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VENEZIA
GIULIA
LA REGIONE INESISTENTE
di Gino di Caporiacco |
Il disegno è di Giovanni Zanetti e compare sulla copertina dell'edizione del 1978.
QUANDO ERAVAMO GIOVANI...........
Era il 7 aprile 1968 e a Aquileia, veniva "inaugurato" il gonfalone della "unitaria" regione Friuli-Venezia Giulia. Insieme a due giovani, mi misi a distribuire fuori della basilica volantini, finché agenti della pubblica sicurezza non intervennero, mi fermarono e mi condussero, in stato di fermo, nella locale caserma dei carabinieri, dove mi trattennero sino alla fine della cerimonia. Il volantino recava scritto: "Nella più antica capitale della loro Patria i friulani riaffermano la strenua volontà di non diventare mai friulo-giuliani, di non abbassare mai la loro bandiera, di voler difendere ciò che di più sacro hanno avuto in retaggio dai padri: lorgoglio della propria stirpe". Il testo godette di una insperata diffusione attraverso le colonne del "Corriere della Sera", il 18 aprile 1968. Il giornalista Mario Cervi pubblicandolo commentò, su imbeccata locale, che era il segno di una ""friulanità" così particolaristica, protestataria, chiusa e gelosa da sconfinare, esplicitamente o implicitamente, nel separatismo". Sinceramente fui, 22 anni fa, come sono ancora, lieto di questa "messa al bando", anche perché constato che i friulani non hanno, in questo frattempo, abbassato le loro bandiere, ma le tengono bene in alto Perfino, ed è un bel segno, adesso le fanno sventolare alle finestre e persino sulla specola del castello di Udine.
PREMESSA PRIMA
"Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra
inguantata duna ferrea e ben connessa manopola si serrò più
forte allarcione, mentre laltro braccio, che reggeva
lo scudo, parve scosso da un brivido.
Dico a voi, ehi, paladino! insistè Carlomagno.
Comè che non mostrate la faccia al vostro re? La
voce uscì netta dal barbazzale. Perchè io non esisto,
sire.
O questa poi! esclamò limperatore.
Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste.
Fate un po vedere.
Agilulfo parve ancora esitare un momento, poi con mano ferma ma
lenta sollevò la celata. Lelmo era vuoto. Nellarmatura
bianca dalliridescente cimiero non cera dentro
nessuno".
(da "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino)
PREMESSA SECONDA
La geografia è, obiettivamente, più influente su di noi
che la storia.
I falsi storici, infatti, ci colpiscono in misura assai minore,
perché restano, in fondo in fondo, nei libri, anche se
costituiscono la premessa indispensabile per fabbricare altri
falsi.
Nei falsi della geografia, che non per nulla si distingue in
fisica e politica, ci imbattiamo a ogni piè sospinto.
La geografia politica è quella che traccia e modifica i confini
degli stati, delle regioni, delle province, dei comuni.
La geografia politica è quella dei cartelli indicatori, delle
sbarre, delle bandiere e dei simboli scolpiti. Non possiamo,
quindi, non vederla nei suoi effetti. Esce fuori dagli atlanti;
ed ecco perché è diversa dalla storia, che resta nei libri.
Una vittoria "inventata", per dirla con Calvino, "inesistente",
non la vedi che quando apri quel libro. Un confine, magari quello
di un comunello, invece lo vedi sempre, ogni volta che lo passi.
E la geografia politica che, mentre quella fisica rimane
sostanzialmente immutabile nel tempo, cambia in conseguenza di
guerre, di trattati, di decisioni e di scelte fatte da governi,
re, dittatori, parlamenti.
La geografia politica, dunque, riesce a creare anche regioni come
la Venezia Giulia; regioni che, quando vai a interrogarle, ti
rispondono come il cavaliere Agilulfo: Io non esisto.
INTRODUZIONE
Questo opuscolo nasce dalla esortazione di alcuni lettori del
"Corriere del Friuli", i quali pensano sia opportuno
che 6 articoli, riguardanti lo stesso argomento, pubblicati sui
numeri di ottobre, novembre, dicembre e Natale 1977; gennaio e
febbraio 1978, possano essere riletti più agevolmente raccolti.
Approfittando delloccasione, questi 6 articoli sono stati
riordinati, eliminando talune parti superflue e presentando gli
avvenimenti in ordine cronologico.
E parso opportuno integrarli con un articolo di Gianfranco
Ellero, pubblicato sempre sul "Corriere del Friuli",
febbraio 1977 e con un intero capitolo del libro di Camillo
Medeot "I cattolici del Friuli orientale nel primo
dopoguerra".
In appendice sono pubblicate anche tre prese di posizione di allora sullargomento,
una triestina, una goriziana e una udinese, che sicuramente contribuirono a rendere più articolato il dibattito.
Chi scrive dichiara subito di proporsi, con questo opuscolo, di
ribadire lopportunità che la denominazione "Venezia
Giulia" venga eliminata.
Lo dichiara con assoluta franchezza, proprio per il rispetto che
crede di dovere prima di tutto alle verità storica e geografica
ma, principalmente, per il rispetto dovuto ai friulani, ai
triestini e agli istriani.
Il Friuli, Trieste e lIstria sono tre entità etnicogeografiche
che non meritano di essere ancora avvilite, confuse, mistificate.
E legittimo che il lettore si chieda le ragioni per le
quali affrontiamo il tema della denominazione "Venezia
Giulia" e, in conclusione, ne proponiamo labolizione.
