come si pronunciano nel luogo; sotto questo aspetto la Carta porterà anche un non lieve contributo agli studi lessicali.

L’attesa perciò sarà compensata ad usura poichè la pubblicazione riuscirà uno dei migliori lavori cartografici usciti finora in Italia e, per i criteri seguiti nella compilazione, unico nel genere.

Ne danno, del resto, sicuro affidamento i nomi degli autori: proff. O. Marinelli e U. Pellis e il cav. Giardi, cartografo dell’Istituto Geografico Militare di Firenze.”

 

Il “Ce fastu?” del 28 agosto 1925 pubblicò questa notizia.

“La carta del Friuli, splendido lavoro e unico del suo genere in Italia, sta per essere ultimata.

Da tempo infatti gli zinchi sono stati consegnati all’editore Vallardi il quale sta attendendo alla tiratura e colori. Gli amici che desiderano sincerarsi della riuscita della Carta possono passare alla nostra Sede che ne possiede copia stampata in nero.”

Al VI Congresso tenutosi a San Giorgio di Nogaro, il 27 settembre 1925, nella sua relazione per l’anno 1925, il presidente “accenna ad altre imprese già iniziate come ( . . . .) la carta del Friuli, opera di pregio, dei proff. Marinelli e Pellis”.

Si era frattanto registrato qualche problema e la Società aveva dato “le sue cure all’importante lavoro della Carta del Friuli che uscirà un po’ in ritardo per la difficile e complicata elaborazione che esige, ma che sarà opera perfetta, guida utilissima ai soci che la riceveranno appena ultimata.”

 

E il comitato scientifico della Società, riunitosi il 7 ottobre 1925, decideva:

“a)  Si stabilisce di pubblicare un Indice generale della Carta del Friuli, includendo tutti i nomi degli elenchi – anche quelli omessi per ragioni tecniche – e tutti quelli contenuti nell’Appendice del Vocabolario friulano del Pirona.

L’indice sarà compilato dal dott. Someda, il quale si accorderà col Consiglio Direttivo sulla spesa della pubblicazione.”

Cercando di interpretare questa decisione, si può arguire che erano stati predisposti elenchi di toponimi (evidentemente di località minori) che si intendeva venissero inseriti sulla carta ma che poi non lo furono per ragioni di leggibilità della carta stessa che sarebbe risultata troppo “densa” con tali indicazioni.

Si era quindi pensato a questo indice che doveva comprendere le località segnate sulla carta, quelle che non s’erano potute segnare e anche le altre, che si sarebbero ricavate dalla appendice al vocabolario del Pirona.

Non risulta, però, che questo indice generale sia stato pubblicato, oppure tra le pubblicazioni della S.F.F. non è elencato.

“b)  Si decide di proporre al Consiglio Direttivo che al cav. Giardi sia pagato l’importo già accomodato quale remunerazione speciale per il lavoro in più intorno alla Carta del Friuli.

c)    Si decide di proporre al Consiglio Direttivo che un dato numero di copie (50-80) della Carta sia ceduta all’Alpina Friulana a prezzo di costo.”

Nella seduta del Consiglio direttivo del 17 dicembre 1925 si propone “di compilare un foglietto da unirsi alla ‘Carta del Friuli’ che dia spiegazioni dei segni convenzionali della Carta stessa”.

Ci si era evidentemente accorti che nella carta mancavano queste spiegazioni poichè vi era indicata solo la scala.

In quella occasione si stabilì che “per la distribuzione della carta ai Soci del 1924 in regola coi pagamenti della quota, di istituire dei depositi presso i Corrispondenti della Società ove il Socio può recarsi per il ritiro.”

Infatti, un successivo annuncio, apparso su “Ce fastu?” 1-2 gennaio-febbraio 1926, sempre sotto il titolo “La carta del Friuli”, si legge.

La Carta del Friuli che viene data gratis ai soci del 1924, ed è in commercio al prezzo di L. 12, può essere ritirata dai soci residenti in Udine nella sede della Società in Via Bartolini 3. I soci che risiedono in luoghi dove la Società ha un proprio Corrispondente dovranno invece ritirarla presso di lui a partire dal giorno 1 febbraio, e a quest’uopo diamo qui l’elenco dei Soci Corrispondenti, ed il loro indirizzo.

Coloro che risiedono in luoghi ove la Filologica non ha il Corrispondente, possono ritirare o far ritirare la Carta da un loro incaricato ai nostri Uffici di Udine, dando ad esso da esibire, quale segno di riconoscimento, la tessera della Filologica.

I soci che desiderano invece ricevere la carta a domicilio, accuratamente racchiusa in piego raccomandato, dovranno farne speciale richiesta, accompagnandola con l’importo di L. 3.”

 

Sembra quindi di poter affermare con certezza che la data – 1925 – che appare sulla carta è quella della stampa e che la diffusione iniziò nei primi mesi del 1926.

La Società, attraverso la sua pubblicazione periodica, propagandava per la vendita le sue realizzazioni editoriali. Sul numero 5-6 del 1927 comparve per la prima volta l’inserto che riguardava la carta, offerta “In vendita ai soli soci a L. 9 la copia”.

Poichè la carta era spettata a tutti i soci del 1924 – che l’avevano prepagata attraverso l’aumento della quota sociale – l’offerta si riferiva evidentemente ai soli soci iscrittisi dopo quell’anno.

Una notazione se si vuole solo di costume: Carletti aveva scritto, nel maggio 1923, che la carta sarebbe costata meno di 10 lire!

Sintetizzando la vicenda, che ha anche aspetti complessi, si può ipotizzare che l’idea di realizzare una nuova carta del Friuli sia venuta al tipografo Chiesa e alla Società Filologica quasi contemporaneamente, tra la fine del 1922 e la primavera del 1923; che la Filologica prevedeva che la carta potesse essere pronta entro 5 mesi dal giugno 1923 e quindi entro la fine di quell’anno; che successivamente alla presentazione delle domande di contributo, e cioè il 29 settembre 1923, si decise che i toponimi dovevano avere segnata come base la dizione friulana; che – per varie ragioni e difficoltà – il tempo di preparazione e stampa della carta andò ben oltre il termine sperato; che la carta fu stampata nel 1925 ma che fu posta in distribuzione all’inizio del 1926.

 

La carta – che voleva essere la rappresentazione geografico-politica del Friuli riunificato dopo tanti secoli – non si rivelò davvero portatrice di fortune.

Olinto Marinelli morì il 14 giugno 1926; Francesco Musoni morì anche lui il 18 ottobre di quell’anno; il 6 dicembre 1926 venne ricostituita la provincia di Gorizia e questo comportò inevitabilmente una grave perdita di valore, sia etico che scientifico, di quella carta del Friuli e non diede luogo alla progettata realizzazione della edizione per le scuole nella scala 1:100.000.

Ma la sua importanza risultò subito evidente. In quello stesso 1927, nel corso dell’VIII congresso della S.F.F., si levò forte una voce ad affrontare un problema che più di 70 anni dopo è ancora attualissimo (basta guardare una qualsiasi carta geografica per rendersene conto!).

Il goriziano dott. Pinausigh propose un voto “che nelle carte geografiche specialmente il Friuli appaia ben distinto come tale e non sembri quasi che ad esso la provincia di Gorizia non appartenga. Va bene la distinzione delle due province, ma si trovi il modo di rendere evidente con mezzi grafici l’intera zona friulana, quella cioè che si chiama e deve chiamarsi ‘Friuli’”.

Per questo noi siamo stati indotti a ripresentare una edizione rinnovata della Carta del Friuli del 1925 della quale abbiamo ricostruito le vicende.

Che dire delle attuali rappresentazioni cartografiche della regione Friuli-Venezia Giulia, che sostanzialmente ripetono tutte l’inquadramento generale del territorio (che fu dunque profetico!), ma che fanno scempio della reale entità del Friuli?

Questa è una delle tre ragioni che ci hanno indotto a promuovere una nuova edizione della carta del 1925.

Perchè l’intitolazione è esatta; perchè la reale entità territoriale del Friuli vi è rappresentata; perchè la toponomastica è in friulano e in italiano.

            Tecnicamente va detto che abbiamo utilizzato la copia della carta che è conservata nella Biblioteca civica di Udine.

Questa copia, per il fatto di essere stata tagliata in rettangoli e quindi incollata su tela per poter essere contenuta in un astuccio, ha garantito una notevole tenuta della colorazione originale.

Di contro, ha reso particolarmente laboriosa la connessione tra un rettangolo e l’altro (i rettangoli sono 21, posti in 3 righe di 7).

Ci è parso doveroso che fossero compiuti due interventi di aggiornamento.

Il primo riguarda il confine di stato con la Repubblica di Slovenia, confine che è stato tracciato con i segni … Il secondo riguarda l’aggiornamento del confine della attuale provincia di Trieste, confine che è stato tracciato con i segni …

Ci è parso anche doveroso aggiungere ai nomi dei due autori ufficiali (Marinelli e Pellis) quello di Francesco Musoni, essendo evidente che per un lungo periodo egli ebbe parte nel lavoro, e anche il nome di Michele Gortani, che fu con Pellis a proporre che nella carta apparisse anche la toponomastica in friulano.

 

Poichè uno degli autori della Carta del Friuli della quale ci occupiamo è Olinto Marinelli, illustre geografo friulano, figlio di Giovanni, dobbiamo inquadrare l’argomento delle sue contraddizioni partendo dal marzo 1921, allorchè a Firenze si tenne l’VIII congresso geografico italiano.

In quel congresso “Udita la relazione del prof. O. Marinelli” si ritenne:

 

1) che cessata felicemente la costrizione politica che limitava a ponente la denominazione di Venezia Giulia all’artificioso confine dell’Judrio, questa denominazione, o altra che la equivalga, abbia d’ora innanzi a comprendere, oltre ai territori redenti, anche l’intero territorio friulano, al quale – per le ragioni fisiche, linguistiche, storiche, economiche esposte dal Relatore – conviene la pertinenza alla regione Giulia e il nome di regione Giulia;

( . . . . )

3) che di conseguenza sia consigliabile adottare rispettivamente:

a)  il nome di ‘Venezia’ (senz’altro appellativo) o meglio quello meno equivoco e più conforme all’uso di ‘Veneto’ per il compartimento veneto attuale (1921) diminuito del Friuli;

b)  quello di ‘regione Atesina’ per il territorio trentino e dell’Alto Adige;

c)  quello di ‘regione Giulia’ per il territorio del Friuli e insieme per il territorio nuovamente annesso oltre il Judrio, giustificandosi quest’ultimo nome di ‘Giulia’ sia coll’uso legittimo invalso del nome di ‘Venezia Giulia’, sia col noto precedente del nome ‘Emilia’ ( . . .)”

 

Così negli “Atti del VIII congresso geografico italiano”, vol. I, pag. 170, 173 e pagg. 182-183.

Nel 1923 si tenne, a Plezzo, un convegno della Società alpina friulana durante il quale Olinto Marinelli ricordò che a Firenze, nel congresso citato, si era impegnato per provocare un voto “nel senso che il nome di Giulia si estendesse all’intero territorio Friulano”.

Tralasciamo altre citazioni di opinioni marinelliane (che tuttavia si possono trovare in sunto anche nel nostro libretto “Venezia Giulia la regione inesistente” (2), ma – pur togliendoci rispettosamente il cappello di fronte al suo tanto valore scientifico – dobbiamo confessare che non ci appare la connessione tra queste tesi “giuliane” e l’essersi posto il Marinelli alla testa – sempre in quegli anni – del lodevolissimo, importantissimo progetto che fu quello di dare al Friuli intero una carta geografica bellissima, con il nome del Friuli posto senza equivoci e commistioni, con una intitolazione inequivoca (il Friuli intero e la provincia di Trieste per conto suo!) e – cosa ancor più importante – con una preziosa doppia toponomastica friulano-italiano.

La carta del Friuli unito, distinto dalla provincia di Trieste, non parte della regione Venezia Giulia nè della regione Giulia. E dobbiamo ritenere che Olinto Marinelli abbia fatto porre il suo nome a questa carta dimenticandosi le opinioni espresse a Firenze e a Plezzo.

Ma per questa carta geografica dobbiamo esprimere a Olinto Marinelli (ma anche a Francesco Musoni) a Ugo Pellis e a Michele Gortani, insieme a tutti quelli che nella Società Filologica Friulana si impegnarono per realizzare questa magnifica Carta del Friuli, il nostro ringraziamento.

Dopo la pubblicazione della carta, è pervenuta a g.d.c. questa lettera del prof. Hans Goebl dell'Università di Salisburgo:
"Precisamente in questi giorni ho finito la lettura del recentissimo fascicolo di "Sot la nape" e della bellissima carta ristampata del Friuli. Congratulazioni vivissime!
Ho molto apprezzato le sue acute osservazioni a proposito della lotta intorno all' 'unitarietà' del Friuli  ed alla confezione della cartina nel lontano 1922 ss. Mi hanno particolarmente interessato i nomi friulani fuori dal Friuli, cioè in Carinzia e nei paraggi slavofoni della Valle dell'Isonzo.
Mi stupisce però l'estensione degli esonomi friulani ad est oltre Klagenfurt (Clanfurt) e la concomitante assenza di esonimi friulani ad est dell' Isonzo (tranne pochissime eccezioni). Insistenza di esonimi friulani o filtraggio onomastico slavofobo?
Con viva cordialità e auguri           Hans Geolbl
(Si veda "Sot la nape", 3-4, 1999, pag. 16)   

 Al testo riguardante la carta, segue questa nota.
Nel 1978, alla vigilia delle elezioni regionali, pubblicai – a mie spese – un librettino di 35 pagine (GLI INTERESSATI CLICCHINO SU “VENEZIA GIULIA REGIONE INESISTENTE” IN QUESTO STESSO SITO), stampato presso la tipografia litografia di Luigi Chiandetti di Reana del Roiale. L’opuscolo nasceva dalla esortazione di alcuni lettori del “Corriere del Friuli”. Su quel giornale erano apparsi 6 articoli che originarono, con qualche ampliamento, il librettino di cui si tratta.

Già gli articoli avevano suscitato, addirittura nel Consiglio regionale, qualche reazione (seduta del 29 novembre 1977); studiosi goriziani (Sergio Tavano) avevan detto subito la loro.

Di questa modesta pubblicazione vado assai fiero e la considero la più importante tra le mie.

Perché?

Perché – per canali che a me restano ignoti – ne ha fatta di strada, arrivando in varie Università, anche fuori d’Italia. Per esempio, in Austria, dove il prof. Hans Goebl dell’Università di Salisburgo l’ha ripetutamente citata nel “Grazer Linguistische Studien” n. 23, “Magie: Sprache”, nel 1985.

Ma quali argomenti avevo trattato in quel librettino?

Avevo documentato che, dopo la seconda guerra di indipendenza del 1859, la diplomazia del sorgente regno d’Italia era alla ricerca di una denominazione geografica quale supporto dell’espansionismo e che Graziadio Isaia Ascoli, nel 1863, aveva proposto, riguardo all’espansione a est, di usare la denominazione “Venezia Giulia”, inventandola di sana pianta.

La mia non era sicuramente una scoperta, né grande né piccola.

Bastava leggere gli atti della Camera dei deputati, tornata del 21 giugno 1921, prima sessione.

Disse l’on. Wilfan, deputato sloveno eletto nel collegio di Gorizia: “(...) dobbiamo prima di tutto mettere in chiaro alcune circostanze di fatto. Il territorio annesso, denominato ora la Venezia Giulia ...”

Lo interruppe un deputato da destra: “Sempre. Da secoli!

Rispose Wilfan “Ora si chiama ufficialmente Venezia Giulia. Ma questo non è un nome storico.” (Interruzioni all’estrema destra. Rumori)

Reagirò volentieri – riprese a dire Wilfan – nell’interesse della sincerità, nell’interesse della discussione, ad ogni interruzione che sia ragionata.

La regione, dunque, che per far piacere al collega chiamerò col nome di Venezia Giulia, ma che fino al 1851 quando Graziadio Ascoli ha inventato questo nome non si chiamava così ...”

Voci all’estrema destra: “Sempre! Sempre! Da Giulio Cesare!” (Vivi rumori).

Il deputato sloveno sbagliò la data di nascita della invenzione ascoliana, ma disse una verità storica. I deputati che lo interruppero erano degli ignoranti intolleranti, progenitori degli odierni ignoranti intolleranti.

Torniamo al contenuto di quel libretto.

Avevo poi affermato che, specialmente nel 1923, Olinto Marinelli insisteva perché si usasse la denominazione di regione “Giulia” e, dopo qualche osservazione sul caos geografico che era derivato, me la prendevo di brutto con alcuni dei contenuti di un volume, edito nel 1976, scritto dai professori universitari Giuseppe Francescato e Fulvio Salimbeni, intitolato “Storia, lingua e società in Friuli”, libro secondo me funzionale a sostenere la tesi della cosiddetta regione unitaria.

Il Salimbeni se la legava al dito e cominciava, fin dal 1980, a dispiegare una feroce stroncatura di quel librettino.

Ora mi si possono porre due domande: perché non risposi agli attacchi del Salimbeni a suo tempo?; perchè mi riferisco a sue pubblicazioni ormai lontane negli anni?

Rispondo prima alla seconda domanda: perché anche recentemente pretoriani culturali del Salimbeni tornano sull’argomento.

Cito al riguardo quanto scrive Alberto Brambilla per l’Istituto giuliano (figurarsi se poteva non essere denominato giuliano!) di storia, cultura e documentazione di Gorizia, in “Appunti su Graziadio Isaia Ascoli – Materiali per la storia di un intellettuale”, pubblicazione che porta la data 1996 ma che è stata solo da poco diffusa (pag. 15).

Ciononostante questo atteggiamento perdura, coinvolgendo la globalità del pensiero del glottologo goriziano: si vedano a tale proposito gli irritanti interventi di G. Di Caporiacco e le pronte repliche di F. Salimbeni ecc. ecc.”

Brambilla testimonia che, a distanza di 20 anni dalla loro pubblicazione, i miei “irritanti interventi” hanno ancora il potere di dar fastidio a lui, al suo maestro e a chi la pensa come loro.

Concludo ricordando che la questione di nomi che, in certe circostanze, diventano molto di più che parole, ma sono bandiere issate (così scrisse Ascoli nel 1863) o ammainate, ha un esempio nell’azione di Hitler che aveva vietato l’uso del nome Austria per far estinguere l’Austria stessa.

In Italia, l’ostinazione a non chiamare il Tirolo del sud con il suo nome è una medesima violenza e dimostra un identico tentativo.

Il lettore osserverà – di contro – che nel periodo 1918-1926, in nessuno dei documenti pubblicati in questo libro si legge il nome “isontino” in luogo di “goriziano”.

Questa “isontina” è una “bandiera” che verrà issata poco più tardi dai fascisti goriziani. Lo testimonia il fatto che la primitiva testata del loro giornale “Vedetta friulana” fu mutato, nel 1926, il “La vedetta dell’isontino”.

parte inedita

Il termine dilagò specialmente dopo la costituzione della regione (1964), per dividere il Friuli nel tentativo di ridurlo alla sola provincia di Udine. Così s’inventa “Destra Tagliamento” – che però è così brutto che lo usa quasi solo la RAI regionale – e “Alto Friuli”, sovrapponendo questo nome anche a quello onusto di storia “Carnia”. E poi “Bassa friulana” e “Alto Livenza”. La fabbrica di questi nomi è sempre aperta!

L'edizione del librettino era modesta; similmente la diffusione. Sarebbe finita presto nel dimenticatoio se non avesse avuto la fortuna di irritare particolarmente uno dei due autori del citato (e criticato) volume "Storia, lingua e società in Friuli" degli emeriti professori universitari Giuseppe Francescato e Fulvio Salimbeni, pubblicato due anni prima, nel 1976.
Si profilava uno scontro simile a quello tra Davide e Golia. Da una parte il misero Davide (che, tra l'altro, aveva potuto vedere la luce interamente a mie spese); dall'altra Golia: l'accademico professor Fulvio Salimbeni.
Egli non perse tempo. Su "Quaderni Giuliani (figurarsi se non potevano e possono essere "giuliani" - n.d.a.) di storia", I, 1, 1980, pp. 51-68, aprì l'offensiva.
Dopo aver confessato che l'argomento "è molto impegnativo e scottante, e fino ad oggi per la verità non è stato mai esaminato in maniera sistematica e approfondita, poiché ci si è sempre e solo limitati a ricordare che lo studioso goriziano (l'Ascoli - n.d.a.) fu il coniatore del termine Venezia Giulia per indicare l'insieme dell'Isontino (figurarsi se si poteva scrivere Friuli orientale goriziano! - n.d.a.), di Trieste e dell'Istria, senza cercare di comprendere le motivazioni di fondo di tale scelta concettuale."
Dunque un merito innegabile quel librettino l' aveva: quello di smuovere le arche della storiografia a lavorare finalmente!
Ma la severa stroncatura di Golia arrivò proprio al termine di questa confessione: "Il più clamoroso e recente esempio di distorcimento e stravolgimento del pensiero ascoliano al riguardo è dato da G. di Caporiacco, Venezia Giulia, la regione inesistente, Chiandetti, Reana del Roiale (UD) 1978."
Il nostro non si rese conto che con quella citazione-stroncatura apriva davanti al misero Davide librettino le grandi porte del pensiero accademico.
Se il cortese lettore non ha ancora letto quanto appare nel link GEOGRAFIA "Le carte geografiche del Friuli unito", cortesemente là lo rimandiamo.
Ci siamo posti due domande su Golia: là vi è la nostra risposta alla seconda. E qui rispondiamo alla prima: perché non si rispose agli attacchi del Salimbeni a suo tempo?
Risposta: perché avevo altro da fare.
La mia prima moglie, Milvia, era allora molto ammalata (morirà nel 1983) e io dovevo occuparmi principalmente di lei. Dall'anno della sua morte non ho più pubblicato nulla su argomenti che avessero attinenza con questa polemica. In verità ho pubblicato pochissimo come si può rilevare anche scorrendo l'elencazione dei miei lavori (si confronti RAGGUAGLI).
Ecco perché rispondo qui adesso.
Non sono abituato a discutere le critiche giuste, specie se provengono da cattedratici verso i quali, avendo io conseguito solo un modesto diploma di geometra, mi sento in obbligo di riverenza.
Ma il Salimbeni ha scritto: "Il più clamoroso e recente esempio ecc. ecc. "già riportato.
Oppongo al suo giudizio quello di Sergio Tavano (che si può leggere in appendice a "VENEZIA GIULIA REGIONE INESISTENTE"), goriziano e anche lui cattedratico: "Che il nome ascoliano si prestasse a rivendicazioni irredentistiche o a interpretazioni nazionalistiche è più che evidente."
Ma il Salimbeni (nota 42, pag. 61), dopo aver definito "libello" il mio povero libretto e averlo giudicato "nullo sul piano storiografico" (ma allora perché occuparsene ripetutamente e a lungo nel tempo, con dovizia di note e stralci?) afferma che esprimerebbe "abbastanza bene le tendenze più polemiche e faziose di certa pseudocultura friulana, chiusa in una visione meschina e angusta dei problemi della storia locale, contro la quale ha efficacemente ed energicamente reagito di recente Carlo G. Mor in un puntuale interevento su "Ce fastu? del 1978, pp.5-24, non a caso intitolato 'Il pericolo di provincializzazione della storia friulana'".
Pare che il Mor se la sia presa con me e con il mio lavoro e invece quel suo scritto riguarda altri autori e altre pubblicazioni.
Il prof. Mor, invece, oltre che avermi fatto l'onore di pretendere che gli dessi del tu, concretamente aveva dimostrato in quel tempo di apprezzare i miei modesti lavori, sia prima del 1977-78 (ma documentare questo conterebbe poco), sia dopo l'uscita del "libello" che tanto ha irritato e irrita Salimbeni e i suoi.
Nel 1981 uscì "Maniago pieve feudo comune", pubblicazione coordinata da Mor, e in essa c'è il mio contributo "L' emigrazione" (pagg. 487-501).
Su "Memorie storiche forogiuliesi", 1982, vol. LXII, pagg. 179-180, si può leggere la recensione di Carlo Guido Mor di un lavoretto intitolato "Quadèrs di chei di Vilalte di di Ciaurià", recensione che così si conclude:
"Discuterne i risultati (delle ricerche - n.d.a.) è impresa disperata e neanche il  più scaltrito critico potrebbe riuscirvi: ogni parola, si può dire, si appoggia su un documento: non c'è, dunque, che accettare le conclusioni e compiacersi per la lunga attività di studioso di Gino di Caporiacco (è chiaro che la stesura è sua) che, per la mentalità che gli è propria, si rivolge alla vita 'non eminente', ma a quella modesta di ogni giorno: la propria chiesa, in convento e la colombaia."
Essendo questo scritto di Mor del 1982, quel suo compiacimento per la mia "lunga attività di studioso" mi pare esteso anche al "libello" così irritante per Golia. Certo mi esclude sicuramente dal novero di quelli che Mor duramente aveva criticato nel 1978 e tra i quali il Salimbeni, assai poco elegantemente e correttamente, ha cercato di farmi apparire.
Dopo questo scontro con Golia ne seguì un altro
Sul "Corriere del Friuli" apparve, scritto da me, "Venezia Giulia e Litorale tergestino - Attualità del pensiero di Ascoli" (giugno 1980, anno VIII, n.6, pag. 4). Ecco quel testo.

1 - Gli ebrei d’Italia

«Perché ci sentiamo noi così profondamente patrioti? Forse perché ci siamo “assimilati”? Ma che cosa significa mai la parola assimilazione per noi? Noi siamo sempre stati “naturalmente” italiani; anzi i caratteri della nostra religione, che ci univa attraverso i confini delle varie provincie italiane soggette ai più diversi domini stranieri e infinitamente diverse fra loro, hanno fatto sì che noi non subissimo differenziazioni di sorta sotto il cielo del Lazio o sotto il cielo di Lombardia. Se v’è differenza di italianità tra un siciliano e un piemontese non ve n’è, non ve ne potrà essere alcuna tra un ebreo di Sicilia e un ebreo di Piemonte».

(«La Settimana Israelitica» - A.I.N., n. 11 del 1° aprile 1910; cfr. G. Bedarida «Ebrei d’Italia», Soc. Editrice Tirrena, Livorno; 1950; pag. 256).

2 - Gli ebrei al confine orientale d’Italia

Fra i diversi decreti emanati da Giuseppe II (1780-1790) in favore degli ebrei, di grande importanza è quello del 1787, con il quale l’imperatore ordina ai sudditi di confessione mosaica «che portar debba (d’ora innanzi) ogni padre di famiglia per la sua famiglia ... un determinato Nome di Casata».