La risposta è semplice. Con la firma del trattato di Osimo,
trattato che come è noto regolò definitivamente le
questioni di confine tra la Repubblica italiana e quella (allora) federativa jugoslava,venne a cadere ogni superstite
giustificazione, anche se dettata dal più acceso nazionalismo,
perché la "Venezia Giulia" resti nel nostro
vocabolario (se non come reperto, similmente al regno lombardoveneto,
al regno delle due Sicilie, alla repubblica cisalpina, e
riteniamo superfluo continuare negli esempi).
Che la sopravvivenza di questa denominazione non sia stata priva
di nefasta importanza, è dimostrato dal ruolo avuto da
denominazioni che, nel primo dopoguerra, corrispondevano a
territori che lItalia sperava di recuperare, sottraendoli
alla Jugoslavia.
Invece, con la firma del trattato di Osimo, con la dissoluzione della Repubblica
federativa di Jugoslavia, col costituirsi della Repubblica di Slovenia oggi il confine è
definitivo. Il termine "Venezia Giulia", inventato,
come documenteremo, nel 1863, ha cessato di avere un qualsiasi
significato geopolitico, a meno che qualcuno non covi
propositi revanscisti, ormai assurdi, specialmente visti in ottica europea.
Ma poiché, secondo noi, solo scavando nella storia e ricercando
la verità, ci si può rendere conto delle cose, occupiamoci
delle vicende collegate alla denominazione "Venezia Giulia".
Nessuno potrà mai negare che Roma e poi Venezia abbiano avuto
parte nella storia di queste terre; nessuno potrà mai contestare
che sia legittimo ricordarlo e, magari, trarne motivo per
gloriarsene. Nessuno, però, potrà mai contestare che il termine
"Venezia Giulia" fu letteralmente inventato nel 1863,
fu ritenuto usabile a Gorizia nel 1907. Nessuno onestamente potrà
sostenere che oggi, non sia solo e
semplicemente un reperto lessicale. (geograficamente, la Venezia
Giulia non esistette mai).
Se vogliamo quindi parlare con il linguaggio dei nostri tempi e
della verità, parliamo di Friuli, parliamo di Trieste, parliamo
di Istria. Lasciamo dire "Venezia Giulia" agli epigoni
di un nazionalismo che è confinato ormai nel passato e che, se
rievocato, può avere solo significati reazionari e eversivi.
Non occorre molto per ricordare discorsi di politici, pronunciati
in regime democratico, allorché si discusse prima della
Costituzione poi dello statuto da dare alla regione Friuli-Venezia
Giulia. Una agghicciante identità si nota subito: lideale
espansionista prima e poi fascista di creare un bastione
nazionalista a oriente, sacrificando ad esso il Friuli, è lo
stesso che guidò due istituzioni democratiche e antifasciste: la
Costituente nel 1946 e nel 1947, e il Parlamento poi..
Oggi non è più consentito a nessuno attestarsi su posizioni che
sono fondamentalmente antidemocratiche. LItalia, firmando
il trattato di Osimo, ha dimostrato di voler imboccare finalmente
la strada del realismo e del superamento di posizione artificiose.
Se però cè qualcuno che rifiuta di trarre le
indispensabili conseguenze di ordine geografico, liquidando ciò
che non è più, meglio "ciò che non è mai stato",
allora dargli del fascista è perfettamente conseguente.
In poco più di 60 anni, su queste terre, sono stati tracciati
tanti confini, si è versato tanto sangue, si sono commessi tanti
errori madornali per dare ascolto a "voci" che hanno le
loro radici connesse con quelle stesse del fascismo. E ora
di tagliar corto e di assumere atteggiamenti coerenti. E lItalia,
democratica, repubblicana, antifascista che ha fatto una precisa
scelta.
DOPO IL 1859: LA RICERCA DI UNA DENOMINAZIONE GEOGRAFICA QUALE SUPPORTO ALLESPANSIONISMO ITALIANO
Dopo la seconda guerra di indipendenza del 1859, si comincia a
notare in special modo una palese difficoltà da parte della
diplomazia del regno dItalia nel definire quelle terre che,
oltre il confine del cosiddetto Veneto (e cioè di quel confine
che comprendeva i territori già facenti parte della repubblica
di Venezia prima e del regno LombardoVeneto poi, con quindi
anche il Friuli occidentale e centrale) si intendevano
rivendicare allItalia, togliendole allimpero austroungarico.
Gli austriaci, dal canto loro, chiamavano questi territori, a
nord Tirolo meridionale, comprendendo in questa dizione anche il
preesistente circolo di Trento; province ereditarie o Litorale le
zone orientali (e quindi anche il Friuli goriziano). Durante le
trattative armistiziali del 1866, queste definizioni territoriali
vengono usate sia da parte austriaca che italiana. Qualche
esempio. Il telegramma al quale Garibaldi rispose con il famoso
"Obbedisco" diceva: "Dordine del re, ella
disporrà ... (che) le truppe da lei dipendenti abbiano ripassata
la frontiera del Tirolo"; nel primo contatto per definire la
linea di armistizio che si ebbe sul fronte orientale, ci si
accordò che detta linea corrispondesse nella sua parte superiore
"al confine politico tra il Veneto e le province ereditarie";
successivamente gli austriaci posero come condizione (accettata
dalla controparte) che, prima di proseguire nelle trattative,
"dovessero essere sgomberati dalle truppe italiane tutti i
paesi del Tirolo e della contea di Gorizia, cioè tutte le terre
che non appartenevano al Veneto propriamente detto". Anche
quando si arrivò alle fasi conclusive del negoziato (10 agosto
1866), la questione dello sgombero delle truppe italiane da poche
zone che avevano occupato oltre quello che veniva detto "confine
del Veneto propriamente detto" fu di capitale importanza: il
plenipotenziario italiano gen. Petitti Bagliani di Roreto
insisteva sul punto (per ottenere che gli austriaci non
compissero movimenti con le loro truppe) che "les italiens
ont évacué le Tyrol et les entrits occupés du Litoral lIstria
(Versa et Chiopris)".
Evidentemente né i nostri generali né la nostra diplomazia
erano ancora "pronti" ad usare una terminologia
geografica diversa da quella usata dagli austriaci.
Nel 1863, però, cera stato chi aveva proposto al
nazionalismo italiano un "modo" per dare un supporto
geografico al rivendicazionismo. Apparve sulla rivista illustrata
"Museo di famiglia", rivista stampata a Milano,
nella rubrica "Varietà", una nota senza firma,
intitolata "Le Venezie", che veniva riprodotta
da "LAlleanza" (almeno così si legge:
"Con vero piacere riproduciamo dallAlleanza questo
graziosissimo e savio articoletto").
Questo articoletto, come vedremo, ebbe una larga diffusione. Fu
ristampato più e più volte, sicché il suo autore scriveva più
tardi ai redattori de "La stella dellesule":
Milano, 25 dicembre 1878.
"Onorevoli Signori,
A nessuno, per avventura, potrebbe più che a me tornar gradita
la voce di unAssociazione che piglia nome dalla Venezia
Giulia; ma la ristrettezza del tempo mi vieta, per questa volta,
di obbedirlo. La Loro lettera cortese, che qui maspettava,
non potè esser letta da me se non questoggi.
Il mio articolino "Le Venezie" primariamente
inserito, nel 1863, in un giornale che potesse portarlo
inavvertitamente nella Venezia Tridentina o nella Giulia (Il
Museo di famiglia), fu dipoi ricopiato o ristampato più
volte, ma sempre in modo più o meno scorretto. Io me ne trovo
avere un esemplare riveduto; e lo unirò a questa lettera, non
perché scusi larticolo che non ho più modo di fare, ma
tanto per mostrare comunque la mia buona volontà.
Vogliano, onorevoli Signori gradir la sincera attestazione della
mia perfetta osservanza.
Div.mo Loro".
Ci scusi il cortese lettore se qui omettiamo il nome dellestensore
di questa lettera. Un po di suspense non guasta. "La
stella dellesule" era una "strenna" che gli
irredentisti stamparono a Roma nel 1879. Conteneva scritti di
Cavallotti, Fusinato, Garibaldi, Imbriani, Carducci. Del poeta
toscano appariva "Capo danno", che muterà poi
titolo in "Saluto italico" e verrà compresa nel libro
I delle "Odi barbare", diventando la manifestazione più
clamorosa del nazionalismo italiano e dellirredentismo,
anche dopo il 45, tanto che dalle antenne della democratica
Rai udimmo per anni ripetere i versi "Poi presso lurna,
ove ancor tra due popoli / Winckelmann guarda, araldo de larti
e de la gloria, / in faccia a lo stranier, che armato accampasi /
su 1 nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!",
nel goffo tentativo di eccitare gli animi a un neo irredentismo
contro la repubblica di Jugoslavia.
Detto del contorno, rioccupiamoci della notarella "Le
Venezie".
Il testo che qui proponiamo è quello apparso appunto su "La
stella dellesule". Ci è parso tuttavia opportuno un
confronto fra questa stesura e quella apparsa nel 1863 su "Museo
di famiglia". Le differenze più notevoli (altre sono
marginalmente formali) appaiono tra parentesi e dimostrano come lautore
ricercasse soprattutto una rifinitura di espressione.
Ecco, dunque, "Le Venezie":
Milano, 1863
"In certe congiunture, i nomi sono più che parole. Sono
bandiere [alzate] issate, sono simboli efficacissimi, onde le
idee si avvalorano e si agevolano i fatti.
Noi ci troviamo in qualche imbarazzo, quando vogliamo nominare le
contrade dItalia settentrionale che sono al di là dei
confini amministrativi della Venezia.
Se, dicendo il Trentino, possiamo forse intendere tutto
quel paese che gli Austriaci chiamano Welsch-Tyrol: nel
dir lIstria, allincontro, manifestamente
lasciam dubbia linclusione di Trieste, e omettiamo di certo
il Goriziano. Ci bisognano veramente tre o quattro nomi, senza
che tuttavia si raggiunga una sufficiente precisione; e son nomi
privi tutti [di certo prestigio nazionale] di un sufficiente
splendore, i quali danno altresì lidea di una esuberanza
di pretese, di un frazionamento nellordine etnografico che
in realtà non esiste, e sotto i quali, a cagione delle
convenienze diplomatiche, in nessun atto per poco solenne possono
ancora vantarsi o sperarsi da noi abbracciati i desideratissimi
fratelli di quelle contrade.
Ma a [ad esprimere] nominare con unico e appropriato e opportuno
vocabolo tutto ciò che nellItalia nordicoorientale
ancora [ne manca ancora] ci manca, la geografia, la etnologia, la
storia e luso della lingua nostra vengono a suggerirci la
cara parola che abbiam posto in fronte a questo cenno: Le
Venezie.