Allo stesso tempo viene ordinato agli ebrei di scegliere «pronomi tedeschi».

Scrisse I. Zoller («La circoscrizione degli ebrei di Trieste nel 1788» in «Messaggero israelitico» di Trieste, n. 2; sett.-ott. 1913, ripubblicato in estratto a Udine, Tipografia D. Del Bianco; 1913) che «l’autorità locale non aveva tenuto conto delle circostanze speciali in cui si trovava la “Nazione Ebrea” di questa città, e che rendevano superfluo qualsiasi cambiamento tanto nei casati quanto nei nomi».

Infatti i capi ebrei triestini inviando al Capitanato circolare La «nota de nomi d’ogne individuo della Nazione esistenti in oggi in questa città e Porto Franco» invitavano l’autorità a voler riflettere:
«1.mo Esser regolata la nostra Nazione qui sull’uso della Lingua Italiana, come la massima parte oriundi dal (sic) Italia, ed istruiti in essa Lingua soltanto».(Cfr. anche G. Bedarida, op. cit.; pag. 236).

N. M. Gelber ha dimostrato («Revue des Etudes Juives» - T. LXXXIII, n. 166 del 1° aprile 1927) come, all’epoca della convocazione del Sinedrio napoleonico (1806), quasi unicamente gli ebrei, a Trieste, ov’erano giunti forse avanti il Mille, serbassero ancora intenso affetto all’Italia (...) così che, volgendo gli anni della Grande Guerra, agli occhi del popolaccio e della polizia austriaca «ebreo» era divenuto sinonimo di «italiano». (G. Bedarida, op. cit.; pagg. 231-32).

Secondo il Bedarida «sono appunto gli ebrei fra i primi a creare un movimento irredentistico, diremo così, politico e scientifico».

Tra i nomi e i giornali elencati, quello di Carolina Luzzatto che «seguendo le traccie del grande I. G. Ascoli direttrice de “Il Corriere Friulano” di Gorizia, e Mario Luzzatto, a Gradisca (...)».

Sempre Bedarida scrive: «Fenomeno altamente significativo: gli Ebrei di origine tedesca o magiara oppure greca, che, al tempo dell’Austria, si stabilivano nella Venezia Giulia, non tardavano ad “italianizzarsi” Sicché la quasi totalità del nucleo ebraico in terra irredenta gravava per la sua cultura sulla Penisola, e, ad onta dell’origine di gran parte dei suoi membri, era “italianizzante” nelle sue manifestazioni e nelle sue aspirazioni».

Il 17 agosto 1883, a Trieste, ci furono disordini. Una ragguardevole folla, a causa della esplosione di un petardo avvenuta durante una manifestazione indetta per festeggiare la vigilia del genetliaco dell’imperatore, perpetrò eccessi «che non potevano prevedersi dagli organi della polizia e non potevano poi impedirsi specialmente a motivo che appunto gran parte della forza pubblica dovette impiegarsi in guardia dei locali redazionali de “L’Indipendente” del Ghetto e dell’edificio del consolato italiano, temendosi in que’ luoghi lo scoppio di disordini» (atto di accusa contro Enrico Jurettig da Gorizia e Riccardo Zampieri da Trieste, redattori responsabili del giornale triestino «L’Indipendente», atto di accusa rinvenuto da Bruno Coceani tra le carte custodite dalla famiglia di Riccardo Zampieri, n. 462, 1° febbraio 1884, Innsbruck e pubblicato in «Un giornale contro un impero», sta in «Pagine di passione giuliana - Volontari irredentisti nell’amore e nell’insegnamento di Guglielmo Oberdan», Società Editrice Mutilati e Combattenti, Trieste, 1932; pagg. 98-99).

Il fatto che quella che G. Bedarida definisce «la teppa triestina» (op. cit.; pag. 233) facesse temere alla polizia austriaca di voler assaltare la sede del giornale irredentista, il ghetto e il consolato italiano dà effettivamente la prova che gli ebrei al confine orientale d’Italia erano la punta del nazionalismo italiano.

3 - Una giovanile definizione di «nazionalità» data da G. I. Ascoli

«Un grande aggregato di persone che parlano la medesima lingua materna, se anche tutte non nascono dalla medesima stirpe; che hanno consimili costumi e vivono per ruolo unite, costituisce certo una nazione; anzi io credo che quasi ogni nazione così si possa definire.

Possono le popolazioni che formano unite una nazione, o ubbidir tutte allo stesso dominante, od a vari essere sottoposte.

Le qualità che servono a distinguere una nazione, formano ciò che s’appella una NAZIONALITA’.

Un uomo, una città, una provincia più o meno può alla propria nazionalità nutrire affetto, secondo che più o meno alla propria nazione si leghi colle relazioni che emanano dalle qualità che la contrassegnano.

L’identità della lingua annoda strettissime relazioni morali (Scienza, leteratura (sic), poesia) e materiali; la conformità de’ costumi relazioni d’abitudini amate; la contiguità della dimora, porta seco unito alla favella comune, comunanza di bisogni, di sentire, spesso di storia, la quale genera conformità d’idee. (...).

Premesse queste considerazioni, vengo a parlar della nostra città, Gorizia. Dirò che il popolo di Gorizia buono di cuore, non per propria colpa, né per quella del tirannico sistema che l’oppresse, non è in cultura avanzato tanto da poter, com’è ora missione d’ogni popolo libero, prender attiva parte al risorgimento sociale.

A questo popolo pochi illuminati vorrebbero imporre a loro piacimento l’amore ad una nazionalità e a gara pretenderebbero ch’egli si sentisse italiano, slavo o tedesco, secondo ch’essi si professano, italiani, slavi o tedeschi.

Questo popolo è attaccatissimo per suolo all’Italia (se anche dalla Slavia non lungi) ed è (ciocché tronca in paese di confine la questione) di lingua italiano, di costumanze in grandissima parte italiano, e dunque indubitatamente italiano per nazione non ha amore, a veruna nazionalità, a cagione come si disse, dell’or cessato sistema d’oppressione, che inceppava lo sviluppo morale. Quanto a storia è vero che sentimenti d’antiche storie italiane non si può suscitare in lui se per esempio i suoi antichi conti erano feudatari del patriarca d’Aquileja, patriarca signor del Friuli, o se pur l’investitura quelli s’ebbero un dì dalla Veneta Repubblica, da doge Tommaso Mocenigo (1420).

Ma se non l’italiana, verun altra storia è atta ad ispirar Gorizia, e se da secoli austriaca, non scorge niente di suo nella gloria d’un Praghese o d’un nato a Lemberga (1).

Giorno di storia affettuosa, giorno italiano, sia il primo per lui quello ove la Costituzione promulgata a Vienna gli permise o quasi gli impose di svegliarsi conforme alle sue qualità, ITALIANO».

(«Gorizia italiana, tollerante, concorde - Verità e speranze nell’Austria del 1848» - G. I. Ascoli, Settembre 1848 - Gorizia, tip. Paternolli (pagg. 1 e segg.).

4 - Dopo la guerra del 1866

Evidentemente l’andamento avuto dalla terza guerra di indipendenza aveva convinto Ascoli della impossibilità di ottenere con le armi l’annessione dei territori «irredenti».

Scriveva nel 1895, ripetendo quanto aveva scritto «or son parecchi anni, a un molto autorevole straniero, che s’era compiaciuto d’interrogarmi con amorevole insistenza. Gli diceva rapidamente: — “Dopo Sadova e Lissa, l’idea dell’annessione mi pare un vano tormento. Gli Slavi, d’altra parte, hanno pur diritto al libero svolgimento della loro civiltà e coltura; solo non hanno il diritto di premere malamente sugli Italiani; e giustizia vorrebbe che, per quanto concerne le scuole e le ripartizioni amministrative e giudiziarie, il Governo li ripiegasse (senza rimuoverli dalle loro sedi, ben s’intende) verso la Slavia, piuttosto che secondarne i propositi aggressivi, contrari del resto a ogni ragion di civiltà e agl’interessi legittimi dell’Austria stessa».

5 - Ascoli e l’irredentismo

Pare di cogliere una preoccupazione a mostrare Ascoli irredentista (2).

Sebastiano Timpanaro (« I critici », vol. I, pag. 318; 1969, Marzorati, Milano, poi ripreso da altri, come Milena Radoni Zucco in «Profilo biografico di Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907)», sta in «Graziadio Isaia Ascoli e l’Archivio glottologico italiano», Soc. Filologica Friulana; 1973, Udine, Doretti, pag. 43) scrive: «E’ probabile che nell’ondata reazionaria di fine Ottocento l’Ascoli vedesse anche il pericolo di un nuovo antisemitismo (erano gli anni dell’affaire Dreyfus in Francia, e una componente antiebraica c’era anche nell’estrema destra italiana). Per analoghi motivi l’Ascoli, goriziano e fervente patriota, manifestò forti riserve nei riguardi dell’irredentismo che, tra la fine del secolo scorso e i primi decenni del nostro, assumeva toni sempre più sciovinistici, ben lontani dal patriottismo risorgimentale».

Certo Ascoli pensava fosse possibile quella «tolleranza», che lo aveva giovanissimo ispirato allorché scrisse «Gorizia italiana, tollerante, concorde», ancora nel 1899.

Concludendo un articolo intitolato «Italiani e slavi della Venezia Giulia», pubblicato su «La vita internazionale», 20 novembre 1899, anno II, n. 4, affermava: «Un pubblicista rumeno scriveva or non è molto, che basterebbe il soffio di un uomo di genio a far di tutta l’Austria-Ungheria uno Stato sinceramente federativo, dove i tre milioni di Rumeni ungarici come i trecentomila Italiani della Venezia Giulia, avessero tranquilla e sicura l’esistenza nazionale, non meno d’ogni altra gente più numerosa».

Ma quello stesso articolo comincia così:
«Il sentimento italiano prorompe dalla Venezia Giulia più gagliardo che mai, eccitato dai nuovi assalti degli slavi. Sarebbe difficile immaginare una lotta più aspra di quella che si combatte laggiù.

Le schiere che si stanno di fronte non rappresentano il solo contrasto tra nazione e nazione, ma rappresentano insieme la lotta suprema fra la vecchia gente e la nuova. Nudrita per lunghissima tradizione, di civiltà signorile e di larga cultura, la vecchia gente si ribella, come per istinto, all’idea che le sorga contro, emula e superba, una gente che le soleva stare accanto, quasi suddita naturale, muta nei secoli e incosciente. La gente nuova obbedisce, dal canto suo, a impeti selvaggi, stimandosi vindice del passato e arbitra dell’avvenire. Ed ha le spalle assicurate.

La minaccia slava, massime in determinate parti della Venezia Giulia è forse ben più grave ancora che non paiano credere quegli italiani tanto insidiati, i quali provano il bisogno di una fede, che permetta loro di non disperare. Il simbolo della fede è ad ogni modo l’alabarda di San Giusto (3), come è stato in altri tempi il leone di San Marco».

6 - Il «Litorale tergestino»

In realtà, nel 1895, Ascoli sembra non credere nella possibilità che l’Italia possa ottenere dall’Austria territori «irredenti». A proposito di «irredenti» e di «irredentismo» scrive: «Onde l’Italia, che in effetto non ha se non molto scarsa materia da rivendicare, è diventato il paese classico delle intenzioni recuperatorie; e l’irredento e l’irredentismo son tra le poche parole italiane che ai giorni nostri sien diventate parole europee» (4).

La guerra non gli pare una soluzione possibile: «Lo Stato Italiano non si esporrà a ripetere l’esperimento della Francia del secondo Impero, la quale, per non bastarle quello che pur aveva al Reno, s’è ridotta alla sinistra della Mosella. Perché l’Austria deponesse le armi in una lotta per la proprietà di Trieste e di Pola, bisognerebbe che avesse patito così lunga serie di disfatte, da non parer probabile che l’Italia mai gliene infligga» (5).

Gli balena anche l’idea di un territorio italiano inserito nell’impero austroungarico: il «Litorale tergestino».

«Il Friuli goriziano. Gorizia, il Monfalconese, e di là per la stretta di Duino, Trieste e l’Istria occidentale, ecco il territorio italiano bene unito, di cui un Governo davvero illuminato avrebbe a formare una circoscrizione autonoma con Trieste capitale. Il litorale, che ora si dice austro-illirico, diventerebbe così, nella sua sezione occidentale, il Litorale tergestino» (6).

Ma l’irredentismo italiano, via via sempre più prorompente, continua a far propria la «bandiera» ascoliana della Venezia Giulia (e della Venezia Tridentina), da lui issate nel 1863.

L’irredentismo spingerà l’Italia alla guerra, mentre Ascoli pensava ormai ad un «Litorale tergestino» da costituirsi in pace (7).