Noi diremo Venezia Propria il territorio rinchiuso negli
attuali confini amministrativi delle provincie venete; diremo Venezia
Tridentina o Retica (meglio Tridentina) quello
che pende dalle Alpi Tridentine e può aver [per capitale] Trento
per sua capitale; e Venezia Giulia ci sarà la provincia
che tra la Venezia Propria e le Alpi Giulie ed il mare rinserra
Gorizia, Trieste e lIstria. Nella denominazione comprensiva
"Le Venezie" avremo poi un appellativo che per
ambiguità preziosa [esprime in classica italianità] dice
classicamente la sola Venezia Propria, e perciò potrebbe star
sin dora, cautamente ardito, sul labbro e [sulla penna]
nelle note dei nostri diplomatici.
Noi ci stimiamo sicuri del buon effetto di [tale] questo
battesimo sulle popolazioni (tridentine e giulie) a
cui intendiamo amministrarlo; le quali ne [sentono] sentiranno
tutta la verità. Trieste, Roveredo, Trento, Manfalcone, Pola,
Capodistria, [hanno] parlano la favella di Vicenza, di Verona, di
Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormons, quella dUdine e
di Palmanova. Noi abbiamo in ispecie ottime ragioni dandar
sicuri che la splendida e ospitalissima Trieste sintitolerà
con [gaudio] orgoglio la Capitale della Venezia Giulia. E
non ci resta che di raccomandare questo nostro battesimo al
giornalismo nazionale; bramosi che presto [sorga il dì] surga il
giorno in cui raccomandarlo ai Ministri e al Parlamento, [dItalia]
e al valorosissimo [suo Re] dei Re".
Continuiamo deliberatamente ad omettere il nome dellautore.
Ma a questo punto supponiamo che il lettore che gentilmente ci
segue sarà davvero curioso di sapere chi fu quellingegno
capace di concepire, tra laltro, che Gorizia apparteneva
alla Venezia Giulia anche se, parole sue, "Gorizia, Gradisca,
Cormons (parlano la favella) dUdine e di Palmanova".
Per il nostro, del resto, il Friuli geograficamente non esiste.
Egli si preoccupa devitare accuratamente di citarlo. Se lo
avesse fatto, invero, sarebbe crollata tutta la sua "invenzione"
geografica delle Venezie, basata essenzialmente su una geografia
alpina (non per altro, in seguito, la "Venezia Propria"
diventerà Venezia Euganea, perché non era possibile legarla a
una geografia montana, posto che le Alpi Retiche erano da
attribuirsi al Trentino, le Carniche scomparivano perché
inidonee allo scopo, e quindi tra Retiche e Giulie non restavano
da utilizzare che i colli Euganei!).
Ma chi è, dunque, linventore (perché, come abbiamo visto
di invenzione davvero si tratta) della Venezia Giulia, luomo
che con indubbia (ma nefasta) intuizione capì che
"in certe congiunture" (e cioè quando il
nazionalismo preme ed è alla ricerca di pretesti) "i
nomi sono più che parole. Sono bandiere issate, sono simboli
efficacissimi, onde le idee si avvalorano e si agevolano i fatti?".
Chi propose una serie di denominazioni "che per la
ambiguità preziosa" finiranno, oltre che a servire da
efficacissimo supporto al nazionalismo italiano, proiettato su
tutta lIstria, per "cancellare" il Friuli
e stendere un prezioso tappeto alla "splendida e
ospitalissima Trieste" che sintitolerà, con spocchia
e vanagloria, "capitale" non solo della inventata
Venezia Giulia, ma anche del Friuli-Venezia Giulia?
Ecco, finalmente, il suo nome: Graziadio Isaia Ascoli. Sì,
proprio lui: proprio il nume tutelare della lingua friulana (non
per nulla la Società Filologica sintitola a lui), luomo
che certamente scoprì scientificamente questa lingua, ma che
altrettanto certamente, cancellò dalla geografia politica il
nome della terra dove quella lingua si parlava e si parla.
Sulle basi di quello sciagurato articoletto, apparso nel 1863, si
innalzò lo stendardo dellirredentismo fino al 1918 e poi
sempre lo stesso stendardo, anche se passato in altre mani,
sventolò durante il fascismo e dopo, fino alla creazione della
regione Friuli-Venezia Giulia, vale a dire fino allunione
innaturale di una regione storica con una regione "inventata":
da Graziadio Isaia Ascoli.
Quanto scriviamo oggi è una nostra personale acquisizione
vecchia, anche perché non trattasi, come forse potrebbe apparire,
di una scoperta ghiotta, frutto di una ricerca particolarmente
meticolosa.
Basta, ad esempio, consultare la enciclopedia Treccani, per
trovare facile conferma.
Giuseppe Marchetti, per esempio, certo doveva sapere di questa
"invenzione" dellAscoli, tuttavia la tacque.
Scrisse soltanto ("Friuli Uomini e tempi", pag.
635) che questi "dopo il trasferimento a Milano si mostrò
sempre più apertamente avverso allAustria, al punto di
propugnare ("Nuova Antologia", 1895) lintervento
armato dellItalia per lannessione della Venezia
Giulia, sembrandogli essere questo lunico rimedio possibile
contro la politica austriaca che favoriva lafflusso di
elementi tedeschi o slavi nelle città di maggioranza italiana".
Anche Marchetti, in conclusione, che pur passa per un campione di
friulanismo, perdonò (forse per carità di patria friulana) allAscoli
linvenzione: quella inesistente Venezia Giulia con la quale
i friulani vennero "sposati" per nazionalismo dai
democratici costituenti nel 1947.
Ma non tutti, per fortuna, in quel periodo la pensavano allo
stesso modo.
Prospero Antonini pubblicava, nel 1865, allegata al suo libro
"Il Friuli Orientale" (Vallardi, Milano) la carta del
Friuli orientale ed Istria nella quale, naturalmente, è vano
cercare indicazione della Venezia Giulia.
Scrive a pag. 533: "A considerare il Friuli unicamente come
regione naturale, noi lo indicheremo situato fra il 45°43
e 46°28 di latitudine boreale e fra il 10°9 e l11°53
di longitudine del meridiano di Parigi.
I suoi limiti appariscono segnati dalla natura, comeché da un
lato il monte Cavallo onde ha origine la Livenza si stacchi dalle
alpi Carniche a guisa di contrafforte, e dal lato opposto le
ultime giogaie delle Giulie sovrastino tra Monfalcone e Duino
alla fonte del Timavo".
E a pag. 534: "Il Friuli naturale, dedotto il Distretto di
Portogruaro, ora compreso nella provincia di Venezia, abbraccia
nella sua totalità la provincia di Udine propriamente detta, e
la Contea di Gorizia quasi per intero, ed eccettuati i territori
carsici di Duino, Comeno, Sesana che, posti al di là del Timavo,
geograficamente spettano alla penisola Istriana".
Sempre Antonini, nel successivo libro "Del Friuli ed in
particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica
di questa regione" (Naratovich, Venezia; 1873) afferma (pag.
2): "La regione geografica del Friuli misura in superficie
circa 915 chilometri quadrati. Ne fanno parte, oltre tutta la
provincia di Udine, undici distretti della Contea di Gorizia (che
indica in nota: di Gorizia città, di Gorizia circondario, di
Aidussina, di Canale, di Gradisca, di Cervignano, di Cormonsio,
di Monfalcone, di Tolmino, di Plezzo e di Chirchina; i distretti
goriziani di Sesana e di Coma appartengono geograficamente alla
Carsia, ossia allIstria montana, perché posti al di là
del Timavo; lisola di Grado poi fu sempre considerata come
parte non del Friuli bensì del Veneto estuario e del Dogado, il
quale estendevasi alle foci dellIsonzo e Capodargine) e
quasi per intero il distretto di Portogruaro oggi appartenente
alla provincia di Venezia".
Come si può constatare, oltre 120 anni fa, Prospero Antonini
dava del Friuli, dal punto di vista geografico, descrizioni
sostanzialmente esatte in libri che Giuseppe Marchetti definisce
("Friuli - Uomini e tempi", pag. 575) codici
fondamentali "di tutta la letteratura irredentistica
posteriore ed il modello tuttora vigente per linterpretazione
nazionalisticamente ortodossa della storia locale". Ad
Antonini si imputa per esempio una passione
patriottica che "giunge a fargli proporre che nelle carte
geografiche i nomi friulani siano ridotti in forma italiana ed a
fargli scrivere, al esempio, Cormonsio, Cordenonsio" (Marchetti).
Eppure egli non nomina la Venezia Giulia, inventata da Graziadio
Isaia Ascoli. Per lui il Friuli, che va dal Livenza al Timavo,
confina con la penisola istriana.
Ma il nazionalismo italiano, linterventismo esasperato
"cavalcano" ormai linvenzione di Ascoli: lItalia
reclamava dallAustria la Venezia Tridentina e la Venezia
Giulia.
UN PROCESSO A GORIZIA, NEL 1907
Nel giugno del 1907, e cioè 71 anni fa, scoppiò a Gorizia
una grossa questione, originata dalla proposta del governo
austriaco di spostare da Capodistria alla città sullIsonzo
la scuola magistrale slovena.
Il "Corriere Friulano", giornale che si stampava a
Gorizia dal 1901 (e che uscirà fino al 1914), pubblicò il 16
giugno una dura nota che così inizia:
"Abbiamo sentito ancora una volta parlare della scuola
magistrale maschile slava a Gorizia: ancora una volta protestiamo
in nome dei diritti di tutte le genti di tutte le nazioni di
tutte le patrie.
No, non sarà mai!
Nessuno mai potrà permettere che una nuova scuola slava venga
trapiantata in questa Gorizia Italiana!
Per Dio! No!".
Il 22 giugno si riunì il consiglio comunale di Gorizia,
presieduto dal Sindaco Giorgio Bombig. Nella discussione saltò
fuori la denominazione Regione Giulia o Venezia Giulia.
Il 25 giugno il consiglio comunale si riunì di nuovo.
Il rappresentante del governo, conte Attems, al riguardo disse:
"Finalmente non posso fare a meno di contestare la legalità
della denominazione di Regione Giulia ai nostri paesi,
denominazione inammissibile poiché la Contea Principesca di
GoriziaGradisca con il Margraviato dIstria e con la
città immediata di Trieste costituiscono il Litorale ma non la
Regione Giulia".