7 - Analisi e attualità del pensiero ascoliano

Cercando di interpretare con spirito scevro da valutazioni preconcette, il pensiero di Ascoli, esso appare sostanzialmente lineare se si considera che:

  1. preminente in lui era la preoccupazione della «italianità»;
  2. non ritenendo possibile che l’Italia conquistasse con le armi i cosiddetti territori irredenti, pensò costantemente ad un territorio «italiano» inserito nell’impero austro-ungarico;
  3. sentì la necessità di definire fisicamente questo territorio (e allora nascono le «etichette»: nel 1863 quella — più fortunata, perché perfettamente aderente all’espansionismo italiano, concretatosi nella guerra 1915-18, in quella guerra che Ascoli riteneva impossibile — di «Venezia Giulia» e l’altra del 1895, ovviamente meno fortunata, per ragioni opposte, di «Litorale tergestino»);
  4. in questo contesto ideale (immutabilità delle frontiere) è ovvio che Ascoli pensi che «il Friuli goriziano, Gorizia, il Monfalconese» (quale perfetta comprensione di realtà etnico-territoriali!) non possano che gravitare verso Trieste, unendosi «per la stretta di Duino» appunto a Trieste e all’Istria occidentale;
  5. egli — e lo afferma chiaramente nel 1863 sa che «in certe congiunture, i nomi sono più che parole. Sono bandiere issate, sono simboli efficacissimi, onde le idee si avvalorano e si agevolano i fatti».

Si tratta quindi di verificare se oggi esistono ancora le ragioni per le quali il Friuli goriziano, Gorizia, il Monfalconese possono considerarsi nelle stesse obiettive condizioni ante 1918 (e, forse meglio, ante 1963, ovvero prima della promulgazione dello statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia, guarda caso a 100 anni esatti dalla coniazione del termine ascoliano), oppure se le condizioni non siano mutate, nel senso che questa area ha ormai una propria identità per proporsi come «terza regione» (si confrontino le ipotesi avanzate da «Voce isontina») o, ancora, se pur costituendo una identità da garantire e da preservare — non si possa riflettere sulla preminente friulanità d’essa.

Ma queste riflessioni e le conseguenti scelte devono essere fatte nel Friuli goriziano, a Gorizia, a Monfalcone (seguiamo la distinzione ascoliana), e non già a Udine o a Trieste.

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(1) Questa affermazione, in verità, non par certo in sintonia con veri sentimenti mitteleuropei!
(2) Si confronti anche Fulvio Salimbeni: «G. I. Ascoli, uomo del Risorgimento» in «Iniziativa isontina», 71, 1979, pag. 8. L’autore si sforza di presentare un Ascoli «sterilizzato», perdonandogli sfoghi nazionalisti come quello antislavo che qui, invece, per puro dovere di obiettività più avanti riproponiamo.
(3) Che sia oggi sopra il «melone»?
(4) «Gli irredentisti» in «Nuova Antologia», III serie, vol. LVIII, 1895, pag. 35,
(5) N. A. cit., pag. 67.
(6) N. A. cit., pag. 74.
(7) «Un’utopia pur questa, direte voi. Ma vera utopia intanto no, io vi rispondo, perché tal disegno altro in fondo non è se non la riproduzione migliorata di quello che era stata l’Intendenza d’Istria, compresa nelle Provincie Illiriche secondo che il primo Napoleone le formava, compresa ma distinta, e costituita dai distretti di Gorizia, Trieste, Capodistria e Rovigno. La differenza starebbe essenzialmente solo in ciò, che quella circoscrizione l’aveva fatta la guerra, laddove la nostra o la futura dovrebbe essere fatta dalla pace» (ivi).

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Anche con questo scritto Golia se la prese di brutto sempre da quei "Quaderni Giuliani di storia", I, 2, 1980, pp. 115-120, in "Note e documenti ascoliani".
Secondo Golia, "Il Caporiacco, perseverando nell'intento di far passare l'Ascoli per un nazionalista esagitato, imperialista e slavofobo, ritorna sulla figura del grande glottologo goriziano per dimostrare, contro ogni prova storica, la sua tesi, che non ha nulla a che vedere con un'obiettiva ricostruzioni storiografica, ma è semplicemente un falso compiuto per fini angustamente municipalistici e smaccatamente ideologici." 
Continua a darmi del "libellista friulano" e giù randellate a non finire.
Di questo nuovo attacco salimbeniano è detto anche nel citato capitolo che si legge in GEOGRAFIA..
Così là si legge  un accenno all'intervento del prof. Hans Goebl dell' Università di Saliburgo al quale erano giunte non le pagine del mio libretto ma le stroncature salimbeniane, che tanto merito hanno avuto e ancora hanno nella diffusione del mio pensiero.
Ecco come quel mio modesto libretto del 1978 venne conosciuto dallo studioso austriaco.

INSTITUT FÜR ROMANISTIK

DER UNIVERSITÄT SALZBURG

Hans Goebl

A-5020 SALZBURG, 28.2.1984

AKADEMIESTRASSE 24

TEL.06222/44511/440-45

Signor
Gino di Caporiacco

Distinto Signore,
Dopo aver letto il suo eccellentissimo libro sulla genesi del coronimo VENEZIA GIULIA mi sono rivolto alla SFF per aver il suo indirizzo privato. Siccome la SFF ha risposto ieri, sono in grado di mettermi in comunicazione con Lei.

Io sono linguista o meglio romanista. Questioni onomastiche come quella intorno a VENEZIA GIULIA entrano nel mio mestiere. Camminando in questa linea sto preparando un articolo sul tabù linguistico in sede di onomastica. Le ricordo che Hitler aveva vietato l’uso del nome AUSTRIA per far estinguere l’essenza ossia la cosa dell’Austria alla stessa maniera come gli fascisti italiani procedettero col nome di Tirolo e così via.

Per una descrizione adeguata di tali procedimenti onomastici eufemistici occorrono spesso dettagli del tutto intimi dell’uso onomastico in questione, dettagli che normalmente sono difficilmente reperibili da fuori. 

Hans Goebl

Ed ecco un interessante volumetto  che tratta dell'argomento 

 

Griazer
Linguistische Studien

23

Magie: Sprache

Fruhjahr 1985

  Herausgeber und Eigentümer:
N. Denison, K. Sornig
HP. Gadler, H. Grassegger
alle:
Institut für Sprachwissenschaft
der Universität Graz

Mozartgasse 8
A–8010 Graz

Verantwortliche Redaktion:
K. Sornig, Ch. Penzinger

 

Hans Goebl

Linguistische Macht Über Namen ? Politische Macht
Über Deren Träger

Oder:

Das Rumpelstilzchen–Syndrom
Bemerkungen zur Sprachmagie bei Choronymen (1)

0. Die zwei Seiten des Rumpelstilzchen–Syndroms

0.1 Das negative Rumpelstilzchen–Syndrom

Bei den Brüdern Grimm liest sich die Sache folgendermaßen: als die durch unbedachte Versprechungen gegenüber einem unbekannten Männchen zur Königin avancierte ehemalige Müllerstochter ihr erstes Kind geboren hatte, trat besagtes Männchen in ihre Kammer, forderte das Kind als Entgelt für seine früheren Leistungen und sprach zur Königin: "Drei Tage will ich Dir Zeit lassen. Wenn Du bis dahin meinen Namen weißt, so sollst Du Dein Kind behalten." Nun, der Rest darf als bekannt vorausgesetzt werden: ein Zufall bringt die Königin auf die Spur des Namens des bis dato unbenannten Männchens, das – sich in völliger Sicherheit wiegend – nächtens mitten im Wald um ein Feuer tanzt und dabei singt:

"Ach, vie gut, daß niemand weiß,

daß ich Rumpelstilzchen heiß!".

Als das Rumpelstilzchen am nächsten Tag feststellen muß, daß die Königin seinen Namen erfahren hat, gibt es sich wutentbrannt den Tod.

Der soziale Sinn dieser beim Rumpelstilzchen beobachteten mythischen Relation zwischen Namen und Namensträger besteht darin, daß nur der Namensträger Herr über diese Relation ist und nur er demnach die volle Freiheit und damit auch die (fast gottgleiche) Macht hat, sich von der ihn umgebenden Gesellschaft durch die Geheimhaltung seines Namens und – magisch gedacht – daher seines wahren Ichs auszuschließen. (2) Hier liegt also Macht durch negative Kontrolle über die Relation Namen–Namensträger vor. Ich will diesen Sachverhalt hier provisorisch als "negatives Rumpelstilzchen–Syndrom" bezeichnen.

0.2. Das positive Rumpelstilzchen–Syndrom

Es gibt aber auch den umgekehrten Effekt, nämlich daß soziale Macht durch die bewußte Schaffung und Publikmachung einer Relation zwischen Namen und Namensträger ausgeübt wird bzw. ausgeübt werden soll, wobei es durchaus denkbar ist, daß anfangs weder Namen noch Namensträger in der später beobachtbaren Weise existieren. Doch liegt es in der Natur der faculté du langage des Menschen, einen Namen nach signifiant und signifié zu schaffen und dazu das zu erfinden/konstruieren, was hier Namensträger oder – in der Terminologie der Semantiker – referent, Gegenstand, Extension etc. genannt wird. Das magische Denken geht davon aus, daß dem Benennen der Welt deren Beherrschung folgt. "Tant crie–t–on Noël qu’a la fin il arrive" sagt ein französisches Sprichwort, ein deutsches wiederum, daß man den Teufel nicht an die Wand malen solle, sonst stiege er herab. Aus anthropologischer, ethnologischer, religionswissenschaftlicher, volkskundlicher und sozialpsychologischer Sicht sind mit diesem "positiven Rumpelstilzchen–Syndrom" zahlreiche Forschungsthematiken angesprochen, die von Tabu, Fetisch, Mana über Namens — und Wortmagie, Volksetymologie., Euphemismus bis hin zur selbsterfüllenden Prophezeiung (self fullfilling prophecy) reichen.

Zahllose Anwendungsfälle des positiven Rumpelstilzchen–Syndroms finden sich im Bereich politischer Sprache, wo auch der Wahrheitsgehalt des alten lateinischen Sprichwortes "nomen est omen" öfter als anderswo unter Beweis gestellt wird. Besonders hoch ist die Wirksamkeit des positiven Rumpelstilzchen–Syndroms im Bereich der politisch induzierten Namenscöpfung bzw. des politisch induzierten Namenskampfes. Dem gelernten Österreicher, der die Tabuisierung des Namens "Österreich" (später auch der hiefür zunächst verwendeten Ersatzform "Ostmark"), die tolomeischen (3) Namenszaubereien in Südtirol oder die Ereignisse des Südkärntner "Ortstafelsturmes" in Erinnerung hat und kennt, sind Macht und Wirkungsmechanismen derartiger Namensschöpfungen und Namenskämpfe durchaus vertraut.

Eher die Ausnahme denn der Regelfall dürfte es sein, daß sich Fach— genossen – also Linguisten – als Namensschöpfer, Namenspropagatoren, ja sogar als Namensideologen betätigen. Im gegenständlichen Falle handelt es sich um zwei italienische (und – in Anbetracht ihrer Biographie – durchaus altösterreichische) Linguisten, von denen der eine, Graziadio Isaia Ascoli (4), als Schöpfer und der andere, Matteo Bartoli (5), als Propagator und Exeget eines Landschaftsnamens (Choronyms) aufgetreten ist. Das fragliche Choronym lautet "Venezia Giulia". Die jedem Altösterreicher durchaus bekannten Synonyme wären:

dt. "Küstenland"

it. "Litorale"

slov. "Primorska"

Aus geographischer Sicht ist darunter jenes Gebiet zu verstehen, das zwischen der alten österr.–italienischen Grenze (im Bereich von Ostfriaul) und der von Italien nach 1918 gegenüber Jugoslawien erreichten Grenze (im Bereich von Westkrain) eingeschlossen ist.

  • 1. G. I. Ascoli — Namensschöpfer im Dienste einer kulturpolitisch verstandenen italianità
  • Im Jahre 1863, also zwei Jahre nach der Proklamation des Regno d’Italia und zwei Jahre nach seiner eigenen Berufung auf eine linguistische Lehrkanzel an der "Accademia scientifico–letteraria" von Mailand, veröffentlichte Ascoli nacheinander in zwei Zeitschriften – zunächst in der "Alleanza" und dann im "Museo di famiglia" – einen anonymen Kurzaufsatz mit dem Titel "Le Venezie", in dem er unter klarer Anspielung auf die risorgimentalen Probleme rund um die nach 1859 noch bei Österreich verbliebenen italienischsprachigen Gebiete (Trentino, Veneto, Küstenland) expressis verbis und unter Hinweis auf den hohen politischen Nutzwert derartiger Terminologien die folgenden Choronyme vorschlägt:

  • für altes:
  • sage nunmehr:
  • provincie venete
  • Venezia propria
  • Trentino
  • Venezia Tridentina o Retica
  • provincia (...) che rinserra Gorizia, Trieste e l’Istria
  • Venezia Giulia

    Ascoli hat sich erst 1878 in einem Leserbrief an eine Mailänder Zeitschrift zu seiner Urheberschaft des Choronyms "Venezia Giulia" bekannt und ein Jahr später, 1879, die ursprüngliche Version von 1863 mit einigen Änderungen in der betreffenden Mailänder Zeitschrift ("La Stella dell’Esule") erneut veröffentlicht. In Anbetracht der Wichtigkeit der von Ascoli dem neuen Choronym zugeschriebenen linguistischen und meta— linguistischen Intentionen gebe ich hier den gesamten Text des fraglichen Artikels von 1863 wieder. Emendationen von 1879 stehen in eckigen Klammern.

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  • "In certe congiunture, i nomi sono più che parole. Sono bandiere [alzate] issate, sono simboli efficacissimi, onde le idee si avvalorano e si agevolano i fatti.

    Noi ci troviamo in qualche imbarazzo, quando vogliamo nominare le contrade d’Italia settentrionale che sono al di là dei confini amministrativi della Venezia.