Quello stesso giorno il "Corriere Friulano" pubblicò,
dopo la cronaca del consiglio comunale, un lungo corsivo senza
firma, ma nel quale rivendicò essere stato lautore Gaetano
Pietra, nel 1949 (si veda "Ce fastu?", pagg. 23, 24). Larticolo
provocò il sequestro del foglio ("Venne sequestrato ieri il
nostro foglio per un articolo di commento al discorso del signor
consigliere aulico dellI.R. Governo al Consiglio Comunale
..." in "Corriere Friulano" del 26 giugno 1907),
principalmente per il contenuto di un capoverso. Leggiamolo:
"A noi suona meglio il nome di Venezia Giulia perché ha in
sé tutta larmonia delle memorie! e noi, lo diciamo anche
altrove, sentiamo tutta la tenerezza delle memorie patrie! Daltronde
abbiamo anche un convincimento: Laquila ha battuto alte le
penne dalle nostre alpi al mare nostro, e tutta ancora la terra
risuona della voce della grande(1 madre latina lartiglio
del leone ha stampato la sua impronta sul petto degli abitanti e
lanima della Dogale palpita nel cuore dei popoli! Ora di
tali fatti compiuti, pur sopprimendo anche nel nome gli ultimi
esteriori vestigi rimangono le profonde indelebili impressioni
nelle coscienze! E noi siamo sicuri della coscienza nazionale di
nostra gente per preoccuparci, come ha mostrato daltro
canto il rappresentante del governo, perché il nostro paese
venga indicato, da chi proprio lo desidera, con un nome, secondo
noi, meno eufonico di Venezia Giulia e sia pure non di nostra
favella!".
Era a Gorizia, dunque, ed in un momento tutto particolare, come
vedremo, che si sosteneva la denominazione "Venezia Giulia".
Abbiamo detto momento particolare. Era morto il 21 gennaio del
1907 Graziadio Isaia Ascoli, "inventore" della
denominazione, venerato a Gorizia come un simbolo di fede
nazionale. Il "Corriere Friulano" uscì con la prima
pagina a lutto, tutta dedicata allo scomparso. Per più giorni il
giornale continuò a pubblicare condoglianze, fino al 26 maggio,
quando venne organizzata una grande commemorazione. Ci furono
discorsi, un banchetto, la scoperta di una lapide in memoria di
Ascoli al tempio israelitico.
Cera poi in discussione la questione del trasferimento
della scuola magistrale slovena da Capodistria a Gorizia che
aveva scaldato non poco gli animi.
Ai goriziani di lingua italiana e friulana (certo si
riconoscevano indiscutibilmente friulani, se il loro giornale lo
intitolarono "Corriere Friulano") in quel momento
evidentemente parve opportuno cercare un maggior scudo contro il
temuto pericolo, proclamandosi abitatori della Venezia Giulia,
abitatori di quella regione "inventata" dal loro più
illustre concittadino, di cui in quei giorni piangevano la
scomparsa.
Ma torniamo allarticolo del "Corriere Friulano" e
al sequestro del giornale. Il 16 luglio 1907, a porte chiuse, si
svolse il dibattimento. Il giornale lo riassunse sotto il titolo
"La Venezia Giulia e la revoca di un sequestro". La
corte era costituita dal conte Coronini, presidente, de
Kuhacevich e Ussai consiglieri, Ieglic procuratore di Stato e
pubblico ministero, il dott. Trevisan protocollista. Imputato
Luigi Ceudech, editore e redattore responsabile del giornale,
difeso dallavv. Pietro Pinausig. Il "Corriere"
pubblicò questo riassunto della sentenza: "La Corte
accoglie il reclamo e leva il sequestro al N.ro del 25 giugno
1907 del "Corriere Friulano" nel quale erano stati
considerati elementi oggettivi del crimine par. 65 a Cp. (chi in
pubblico cerca di eccitare il disprezzo e allodio contro il
nesso politico dellimpero ... N. d. R.) i capoversi "a
noi suona meglio" fino a "pure non di nostra favella"
dellarticolo "Il Consiglio Comunale", perché
suddetto sequestro non è giustificato in legge. Larticolo
incriminato va messo in relazione alle condizioni politiche di
questa provincia dove è continua la lotta fra due nazionalità:
anzi dove tale lotta assume una forma accanita. Lavvenimento
particolare deve essere ascritto precisamente ad una di queste
crisi di indole nazionale. Esaminando esattamente larticolo,
vi si scorge lintenzione di accentuare il carattere
italiano delle popolazioni richiamando lattenzione dei
lettori ai fatti storici noti!
Il nome di Venezia Giulia alla regione non è nuovo e si
riscontra in parecchie opere di storia. Nellevocazione di
memorie di un passato indelebilmente impresso non si possono
ravvisare gli estremi del par. 65 a Cp. e mancano quindi
oggettivamente gli estremi al fatto sequestro".
La sentenza, che per i nazionalisti italiani in generale fu
ritenuta una grande vittoria, in realtà ci conferma i due fatti
fondamentali: il primo, che in quegli anni a Gorizia era in atto
uno scontro accanito tra due nazionalità, litaliana e la
slovena; il secondo, che la corte dando prova di indubbio
equilibrio riteneva ingiustificato il provvedimento del
sequestro, limitandosi a dire che "il nome di Venezia Giulia
alla regione non è nuovo e si riscontra in parecchie opere di
storia (...)" e che, in sostanza, si trattava solo di "evocazione
di memorie di un passato indelebilmente impresse" (1)
Ma tanto bastò ai nazionalisti e agli irredentisti per
proclamare che persino un tribunale austriaco aveva riconosciuto
la denominazione Venezia Giulia. Fatto incontestabilmente vero,
ma che dimostra chiaramente lartificiosità del termine, la
sua pretestuosità puramente politica, linconsistenza di
ogni argomentazione oggettiva per sostenerlo.