    Se, dicendo il Trentino, possiamo forse intendere tutto quel paese che gli Austriaci chiamano Welsch—Tyrol: nel dir l’Istria, all’incontro, manifestamente lasciam dubbia l’inclusione di Trieste, e omettiamo di certo il Goriziano. Ci bisognano veramente tre o quattro nomi, senza che tuttavia si raggiunga una sufficiente precisione; e son nomi privi tutti [di certo prestigio nazionale] di un sufficiente splendore, i quali danno altresì l’idea di una esuberanza di pretese, di un frazionamento nell’ordine etnografico che in realtà non esiste, e sotto i quali, a cagione delle convenienze diplomatiche, in nessun atto per poco solenne possono ancora vantarsi o sperarsi da noi abbracciati i desideratissimi fratelli di quelle contrade.

    Ma a [ad esprimere] nominare con unico e appropriato e opportuno vocabolo tutto ciò che nell’Italia nordico–orientale ancora [ne manca ancora] ci manca, la geografia, la etnologia, la storia e l’uso della lingua nostra vengono a suggerirci la cara parola che abbiam posto in fronte a questo cenno: Le Venezie.

    Noi diremo Venezia Propria il territorio rinchiuso negli attuali confini amministrativi delle provincie venete; diremo Venezia Tridentina o Retica (meglio Tridentina) quello che pende dalle Alpi Tridentine e può aver [per capitale] Trento per sua capitale; e Venezia Giulia ci sarà la provincia che tra la Venezia Propria e le Alpi Giulie ed il mare rinserra Gorizia, Trieste e l’Istria. Nella denominazione comprensiva "Le Venezie" avremo poi un appellativo che per ambiguità preziosa [esprime in classica italianità] dice classicamente la sola Venezia Propria, e perciò potrebbe star sin d’ora, cautamente ardito, sul labbro e [sulla penna] nelle note dei nostri diplomatici.

    Noi ci stimiamo sicuri del buon effetto di [tale] questo battesimo sulle popolazioni (tridentine e giulie) a cui intendiamo amministrarlo; le quali ne [sentono] sentiranno tutta la verità. Trieste, Roveredo, Trento, Monfalcone, Pola, Capodistria, [hanno] parlano la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormons, quella d’Udine e di Palmanova. Noi abbiamo in ispecie ottime ragioni d’andar sicuri che la splendida e ospitalissima Trieste s’intitolerà con [gaudio] orgoglio la Capitale della Venezia Giulia. E non ci resta che di raccomandare questo nostro battesimo al giornalismo nazionale; bramosi che presto [sorga il dì] surga il giorno in cui raccomandarlo ai Ministri e al parlamento, [d’Italia] e al valorosissimo [suo Re] dei Re", Text nach Caporiacco (1978:6f.).

  • Die ascolische Wortschöpfung ist von der Historiographie sowohl deutsch – wie italienischsprachiger Provenienz mehrfach behandelt worden: cf. dazu Gatterer (1968:57–59), Caporiacco (1978) und Salimbeni (1980), die beiden letzten Beiträge passim. Selbstverständlich finden sich auch zahlreiche Hinweise auf Ascolis Onomaturgie im direkt und indirekt mit dem risorgimentalen Irredentismus befaßten italienischsprachigen Schrifttum: cf. etwa Vivante (1912:164) oder Bartoli (1924:68ff.) Auch in Migliorinis "Parole d’autore (Onomaturgia)" (1975:106) figurieren die Choronyme Ascolis "Venezia Giulia" und "Venezia Tridentina".

    Alle Autoren stimmen in bezug auf die bei Ascoli anzunehmenden Intentionen bei der Namensschöpfung überein:

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  • "In dem Moment, in welchem Begriffe wie Venezia Giulia oder später Alto Adige heimisch geworden waren, in welchem sie nicht nur von irredentischen Zeitungen und Politikern, sondern auch von den Gegnern der Annexion der neu benannten Gebiete gebraucht wurden, war für den Irredentismus eine andere Ausgangsposition geschaffen. Es ist nicht ein und dasselbe, ob man für Italien das Tirolo Italiano oder die Venezia Tridentina reklamiert; die Namengebung verändert zwar nicht das Wesen des Gebietes, aber sie verändert den Charakter des Anspruchs, sie verschafft optisch den Rechtstitel. Es handelte sich um eine "nomenklatorische Annexion", die ohne Rücksicht auf ihre Wissenschaftlichkeit in der Folge nicht nur zum agitatorischen und politischen Instrument wurde, sondern auch als scheinbarer Rechtstitel wirkte", Gatterer (1968:57).

    "La scelta del termine rispondeva intanto ad una precisa ragione politica, poichè esso, pregnante di significati storici e culturali, si contrapponeva efficacemente al neutro termine amministrativo usato dal governo austriaco per definire la medesima, entità territoriale, cioè Litorale Austriaco, un vocabolo volutamente anonimo, che impediva di suscitare attriti e contrasti tra italiani, slavi e tedeschi, e che aveva le sue origini nelle riforme illuminate settecentesche dell’età tardoteresiana e giuseppiana", Salimbeni (1980:59).

  • Gleichwohl bleibt fraglich, ob Ascoli selbst mit seiner Namensschöpfung jene weitreichenden "imperialistischen, expansionistischen, annexionistischen und antislawischen" Absichten (6) im Visier hatte, die während des Faschismus offen zutage traten und die von Bartoli im Jahre 1924 deutlich angesprochen wurden (7). Aus verschiedenen Äußerungen Ascolis zum italienischen Irredentismus (v. a. Ascoli 1903) läßt sich ableiten, daß er durchaus nicht an weitreichende Verschiebungen staatlicher Grenzen im Bereich seiner "Venezie" und damit auch nicht an jenen staatspolitisch induzierten Kulturimperialismus dachte, der nach 1918 in den "Tre Venezie" die Oberhand gewann. Ascoli gilt zwar im gesamten italienischen Schrifttum sprachwissenschaftlicher und wissenschaftsgeschichtlicher Ausrichtung seit eh und je als der typische italo–patriotische Gelehrte. Doch übersieht meines Erachtens diese Historiographie – bis auf wenige Ausnahmen (8) –, daß Ascoli als – seiner Herkunft nach – mitteleuropäischkakanischer Jude sowie als – seiner politischen Einstellung nach – demokratisch—republikanischer Föderalist und damit Gegner des mazzinianischen Zentralismus seiner Zeit (9)) im Grunde seines Denkens wohl eher pluralistisch—mitteleuropäischen als monistisch—mediterranen Sprachauffassungen verhaftet war (10). Ich habe daher den Eindruck, daß Ascolis Namen vor allem in sprachpolitischen und soziopolitischen Belangen zu Unrecht mit Dingen in Zusammenhang gebrachtwerden, die später (undsicher ohne sein Wollen und Zutun) in recht trübe Wasser geraten sind. Gleichwohl bleibt – vor allem für slawische Leser – ein gewisses Unbehagen übrig, hat sich doch Ascoli im Revolutionsjahr 1848 energisch für die italianità der Stadt Görz eingesetzt und sich explizit gegen die Errichtung slowenischer Lehranstalten innerhalb der Stadt Görz erklärt:

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  • "in modo da evitare attriti e frizioni tra le due etnie e da rispettare il carattere compiutamente italiano (11) della città", Salimbeni (1980:55).
  • Man darf die anstehende Konstellation wohl dahingehend interpretieren, daß der große Meister seinen mehr oder weniger nationalistisch und/ oder chauvinistisch eingestellten Zeitgenossen mit der neuen Terminologie ein Werkzeug zur Verfügung gestellt hatte, für dessen späteren Einsatz er keineswegs direkt verantwortlich gemacht werden konnte. Ascolis originärer Text evoziert explizit die folgenden (möglichen) Funktionen des neuen Namens:

    (1) Symbolkraft des neuen Namens:

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  • "(...) i nomi sono più che parole. Sono bandiere

    (...), simboli efficacissimi (...)"

  • (2) Einbindung des neuen Namens in ein Feld form— und inhaltsver— wandter anderer schon existierender Namen und parallel dazu erfolgender ordnungspolitischer Einsatz des neuen Namens:

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  • "(...) i quali danno l’idea (...) di (...) un frazionamento nell’ordine etnografico".
  • (3) Anbindung des neuen Namens an eine noch nicht existierende Realität:

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  • "frazionamento dell’ordine etnografico che in realtà non esiste (. ..)".
  • (4) Evokation politischer und geopolitischer Ansprüche und Träume mittels des neuen Namens:

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  • "esuberanza di pretese (...) possono (...) sperarsi da noi abbracciati i desideratissimi fratelli di quelle contrade".
  • (5) Sozialpsychologische Amalgamierung der betroffenen Bevölkerung durch den neuen Namen:

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  • "sicuri del buon effetto di questo battesimo sulle popolazioni (...)".
  • (6) Evokation einer hierarchisch gegliederten geographischen Struktur bzw. räumlichen Einheit durch den neuen Namen:

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  • "la splendida (...) Trieste s’intitolerà con orgoglio la Capitale della Venezia Giulia.
  • (7) Verwendbarkeit des neuen Namens für offizielle Zwecke:

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  • "nelle note dei nostri diplomatici (...) raccomandarlo ai Ministri e al Parlamento".(12)
  • Man erkennt in dieser Liste wesentliche Elemente der politischen Rhetorik (cf. Rassem 1978) und auch dessen, was Watzlawick (1981) "erzwungene Wirklichkeit" nennt, sowie jenen religionswissenschaftlich bedeutsamen Bezug zwischen dem "religiösen Menschen" und dem "heiligen Raum":

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  • "Um in der Welt leben zu können, muß man sie gründen —und keine Welt entsteht im ‘Chaos’ der Homogenität und Relativität des profanen Raums. Die Entdeckung oder die Projektion eines festen Punktes, des ‘Zentrums’, kommt einer Weltschöpfung gleich, und wir werden später noch an überzeugenden Beispielen zeigen, daß der rituellen Orientierung und der Konstruktion eines heiligen Raumes weltschöpferische Bedeutung innewohnt", Eliade (1957:13f.).(13)
  • Leider sind im Rahmen der genuinen Namenforschung Probleme dieser feingesponnenen Art kaum gesondert thematisiert worden: siehe dazu beispielsweise die nur sehr summarischen Angaben im großen Handbuch von Bach (1954:241f.,1259f. und 524—527). Auch eklatante Fälle wie die bekannten Onomatourgien im Fälle von Südtirol (Schaffung italienischer ON) oder von Pommern, Schlesien und Ostpreußen (Schaffung polnischer ON) – denen in allen Teilen der Welt viele andere parallele Fälle von vorgestern, gestern und heute hinzugesellt werden können – sind von dem hier eingenommenen Standpunkt noch nicht untersucht worden. Die meisten der hiezu vorhandenen Beiträge sind refutativer Art und folglich nicht mit dem expliziten Vorsatz zu "sine ira et studio" verfaßt worden. Doch gibt es sehr wohl einige punktuell informierende Arbeiten, die stark auf metalinguistische Ideologien und Funktionen des Namens eingehen: cf. dazu König (1976: Der Landschaftname Allgäu), Berschin (1979: Deutschland – ein Name im Wandel) und Bayle (1975) sowie Nelli (1978) – beide aus verschiedenen Blickwinkeln über "Occitanie" mit der Bedeutung "Südfrankreich".

    2. "Venezia Giulia" — ein Name im Dienste von Außen— und Innenpolitik

    Von den zwei Gliedern unseres Choronyms lag die soziosemiotische Sprengkraft nicht im Adjektiv "Giulia" sondern im Substantiv "Venezia". Historisch gesehen entsprach dem Territorium der "Venezia Giulia" zwar der Ostabschnitt der augusteischen X REGIO ITALIA namens VENETIA (mit Ausnahme des Gebietes um Fiume, das bereits zur Provinz DALMATIA gehörte), kaum jedoch der spätere Terra–ferma–Besitz der Republik Venedig, der – man denke stets an den von Ascoli mit "Venezia Giulia" bezeichneten Raum—sich auf die West– und Südseite Istriens beschränkte. Jenes Gebiet, in dem die im Altertum mit ALPES IULIAE bezeichneten Berglandschaften liegen, blieb weitestgehend außerhalb der venezianischen Terraferma–Besitzungen. Östlich des Predil hatten bekanntlich seit dem Hochmittelalter mitteleuropäische Adelshäuser das Sagen.

    Vor diesem historischen Hintergrund hatte daher die Evokation des Namenstyps VENETIA/Venezia mit seinen altrömischen und venezianischen Denotationen eine vor allem außenpolitische Sprengkraft. Interessanterweise hatte der Zusatz "Giulia" nicht denselben prekären Beigeschmack. Es entsteht die Fügung "Regione Giulia"(14), die an das ältere – und in gelehrten Traditionen italienischer und deutscher Provenienz stets irgendwie lebendig gebliebene – ALPES IULIAE’/Alpi Giulie/Julische Alpen anschließt. So wurde von slowenischer Seite der ascolischen "Venezia Giulia" ein "Julijska Krajina" (= Julisch Krain) mit derselben geographischen Bedeutung entgegengesetzt. Parallel dazu wurde das ascolische Choronym von slowenischer Seite immer offen abgelehnt.