Il 13 settembre 1907 la "Patria del Friuli",
quotidiano stampato a Udine, pubblicava in prima pagina un
articolo intitolato "La Venezia Giulia - Chi ne propose per
primo il nome", riprendendo ancora una volta il pezzo "Le
Venezie". Eravamo già nel clima acceso dellirredentismo
che avrebbe precipitato lItalia nella guerra del 1915-1918
e il giornale udinese riportava larticoletto "come
documento della storia fortunosa di una denominazione, ormai
dagli italiani doverosamente adottata e dal Governo Austriaco
incresciosamente subita e fino allaltro giorno ... colpita
da sequestro".
PER QUALI OBIETTIVI LITALIA DICHIARO GUERRA NEL 1915
Chi scrive si rende conto che è difficile credere che lItalia,
nel 1915, sia entrata in guerra non, come si potrebbe pensare e
come ci hanno fatto ritenere, per "liberare" la
cosiddetta "Venezia Giulia".
Siamo andati a rileggere il discorso che lon. Antonio
Salandra, primo ministro del regno dItalia, pronunciò in
Campidoglio il 2 giugno 1915 (cioè 10 giorni dopo la
dichiarazione di guerra del 24 maggio).
Quel discorso di Salandra fu un discorso storico, fondamentale
perché il capo del governo dichiarò allora esplicitamente le
motivazioni che avevano indotto ad entrare in guerra.
Una prima osservazione: in tutto il discorso non è mai nominata
la Venezia Giulia. Si nominano, però mettendo la frase in bocca
al capo di stato maggiore generale Conrad (austroungarico),
"le Provincie irredente" e "le Provincie italiane
dellimpero" (austroungarico); si nomina il Trentino;
"le posizioni nellAdriatico" e Trieste. Mai, ed
è facile per ciascuno controllare, è usata la denominazione
"Venezia Giulia".
Ma quali erano gli obiettivi della politica italiana, perché
cioè lItalia era entrata in guerra?
Li illustra chiaramente Salandra, dopo aver accennato alle "tardive
concessioni" degli austro-ungarici (il "parecchio"
di Giolitti, o, meglio di Olindo Malagodi, che sostituì loriginario
"molto" quando pubblicò la lettera, appunto di
Giolitti, su "Tribuna"). "Queste concessioni
disse dunque Salandra pur accettando lultima
tardiva edizione che pervenne nelle mani del ministro degli
esteri e mie dopo che era stata tra le mani di uomini politici e
di giornalisti di qua e di là ... (applausi vivissimi
grida di "viva Salandra!") ... queste tardive
concessioni, che pur vogliamo accettare per buone, non
rispondevano in alcun modo agli obiettivi che la politica
italiana doveva proporsi".
E qui uno si aspetterebbe di trovare indicati, al primo punto, la
liberazione delle terre così dette irredente.
Disse, invece, Salandra: "Questi obiettivi possono
ridursi a tre: 1. la difesa della italianità; 2. un confine
militare sicuro che sostituisse quello che nel 1866 ci fu imposto
e per il quale tutte le porte dItalia sono aperte ai nostri
avversari; 3. una posizione strategica nellAdriatico meno
malsicura, meno infelice di quella che abbiamo, e di cui vedete
in questi giorni gli effetti.
Tutti questi vantaggi per noi essenziali che ci erano
sostanzialmente negati". Per obiettivi di carattere
prettamente strategico (il famoso "crinale" che toccò
ai nostri soldati tra i quali il padre di chi scrive, che
si fece quella guerra, ventenne, dal primo allultimo giorno
di "risalire", seminandolo di morti), dunque, lItalia
entrò in guerra.
Quale era stata lofferta austro-ungarica? Ce lo dice
Salandra:
"Lofferta, a grado a grado accresciuta, del
Trentino, non arrivava, non è mai arrivata, alle chiuse dellAdige,
ed escludeva lAmpezzano, quella Cortina in cui i nostri
soldati sono ora gloriosamente giunti (applausi vivissimi), col
pretesto che si trattasse non di genti italiane, ma di genti
ladine (breve ilarità), come se la differenza tra ladini
e italiani non fosse infinitamente inferiore che tra ladini e
tedeschi. E noi non vi aspiravamo per la importanza del
territorio, ma perché essendo lAmpezzano di qua delle Alpi
e non facendoci arrivare alle chiuse dellAdige, rimanevano
come prima aperte le porte di casa nostra".
Anche per il Trentino, come appare chiaramente, Salandra
privilegia la ragione strategica: non dice che bisognava liberare
i ladini di Cortina; dice che bisognava conquistare un confine più
sicuro! Ma andiamo ancora avanti.
"Nel libro verde (fascicolo di documenti diplomatici
preparato da Sidney Sonnino, allora ministro degli esteri,
sostenitore della tesi politica del "sacro egoismo per lItalia"
- n.d.a.) si può leggere un ingenuo documento austriaco in
cui si dice pressa poco: no, questo non possiamo darvelo
perchè ci guasterebbe il confine militare. Ma non si trattava di
un confine militare in difesa dellAustria, perchè sarebbe
stata giusta la pretesa di non lasciare aperta la porta di casa
sua, bensì di un confine militare di offesa per lItalia
perché si trattava di lasciar aperte le porte di casa nostra".
E veniamo, finalmente, al confine orientale, dove, secondo alcuni,
ci sarebbe stata e/o ci sarebbe ancora la cosiddetta "Venezia
Giulia".