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  • Am 21.6.1921 kam es in der römischen Abgeordnetenkammer zwischen dem slowenischen Abgeordneten Josip Wilfan (Vilfan) und Zwischenrufern zu folgendem Disput (nach: Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Tornata del 21 Giugno 1921, 1ª sessione, Discussioni):

    "(Wilfan) (...) dobbiamo prima di tutto mettere in chiaro alcune circostanze di fatto. Il territorio annesso, denominato ora la regione Venezia Giulia

    Una voce all’estrema destra: Sempre. Da secoli!

    Wilfan. Ora si chiama ufficialmente Venezia Giulia. Ma questo non è un nome storico. (Interruzioni all’estrema destra – Rumori).

    Reagirò volentieri nell’interesse della sincerità, nel l’interesse della discussione, ad ogni interruzione che sia ragionata.

    La regione, dunque, che per far piacere al collega chiamerà col nome di Venezia Giulia, ma che fino al 1851 [sic!] quando Graziadio Ascoli ha inventato questo nome, non si chiamava così ...

    Voci all’estrema destra. Sempre! Sempre! Da Giulio Cesare! (Vivi Rumori).

    Wilfan. ... in questa regione così nominata la maggioranza della popolazione, tanto per numero come anche per estensione del territorio occupato nel senso nazionale, è slava."(15)

  • Heutige regionalistische Kreise Friauls, die kulturelle Vielfalt unseres Gebietes bejahen, sprechen von einer "Slavia friulana"(16) die als Ostteil der heutigen Region Friaul, unter Ausschluß des "Wurmfortsatzes" Triest, aufzufassen ist. Slowenische Kreise Italiens, die das ganze Siedlungsgebiet der Slowenen im heutigen Italien im Blick haben (das vom Kanaltal im Norden bis Triest im Süden reicht) bevorzugen die Termini “Slavia veneta”, “Slavia italiana”, “Slavia friulana”, “Benecija” (nach slow. Benecija) bzw. verwenden das erweiterte Choronym "Furlanija — Julijska Krajina". In all diesen Fällen handelt es sich um bewußt reaktive Namen, die von einem außeritalienischen Beobachtungsstandpunkt unter Umgehung der Terminologie Ascolis gebildet bzw. verwendet werden.

    Die altösterreichische Verwaltung setzte der programmatischen Erosion des offiziellen Choronyms "Litorale" durch "Venezia Giulia" nur wenig Widerstand entgegen. Im Jahr 1907 kam es in Görz zu einem diesbezüglichen Gerichtsurteil (mit Freispruch) in Zusammenhang mit der Beschlagnahme einer Görzer Zeitung ("Corriere friulano"), in dessen Begründung es explizit hieß:

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  • "La Corte accoglie il reclamo e leva il sequestro al N.ro del 25 giugno 1907 del "Corriere Friulano" nel quale erano stati considerati elementi oggettivi del crimine par. 65 a Cp. (chi in pubblico cerca di eccitare il disprezzo e all’odio contro il nesso politico dell’impero ... N.d.R.) i capoversi "a noi suona meglio" fino a "pure non di nostra favella" dell’articolo "Il Consiglio Comunale", perchè suddetto sequestro non è giustificato in legge. L’articolo incriminato va messo in relazione alle condizioni politiche di questa provincia dove è continua la lotta fra due nazionalità: anzi dove tale lotta assume una forma accanita. L’avvenimento particolare deve essere ascritto precisamente ad una di queste crisi di indole nazionale. Esaminando esattamente l’articolo, vi si scorge l’intenzione di accentuare il carattere italiano delle popolazioni richiamando l’attenzione dei lettori ai fatti storici noti!

    Il nome di Venezia Giulia alla regione non è nuovo e si riscontra in parecchie opere di storia. Nell’evocazione di memorie di un passato indelebilmente impresso non si possono ravvisare gli estremi del par. 65 a Cp. e mancano quindi oggettivamente gli estremi al fatto sequestro."

    (Text nach Caporiacco 1978:10).

  • Dieses Gerichtsurteil (vom 16.1.1907), das unter anderem explizit den dem Namen "Venezia" inhärenten historisierenden Nativismus (17) bejaht, bezieht sich auf einen Artikel des obenerwähnten "Corriere friulano" vom 26.6.1907, in dem unter anderem folgendes zu lesen war:

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  • "A noi suona meglio il nome di Venezia Giulia perchè ha in sé tutta l’armonia delle memorie! e noi, lo diciamo anche altrove, sentiamo tutta la tenerezza delle memorie patrie! D’altronde abbiamo anche un convincimento: L’aquila ha battuto alte le penne delle nostre alpi al mare nostro, e tutta ancora la terra risuona della voce della grande madre latina – l’artiglio del leone ha stampato la suo impronta sul petto degli abitanti e l’anima della Dogale palpita nel cuore dei popoli! Ora di tali fatti compiuti, pur sopprimendo anche nel nome gli ultimi esteriori vestigi rimangono le profonde indelebili impressioni nelle coscienze! E noi siamo sicuri della coscienza nazionale di nostra gente per preoccuparci, come ha mostrato d’altro canto il rappresentante del governo, perchè il nostro paese venga indicato, da chi proprio lo desidera, con un nome, secondo noi, meno eufonico di –Venezia Giulia e sia pure non di nostra favella!"

    (Text nach Caporiacco 1978:10).

  • Man erkennt darin einen Gutteil der bereits von Ascoli angesprochenen Motivationen wieder, wobei freilich das nativistisch–historisierende Element ungleich stärker geworden ist: die Evokationen Roms (l’aquila madre latina) und Venedigs (artiglio del leone) sind augenfällig.

    Festzuhalten bleibt allerdings noch folgendes: vor 1918 stand das Choronym "Venezia Giulia" nicht nur im Dienste zunächst anti–österreichischer (i.e. italo–irredentistisch–separatistischer) und dann auch antislawischer (vor allem antislowenischer) Intentionen (außenpolitischer Aspekt), sondern hatte bereits die zusätzliche – wenngleich zunächst nur verschwommen hervortretende – Aufgabe, die innerhalb der "Tre Venezie" wohnende Bevölkerung an eine neue geographisch–administrative und damit auch politische Ordnung zu gewöhnen, heranzuführen und dafür zu sensibilisieren (innenpolitischer Aspekt). Diese zweite, gruppenstabilisierende Funktion – aus anthropologischer Sicht handelt es sich um einen Fetisch – richtete sich gegen die zahlreichen innerhalb der romanischen Bevölkerung der "Tre Venezie" vorhandenen lokalen und regionalen Partikularismen (etwa gegen die psychologisch tief verankerte Sonderstellung der Städte Görz und Triest) und zielte auf die Herstellung einer neuen Einheit bzw. eines neuen Einheitsgefühles, wie es von dem damals im italienischen Denken mehrheitlich vorherrschenden zentralistischen Mazzinianismus gefordert wurde. Gerade hier liegt ein wesentlicher Kontrast zu Ascoli vor, der als Anhänger des föderativen Denkens von Carlo Cattaneo (18) uniformierende Einheitsideologien strikt ablehnte.

    Diese innenpolitisch bedeutsame Funktion der neuen Terminologie und die soziale Rolle regionaler Sondereinstellungen (etwa der Bevölkerungen von Görz und Triest) traten nach 1918 zweimal besonders deutlich hervor. 1921 wurde durch den Geographen Olinto Marinelli der Einzugsbereich der "Venezia Giulia" im Westen durch die Hinzunahme des territorio friulano bis zum Unterlauf der Livenza erweitert und für die neue Konstruktion der – schon früher gut bekannte aber anders verwendete – Name "Regione Giulia" vorgeschlagen (19). 1923 setzte die faschistische Regierung diesen neuen territorialen Gliederungsplan in die politische Realität um. Solcherart wurde ein historisch und kulturell keineswegs homogenes Territorialgefüge unter einem einheitlichen administrativen Dach zusammengefaßt, das allein durch seinen evokativen Namen bereits die neue Marschrichtung erkennen ließ, in der die weitere politische und kulturelle Entwicklung ablaufen sollte. Auch innerhalb dieser neuen Region kam es 1923 zu Umorganisationen auf Provinzialebene, die, als dabei beispielsweise die altösterreichischen Verwaltungsgrenzen der Provinz Görz verändert wurden, zu massiven Protesten und Demonstrationen der Bevölkerung von Görz führten. Andere nativistische Raumvisionen, wie etwa jene der Anhänger der 1420 von Venedig zerstörten "Patria del Friuli", kamen dafür – da die Fläche dieser "Patria del Friuli" nunmehr voll in der neuen Region enthalten war – kurzfristig auf ihre Rechnung.(20)

    Auf jeden Fall steht fest, daß von 1923 bis zum Sturz des Faschismus (21) drei "Venezie" im administrativen Rang von Regionen bestanden ha–ben: es waren dies (von West nach Ost):

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  • Die "Venezia Tridentina" (umfassend das Trentino und Südtirol);

    das "Veneto" (konkurrierender Name: "Venezia Eugànea")

    und die (seit (Olinto Marinellis Vorschlag um das gesamte West— und Zentralfriaul erweiterte) "Venezia Giulia".

  • Die heute bestehende Region "Friuli–Venezia Giulia" wurde nach langen Geburtswehen erst 1963 eingerichtet; cf. dazu Gatterer (1968:1157–1177). Dieser Doppelname wird heute auf zweierlei Weise ausgelegt. Friaulische Regionalisten, die sich überdies sofort nach 1945 (unter anderem mit Pier Paolo Pasolini als prominentestem Sprecher) zu Wort gemeldet hatten, sehen darin ein (von ihnen wenig geliebtes) Doppelkonstrukt, bestehend aus dem eigentlichen "Friuli" und einem davon streng getrennt zu haltenden Rest, "Venezia Giulia", der de facto der Stadt Triest samt Umland entspricht. Aus dieser regionalistischen Sicht heraus wird stets auf die Existenz des Grenzflusses Timavo (friaulisch: Timao, östlich von Monfalcone) verwiesen, der die historische Ostgrenze der "Patria del Friuli" und die Westgrenze der heutigen Provinz Triest darstellt. Der Bindestrich zwischen "Friuli" und "Venezia Giulia" wird aus dieser Perspektive heraus zum Trennungsstrich:

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  • "Il nome della Regione amministrativa, con quel trattino in mezzo, potrebbe far pensare ad un ente che riunisce due regione storiche, mentre in realtà congiunge il Friuli con la città di Trieste", Ellero (1980:58).
  • Staatsunitarische Sehweisen fassen dagegen den erwähnten Bindestrich als eine integrative Brücke auf und betonen die Notwendigkeit einer bereitwilligen und kooperativen Konvivenz von Friulanern und (heute nur mehr) Triestinern, wobei die Hinweise darauf, daß die als besonders eng dargestellten Beziehungen historisch sehr alt seien, unübersehbar sind. Zentrale Argumente dieser unitarischen Sehweise finden sich im Buch von Francescato/Salimbeni (1976).(22)

    3. "Venezia Giulia" — in der Exegese von M. Bartoli

    Der Romanist Bartoli hat sich zu sprachpolitischen und genuin politischen Problemen seiner Zeit mehrfach geäußert. Seine nach dem Ersten Weltkrieg dazu verfaßten Schriften stehen in bezug auf Tenor und politisches Engagement jenen von Carlo Battisti in nichts nach.(23) Der in der Folge referierte Aufsatz erschien 1924 in der Zeitschrift "La Geografia", Untertitel: "Rivista di propaganda geografica". Bartoli äußert sich darin mit schonungsloser Offenheit über die nach der Annexion "alloglotter" bzw. ehemals habsburgischer Gebiete anstehenden Probleme. Die – aus anthropologisch—ethnographischer Sicht – magisch—fetischoide bzw. die – aus historischer Sicht – politisch—soziale Funktion der zur Realisierung der neuen Ideale bereitgestellten Choronyme wird klar angesprochen. Bartoli exaltiert die nomi ascoliani ("Venezia Tridentina", "Venezia Giulia") nebst dem später kreierten "Venezia Eugànea"(24), spricht ihnen – in seinem Sinn – positive Werte zu und bekämpft andererseits Choronyme wie "Litorale", "Veneto" und sogar "Regione Giulia" als zu "österreichisch" bzw. zu inexpressiv (25):

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  • "Per questa ragione, essenzialmente per questa, sono italiani i nomi ascoliani ed erano austriaci i nomi ufficiali. Per questa ragione, essenzialmente per questa, era poco italiano anche il nome di ‘Tirolo italiano’ ed erano austriaci di varie tinte (dal più vivo giallo–nero al più sbiadito color di malva, come si diceva nella Venezia Giulia), anche i nomi apparentemente innocui come ‘Litorale’ e anche ‘Veneto’, nel senso che ho detto, e anche ‘Regione Giulia’. Sissignori, anche ‘Regione Giulia’, invece che Venezia Giulia, era un nome color malva. Infatti esso non solo non provocava alcun sequestro, ma anzi era accolto dall’Austria negli stessi libri scolastici. Era un nome perfettamente innocuo dal punto di vista del ‘nesso dell’Impero’, perchè non aveva niente di quella tal forza centripeta che sentivamo nei nomi di Venezia Giulia o Venezia orientale e Friuli orientale e province cisalpine e ferrovia transalpina, ecc. ecc.", Bartoli (1924:68f.).
  • Daß Macht über den Namen bzw. der Akt der Namensgebung politische Macht bedeuten können – ganz im Sinne des oben angesprochenen "positiven Rumpelstilzchen–Syndroms" – erläutert Bartoli seinen Lesern anschaulich:

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  • "L’Austria dunque estese il significato dei due nomi austriaci [soli heißen: ‘Litorale austriaco’ und ‘Tirolo’] e restrinse invece quello del nome italiano (Veneto). Il quale diventava così, nel nuovo significato, un nome austriaco anch’esso. Ed è per questo che l’Ascoli non solo sostituì ai primi due nomi austriaci di ‘Litorale’ e ‘Tirolo meridionale’ due nomi italiani, Venezia Giulia e Venezia Tridentina, ma anche all’austriaco ‘Veneto’ sostituì un nome più italiano o almeno più simmetrico: quello di Venezia ‘propria’, di cui diremo più avanti", Bartoli (1924:68).
  • In weiterer Folge spricht Bartoli deutlich davon, daß von der neuen Choronymie unifizierende Einwirkungen auf die politische Realität (und zwar symmetrisch zur inneren Strukturierung der neuen choronymen Wortfelder) erwartet werden, wobei er zunächst von der Notwendigkeit ausgeht, die neuerworbenen tirolischen Gebiete zwischen Gardasee und Brenner mit einem und nur mit einem Choronym zu belegen. Er setzt dann fort:

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  • "Vero è che i più degli abitanti dell’Alto Adige sono ‘Tedeschi’, o, più precisamente, cittadini italiani di lingua tedesca, e che quel territorio è perciò ‘al presente, sotto l’aspetto antropogeografico’, ben distinto dal Trentino e dagli altri territori delle Venezie. Ma appunto perciò si deve fondere, e non solo nelle pubblicazioni, l’Alto Adige con quei territori!", Bartoli (1924:73).
  • Nach einer kurzen Digression über die Slowenen des "Alto Isonzo" und die Frankophonen des Aostatales folgt die Zentralstelle, die die Grundlagen der faschistischen (und auch später beobachtbaren) Sprachpolitik Italiens gegenüber den "alloglotti" enthält:

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  • "Ebbene, tutti gli alloglotti subalpini, del Piemonte e anche delle Venezie, si devono convincere – e si con vinceranno spontaneamente e fatalmente – che lo Stato italiano è molto diverso dalla Svizzera plurinazionale (cioè tedesca, francese e italiana), e che perciò, anche per ragioni pratiche, esso non può concedere loro quei diritti di ‘nazionalità’. E si convinceranno, spontaneamente e fatalmente, che essi formano una minoranza minima (e sempre più sottile), non solo nella compagine della Nazione italiana, ma anche nelle loro stesse regioni, che sono il Piemonte e le Venezie. E gli alloglotti tridentini e giuliani si convinceranno altresì ch’essi formano una minoranza ben piccola pure nella Venezia Tridentina e nella Venezia Giulia, che oggi racchiude il Friuli tutto intero", Bartoli (1924:74).
  • Der hier referierte Beitrag Bartolis schließt mit einer unzweideutigen Willenserklärung, aus der u. a. klar hervorgeht, daß – was nur zu oft im westeuropäisch—katholisch—lateinischen Bereich (26) beobachtet werden kann – sprachliche Mission samt all ihren Begleiterscheinungen analog zu kirchlicher Mission erfolgt:

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  • "Certo cotesti rinforzi non sono proprio indispensabili, perchè il processo della storia è fatale, ma possono tornar utili a facilitarlo, anche per il bene degli alloglotti.

    Ecco la ragione vera di queste pagine. Ecco perchè è utile saldare sempre più fortemente e profondamente l’unità tridentina e l’unità giuliana, e queste per entro all’unità veneta; e questa, s’intende, per entro all’unità nazionale. Non si tratta di quisquilie di nomi: si tratta di questioni d’interesse nazionale e sempre vive", Bartoli (1924:74).

  • 4. Linguistische Macht über Namen ? politische Macht über deren Träger: Zusammenfassung und Scluß

  • Die eminente politische Macht des Wortes, des Sprechens und Benennens ist in Europa allerspätestens seit Plato explizit bekannt. So spannt sich ein weiter Bogen sowohl dazu beobachteter Fakten als auch dazu geäußerter Gedanken über einen Zeitraum von zweieinhalbtausend Jahren. Kurzum, wir sollten eigentlich Bescheid wissen. Daß dieses Wissen die alltägliche Wirksamkeit der zwischen Mensch, Wort und Mythos spielenden Mechanismen keineswegs beeinträchtigt, ist wohl auf die tiefe psychologische Verankerung dieser Mechanismen zurückzuführen:

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  • "Daß Name und Wesen in einem innerlich—notwendigen Verhältnis zueinander stehen, daß der Name das Wesen nicht nur bezeichnet, sondern daß er das Wesen selbst ist und das die Kraft des Wesens in ihm beschlossen liegt: dies gehört zu den Grundvoraussetzungen der mythischen Anschauung selbst", Cassirer (1924:74).
  • Derselbe Autor (1924:137) weist ferner darauf hin, daß das sprachliche Denken sich ganz besonders im Bereich der Copula "sein" mythologisch vertieft und damit ins Quasi–Religiöse entgleitet:(27)

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  • "Was zunächst den Begriff des Seins betrifft, so zeigt ein Blick auf die Entwicklung und auf die etymologische Grundbedeutung der Copula in den meisten Sprachen, wie das sprachliche Denken nur ganz allmählich dazu übergeht, den Ausdruck des reinen ‘Seins’ von dem des ‘So—Seins’ zu lösen. Das ‘Ist’ der Copula geht fast durchweg auf eine sinnlich—konkrete Grundbedeutung zurück: statt des einfachen ‘Existierens’ oder statt eines allgemeinen ‘Sich–Verhaltens’ besagt es ursprünglich eine einzelne bestimmte Daseinsart und Daseinsform; insbesondere das Sein an diesem oder jenem Orte, an einer bestimmten Stelle des Raumes."
  • Ein für dieses Dilemma typisches, aus Frankreich stammendes Beispiel bezieht sich auf den Terminus "occitan" (samt Ableitungen), um den zwischen "föderalistischen" und "unitaristischen" südfranzösischen Regionalisten ein erbitterter Kulturkampf geführt wird. Siehe dazu das folgende Textbeispiel, das von "föderalistischer" Seite (Autor ist Pierre Bonnaud, Clermont–Ferrand, ca. 1984) stammt (Flugblatt, hektographiert):

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  • TROIS PERILS MORTELS
  • Le danger principal qui menace la survie de notre langue et de notre culture jusqu’au plus intime d’elles–mêmes est l’"occitan". Il contient trois périls mortels. Par ordre d’importance:

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  • 1. LE MOT "OCCITAN" LUI–MEME.

    *ARTIFICIEL, créé par des scribes capétiens au XIIIéme siècle, transmis seulement par le latin au Moyen–Age et à l’époque moderne, toujours pour désigner le languedocien seul.

    *ETRANGER: créé par des Français du Nord, en latin, repris au XIXème siècle par des érudits locaux languedociens pour combattre la primauté du provençal dans le Midi, ignoré des populations, même en Languedoc jusqu’a il y a quelques décennies. Il n’a pénétré partiellement dans la population qu’en Languedoc — où il a cependant des adversaires résolus.

    Il a été repris et propagé hors du Languedoc après 1968 par des intellectuels ignorant le plus souvent les réalités du langage qu’ils prétendaient défendre. Il a été répandu par un démarchage intensif, le bluff, l’intimidation, l’insinuation dans les moyens d’information grâce à des méthodes et à des relations politiques.

    *DESTRUCTEUR: il prétend se substituer aux noms authentiques des langages du Sud de la France, les priver de leur identité millénaire et de leur personnalité au profit d’une unité factice: tout le monde sait que les langues régionales du Sud de la France sont très différentes les unes des autres.

    Pourquoi prétendre, comme les occitanistes, que l’"occitan" est une "langue", si ce n’est justement pour les réduire à l’unité, en détruisant et en nivelant leurs caractères véritables?

    Pourquoi faire semblant de le croire, comme certains intellectuels et politiciens français que ne connaissent pas la question — et ne cherchent pas à la connaître –, sinon par calcul politique et idéologique? Nous ne voulons pas payer le prix de ces calculs.

  • Erst die Entdeckung des vom ursprünglichen "Sein" losgelösten Gesprächsstandpunktes und damit einer Relation, die zwischen Sprecher und Sprache und damit zwischen Wort und Sache gelegt wird, schafft die Möglichkeit, Worte und damit Namen in politischer Intention oder – anders ausgedrückt – perlokutiv einzusetzen:

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  • "Aber wenn nun die Sprache dazu gelangt, den Gedanken und den Ausdruck des ‘Seins’ aus dieser Gebundenheit an eine spezielle Existenzform zu befreien, so ist damit auch für das mythisch–religiöse Denken ein neues Vehikel, ein neues geistiges Werkzeug geschaffen. Das kritische, das ‘diskursive’ Denken gelangt freilich in seinem Fortschritt zuletzt zu einem Punkt, an dem sich ihm der Ausdruck des Seins als Ausdruck einer reinen Beziehung darstellt, an dem also, mit Kant zu sprechen, das Sein nicht mehr als ‘mögliches Prädikat eines Dinges’, und somit auch nicht als Prädikat Gottes erscheint", Cassirer (1924:137f.).
  • Ascoli, Bartoli und alle früheren und jetzigen Namensschöpfer alle Sprachgruppen dieser Welt rekurrierten und rekurrieren laufend auf dieses "diskursive Denken". Bartoli (1924:81) erläutert dies auch anschaulich durch den Hinweis auf die Unterschiede zwischen den beiden folgenden Namensserien:

  • Textorigo nördlich der Alpen:
  • Textorigo südlich der Alpen:
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  • Tirolo tedesco (= Nordtirol)
  • Tirolo
  • Venezia Tridentina
  • Tirolo tedesco (= Südtirol)
  • Alto Adige
  • Venezia Tridentina
  • Tirolo italiano
  • Trentino
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  • Svizzera italiana
  • Lombardia Lepontina
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    So versteht man auch, daß in Italien lebende nicht–italienisch–sprachige Minderheiten für sich selber aus italienischem Mund den (in der Faschistenzeit sehr häufig verwendeten) Terminus "alloglotti" aus Angst vor diskriminierender Marginalisierung ablehnen. Als "alloglotto" kann man jemanden nur von einem vorgewählten Mehrheitsstandpunkt aus (mit binärer Perspektive: (a) eigene Großgruppe versus (b) fremde Kleingruppe) bezeichnen. Es ist daher sprachlich und sachlich unmöglich, ausgehend von einer Textorigo im Inneren der (viersprachigen) Schweiz, des (drei—sprachigen) Belgien, des (vielsprachigen) Jugoslawien oder des (ebenso vielsprachigen) Altösterreich den Terminus "alloglotto" sinnvoll einzusetzen und damit im Extremfall semiotischen Flurschaden anzurichten. Ascoli hat diesen Umstand sicherlich gekannt und aus wahrscheinlich ethischen Motiven Marginalisierungsdiktionen noch weitgehend vermieden. Bartoli dagegen hat – im Dienste einer anderen Generation, einer anderen Staatsideologie und damit einer anderen Ethik sowie im vollen Bewußtsein dessen, was sein Tun politisch bedeuten konnte – sich dazu offen im Sinne einer aktiven sprachpolitischen Aktivität und Propaganda ex cathedra bekannt.(28)

    Literatur

  • Ascoli G. I. 1848, Gorizia italiana, tollerante, concorde. Verità e speranza nell’Austria del 1848, Görz

    Ascoli G. I. 1903, A proposito dell’università italiana in Trieste, in: Nuova Antologia 187, pp. 401–406

    Bach A. 1954, Deutsche Namenkunde, Bd. II: Die deutschen Ortsnamen, Heidelberg

    Bartoli M. 1924, Nomi e confini delle Venezie (Venezia Giulia —Venezia Tridentina – Venezia Eugànea), in: La Geografia 12, pp. 65—87

    Bayle L. 1975, Procès de l’occitanisme, Toulon

    Benussi B. 1885, Manuale di geografia, storia e statistica del Litorale ossia della contea principesca di Gorizia e di Gradisca, della città immediata di Trieste e del margraviato d’Istria, Pola

    Benussi B. 1903, Manuale di geografia, storia e statistica della Regione Giulia (Litorale) ossia della città immediata di Trieste, della contea principesca di Gorizia e Gradisca e del margraviato d’Istria, seconda edizione ampliata (con una carta geografica), Parenzo

    Berschin H. 1979, Deutschland — ein Name im Wandel. Vie deutsche Frage im Spiegel der Sprache, München — Wien

    Bonfante G. 1974, Matteo Bartoli nel centenario della nascita (1873—1973), in: Accademia toscana di scienze e lettere "La Colombaria" 39, pp. l27—149

    Brix E. 1982, Die Umgangssprachen in Altösterreich zwischen Agitation und Assimilation. Vie Sprachenstatistik in den zisleithanischen Volkszählungen 1880 bis 1910, Wien – Köln – Graz

    Caporiacco G. di 1978, Venezia Giulia. La regione inesistente, Reana del Roiale

    Cassirer E. 1924, Sprache und Mythos. Ein Beitrag zum Problem der Götternamen, in: E. Cassirer (Hg.), Wesen und Wirkung dee Symbolbegriffs, Darmstadt (1977), pp. 7l–158

    de Mauro T. 1980, Idee e ricerche linguistiche nella cultura italiana, Bologna

    Eliade M. 1957, Das Heilige und das Profane. Vom Wesen des Religiösen, Hamburg

    Ellero G. (ca.) 1980, Geografia friulana, Udine

    Francescato G. /Salimbeni F. 1976, Storia, lingua e società in Friuli, Udine

    Frazer G. F. 1928, Der goldene Zweig (The Golden Bough). Das Geheimnis von Glauben und Sitten der Völker, Leipzig

    Gatterer C. 1968, Im Kampf gegen Rom. Bürger, Minderheiten und Autonomien in Italien, Wien – Frankfurt/am/Main – Zürich

    Goebl H. 1982, Kulturgeschichtliche Bedingtheiten von Kontaktlinguistik. Bemerkungen zum gegenwärtigen Stand der "questione ladina", in: P. St. Ureland (Hg.), Die Leistung der Strataforschung und Kreolistik. Typologische Aspekte der Sprachkontakte (Akten des 5. Symposiums über Sprachkontakt in Europa, Mannheim 1982), Tübingen pp. 155— 169

    Goebl H. 1983, Problemi, e metodi della classificazione geolinguistica, in: Linguistica e dialettologia veneta. Studi offerti a Manlio Cortelazzo dai colleghi stranieri a cura di G. Holtus e M. Metzeltin, Tübingen, pp. l93–204

    König W. 1976, Der Landschaftsname Allgäu. Zur Abhängigkeit seines Bedeutungsumfanges von regionalen, soziologischen und psychologischen Faktoren, in: Alemannica (Festschrift Bruno Boesch), Alemannisches Jahrbuch 1973/75, Bühl (Baden), pp. 186–200

    Konau E. 1977, Raum und soziales Handeln. Studien zu einer vernachlässigten Dimension soziologischer Theoriebildung (Diss. München 1973), Stuttgart

    Malmberg T. 1980, Human territoriality. A survey of the behavioral territories of man with preliminary analysis and discussion of meaning, Den Haag – Paris

    Migliorini B. 1975, Parole d’autore (Onomaturgia), Firenze

    Mühlmann W. 1964 Chiliasmus und Nativismus. Studien zur Psychologie, Soziologie und historischen Kasuistik der Umsturzbewegungen, Berlin

    Nelli R. 1978, Mais enfin qu’est—ce que l’Occitanie?, Toulouse

    Rassem M. 1978, Macht und Ohnmacht der Worte, in: Zeitschrift für Politik 25, pp. l13—141

    Salimbeni F. 1980, G. I. Ascoli e la Venezia Giulia, in: Quaderni giuliani di storia 1, pp. 51—68

    Timpanaro S. 1965, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa

    Timpanaro S. 1972, G. I. Ascoli, in: Belfagor 27, pp. l49—l76

    Vivante A. 1912, L’irredentismo adriatico, Firenze

    Watzlawick P. 1981, Bausteine ideologischer "Wirklichkeiten", in: P. Watziawick (ed.), Die erfundene Wirklichkeit. Wie wissen wir, was wir zu wissen glauben?, München – Zürich, pp. 192–228

  • Note

    (1) Für weiterführende Hinweise und fruchtbare Diskussion danke ich den Damen und Herren Gino di Caporiacco (Udine), Maria Garbara (Trient), Martin Jevnikar (Udine), Oswald Panagl (Salzburg), Jože Pirjevec (Triest) und Mitja Skubic (Laibach).

    (2) Cf. dazu Frazer (1928:356): "Viele Wilde betrachten beute ihre Namen als wichtige Teile ihrer Person und sind daher ängstlich darauf bedacht, ihren wahren Namen zu verbergen, damit sie nicht böswilligen Leuten dadurch eine Handhabe geben, ihren Trägern zu schaden."

    (3) Ettore Tolomei (1865–1952), Erfinder der überwiegenden Mehrzahl der heute noch in Südtirol verwendeten italienischen Orts–, Berg–, Fluß– und Flurnamen, früher auch der Personennamen.

    (4) Ascoli (1829—1907: zur Biographie cf. Timpanaro (1972; 1965:229–357).

    (5) Bartoli (1873—1946): zur Biographie cf. Bonfante (1974) und de Mauro (1980: 105—114).

    (6) Adjektive im Sinne der Darstellung von Caporiacco (1978).

    (7) Siehe dazu die offene Kritik der ascolianischen Namensschöpfung bei Caporiacco (1978 passim) und die explizite Verteidigung von Ascoli bei Salimbeni (1980).

    (8) Vor allem Timpanaro (1965:229–357 und 1972 passim).

    (9) Man sollte sich hüten, Ascoli unbesehen sowohl mit Mazzini als auch mit Cattaneo in Zusammenhang zu bringen. Ascoli war als geistiger Gefolgsmann Carlo Cattaneos meilenweit vom republikanischen Zentralismus Mazzinis entfernt: cf. dazu die meiserhafte Klarstellung bei Timpanaro (1965:229—357).

    (10) Cf. dazu Goebl (1982) mit einer expliziten Kontrastierung von "mediterranem Monismus" und "mitteleuropäischem Pluralismus".

    (11) In Görz wohnten — freilich nach einer intensiven slowenischen Zuwanderung in der zweiten Hälfte des 19. Jahrhunderts – im Jahr 1910 laut österreichischer Volkszählung (die bekanntlich das Kriterium der "Umgangssprache" erhob) 26. 750 Einwohner, davon 14. 720 mit erklärt italienischer und 9.819 mit erklärt slowenischer Umgangssprache; cf. dazu Brix (1982:207). Man fragt sich also – selbst unter Ansetzung geringerer slowenischer Prozentsätze für 1848: Görz – "città compiutamente italiana" ...???

    (12) Ascoli denkt aber mit keinem Wort an die gewaltsame Substitution etablierter Namen durch die von ihm geprägten Choronyme. Doch wird diese Möglichkeit explizit von Bartoli (1924:73f.,81) angesprochen.

    (13) Den Kontrast zum "religiösen Menschen" bildet bei Eliade der "profane Mensch", für den "der Raum homogen und neutral" ist (Eliade 1957:14). Der national aufgeheizte Mensch ähnelt aus dieser Sicht perfekt dem religiösen Menschen.

    Zum Thema "Territorialität" des Menschen cf. Malmberg (1980) und Konau (1977).

    (14) So lautet der Titel einer der besten Landesbeschreibungen des "Litorale" in erster Auflage (Benussi 1885): Manuale di geografia (...) del Litorale (...), in zweiter Auflage dagegen (Benussi 1903): Manuale di geografia (...) della Regione Giulia (Litorale) (...).

    (15) Wilfan (Vilfan) irrt sich in bezug auf das Datum der ascolischen Namensprägung: richtig sollte es heißen: 1863. Die fragliche Episode, die auch für die Südtiroler von Bedeutsamkeit war, wird überdies bei Gatterer (1968:398f.) ebenso referiert, allerdings ohne explizite Nennung des onomastischen Konfliktes.

    (16) So beispielsweise Caporiacco (1978:31).

    (17) Zum Problem des Nativismus cf. Mühlmann (1964 passim).

    (18) Zu Carlo Cattaneo und seinem föderativen Republikanismus cf. neuerdings die Akten des "Simposio di studi su Carlo Cattaneo, Lugano, 4–10 maggio 1980", in: Il Veltro 25 (1981:1—60); daraus als illustratives Beispiel (ibid. :9, Fr. Valsecchi): "Cattaneo è federalista perchè vede nella federazione — nella salvaguardia delle autonomie locali che la federazione comporta — la più forte o sicura e organica garanzia di libertà. L’unità, il sogno di Mazzini, è, invece, un pericolo da combattere; è l’incarnazione del centralismo burocratico, il moloch livellatore che soffoca ogni spontaneo germe di libertà. Solo le autonomie locali permettono l’esercizio diretto, il controllo immediato dei cittadini sulla cosa pubblica o sui pubblici funzionari, tanto più agevole in quanto questi siano loro concittadini e non inviati d’ufficio dalla lontana capitale."

    (19) Cf. Caporiacco (1978:14).

    (20) Im Zuge der 1923 vorgenommenen regionalen Neueinteilungen wurden beispielsweise die ladinischen Talschaften Buchenstein, Colle S. Lucia und Cortina d’Ampezzo von der "Venezia Tridentina" abgetrennt und der "Venezia Eugànea" hinzugeschlagen. Die hinter dieser Maßnahme steckende Absicht war, das gruppenspezifische Eigenbewußtsein der Ladiner durch die territoriale Aufspaltung zu schwächen (Prinzip des "divide et impera"). Diese (segregative) Maßnahme war also genau das Gegenteil der von Bartoli evozierten (aggregativen) Choronymien rund um "Venezia Giulia". Hinzugefügt sei, daß diese faschistische Territorialeinteilung vom demokratischen Nachkriegsitalien trotz zahlreicher Rekurse von ladinischer Seite nicht zurückgenommen wurde; cf. dazu auch Gatterer (1968:890f.).

    (21) Nach dem 9. September 1943 (Badoglio–Putsch) gehörte die "Venezia Giulia" bis 1945 zur (deutsch verwalteten) "Operationszone Adriatisches Küstenland": cf. Dazu die datenreiche und alle nur denkbaren Aspekte berücksichtigende Darstellung bei Gatterer (1968:803—831).

    (22) In Polemik dagegen Caporiacco (1978:26–31); kritisch gegenüber Caporiacco: Salimbeni (1980:52, 55, 61, 63).

    (23) Verzeichnis der hier in Frage kommenden Schriften Bartolis bei Salimbeni (1980:64f.; Anm. 57).

    (24) Cf. dazu Bartoli (1924:70, 83).

    (25) Auch alleinstehendes "Venezia" wird — da zu "germanisch" und wohl zu wenig "expansionistisch" – abgelehnt: "I nomi ‘Veneto’, ‘Venezia propria’ e ‘Venezia’, nel significato di Venezia Eugànea, hanno tutti e tre, quale più quale meno, un sapore germanico. In fatti, cotesti nomi, insinuando l’errore che solo il corpo centrale delle Venezie sia veneto, ne stroncano le membra, come avevano fatto appunto i Longobardi e i Franchi, l’Impero germanico e l’austriaco", Bartoli (1924:71f.).

    (26) Der Gegensatz hiezu wäre: osteuropäisch—orthodox–griechisch. Cf. Rassem (1978:135): "Es ist ein profunder Unterschied zwischen der westlichen Heiligung der drei Sprachen, der islamischen Heiligung der einen Offenbarungssprache einerseits und der ostkirchlichen Heiligung der Vielheit der Volkssprachen, die durch das Pfingstwunder aus der babylonischen Verwirrung erlöst und zu Gefäßen der Offenbarung geworden sind. Aus diesen Grundauffassungen entwickeln sich in der Praxis der Jahrhunderte verschiedenartige, gewollte und ungewollte Diglossien."

    (27) Im Namensbereich führt dies zur folgenden "Kausal"–Kette: wenn kein Name existiert (= "ist"), dann existiert ("ist") auch keine Sache. So heißt es in einem italienischen Wörterbuch der Faschistenzeit (Novissimo Melzi, Mailand 1940, 27. Auflage, parte scientifica, 997) sub voce Tiròlo: "geog. Territorio austriaco a N. del confine naturale d’Italia, nel bacino dell’Inn. I tedeschi parlano di un Süd–Tyrol che geograficamente non esiste. A S. del Brènnero c’è l’Alto Adige, la parte settentrionale della Venezia Tridentina, e niente Tirolo merid. Come non c’è un Trentino settentr. a N. del Brennero, così non c’è un Tirolo meridionale a S. del Brennero. v. Venezie."
    Aus erkenntnistheoretischer Sicht liegt hier eine klassifikatorische Fragestellung vor, die durch eine in Wortmagie abgleitende Beantwortung zu einer Aporie führt. Ich habe an anderer Stelle darauf hingewiesen (Goebl 1983), daß die unbedachte Verwendung der Copula "sein" (und Korrelaten) in Klassifikationskontexten sehr leicht zu derartigen Aporien führen kann.

    (28) Cf. dazu Timpanaro (1965:352—354).
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    Torniamo all'attacco dell'assistente di Golia, il Brambilla.
    Mi indusse a  scomodare nuovamente  il prof. Goebl, alla fine del 1998, per chiedergli lumi sullo sviluppo di una polemica che non avevo più seguito.
    Egli, sempre estremamente cortese, mi rispose il 7 dicembre, affermando:
    "Secondo me rimane un problema in tutta questa discussione: la parzialità - dal lato italiano - (con riferimento ai discutanti Salimbeni, Brambilla ecc.) - della conoscenza delle fonti.
    Le fonti mitteleuropee (in lingua tedesca, slovena ecc.) rimangono - per questi discutanti - al buio. A differenza dell'Ascoli che era poliglotta, come si sa - i Nostri si rintanano in una prigione linguistica deleteria. Manca inoltre la conoscenza di testi ascoliani che lo fanno vedere in una chiave meno italo-patriottica: per esempio il suo articolo del 1895 (apparso su 'Nuova antologia' 142, 1895, 34-74) sugli 'Irredenti'."

    Il prof. Goebl mi ha segnalato, inoltre, un intervento del prof. Klaus Lichem di Graz, apparso su "Parallela 5 - Atti del VI Convegno italo-austriaco dei linguisti - Roma 20-22 Settembre 1993"  intitolato "Europeismo e nazionalismo negli scritti e nelle lettere di G.I. Ascoli e H. Schuchardt", intervento molto interessante.

    E per ora finisce qui.

      Si legga anche "Venezia Giulia  regione inesistente"

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