Parla Salandra: "La posizione nellAdriatico negata
del tutto. SullAdriatico nessuna concessione ci fu mai
offerta, neanche allultimo. E quando noi, col pianto nellanima,
ma pensando che ogni massimo sforzo si dovesse fare per evitare
una guerra, ci siamo piegati a chiedere come minimo che Trieste
ed una zona circostante fossero considerate non parte del Regno dItalia,
ma non più parte dellImpero austriaco, e fossero
costituite a Stato libero, questo ci è stato negato, ed a
Trieste si è promesso che cosa? Lautonomia amministrativa
(commenti)".
Ecco, infine, come stavano realmente le cose. E vero che un
pugno di irredentisti proclamava a destra e a manca lesistenza
della Venezia Giluia (basta sfogliare le pagine di "Ora o
mai!", diretto a Udine da Romeo Battistig, ovviamente
massone, per rendersene conto), ma è altrettanto vero che lItalia,
nel 1915, entrò in guerra per ben poco: avrebbe di buon grado
accettato il Trentino fino alle chiuse dellAdige, qualche
vetta dellAmpezzano e che Trieste e una piccola zona
circostante diventasse uno Stato libero.
Queste cose, perchè sono vere, ci vennero e vengono gelosamente
nascoste. Ma è ora di metterle alla luce della verità.
3 NOVEMBRE 1918: LA "VENEZIA GIULIA" NEI DOCUMENTI MILITARI ITALIANI
Il 3 novembre 1918 il Tenente Generale Carlo Petitti di Roreto
emanava da Trieste un decreto nella sua veste di Governatore per
la Venezia Giulia. Da quel giorno prese il via il tentativo di
fare sparire dalla geografia il Friuli.
Il decreto di Petitti che è un documento di eccezionale
importanza, perché per la prima volta viene ufficialmente usata
da parte militare italiana la denominazione "Venezia Giulia".
Abbiamo cercato negli archivi dello Stato maggiore dellEsercito
italiano la "delegazione" di Armando Diaz, allora Capo
di Stato Maggiore del R. Esercito. Questa la risposta prot. 442/56/063 del 16
febbraio 1978, indirizzata al nostro indimenticabile zio, generale Umberto
Meranghini:
"In riferimento alla Sua richiesta di notizie in merito alla delegazione del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito del 2.11.1918 al Gen. Carlo PETITTI di RORETO quale Governatore di Trieste, si è spiacenti rappresentarLe che le ricerche esperite sull'argomento hanno dato esito negativo. p. IL CAPO UFFICIO (Gen. B. Rinaldo Croccu firma illeggibile" Anche questo è l' Italia!
.
Sulla situazione a Trieste e nelle zone occupate dallesercito
italiano dal 3 novembre 1918, è utilissimo consultare "Trieste;
ottobre-novembre 1918; raccolta di documenti del tempo a cura di
Salvatore Francesco Romano" ("Allinsegna del
pesce doro - Milano; 1968).
Nel documento n. 238, firmato da Diaz il 18 novembre 1918, si
legge:
"Con la nomina dei Governatori, allatto delloccupazione
della città di Trento e di Trieste, il Comando Supremo intese
provvedere a fronteggiare le esigenze imposte nel primo momento
dalla situazione locale, non ancora chiaramente conosciuta".
LItalia, insomma, aveva buttato là quel "Venezia
Giulia", tanto per costituire un precedente.
DOPO IL TRATTATO DI RAPALLO DEL 12 NOVEMBRE 1920
I nazionalisti avevano deciso di dare un "assetto"
ai territori annessi al regno dItalia.
Mandarono in avanscoperta i geografi, perché proponessero
soluzioni.
Di un geografo friulano, purtroppo, dovremo a questo punto
occuparci.
Olinto Marinelli, figlio di Giovanni, era, nel 1921, una autorità
scientifica indiscussa. Tra laltro, dal 1901, era
presidente della Società Alpina Friulana.
Nel mese di marzo del 1921 si tenne a Firenze lVIII
Congresso Geografico Italiano.
Marinelli propose il seguente ordine del giorno:
"LVIII° Congresso Geografico Italiano, udita la
relazione del prof. O. Marinelli, ritiene:
1) che cessata felicemente la costrizione politica che limitava a
ponente la denominazione di Venezia Giulia allartificioso
confine dellJudrio, questa denominazione, od altra che la
equivalga, abbia dora innanzi a comprendere, oltre
ai territori redenti, anche lintero territorio friulano,
al quale per le ragioni fisiche, linguistiche, storiche,
economiche esposte dal Relatore conviene la pertinenza
alla regione Giulia e il nome di regione Giulia;
2) che, sia per luso degli studiosi e del pubblico, come
per le necessità statistiche o amministrative presenti e future,
convenga eliminare il facile equivoco derivante dalluso del
medesimo nome di "Venezia", oltre che per la città,
per tre distinti compartimenti del Regno e con questo eliminare
anche lassurdo appellativo di "Venezia propria"
attribuito ad uno dei tre compartimenti;
3) che di conseguenza sia consigliabile adottare rispettivamente:
a) il nome di "Venezia" (senzaltro
appellativo) o meglio quello meno equivoco e più conforme alluso
di "Veneto" per il compartimento veneto attuale (1921) diminuito
del Friuli; b) quello di "regione Atesina"
per il territorio trentino e dellAlto Adige; c)
quello di "regione Giulia" per il territorio del
Friuli e insieme per il territorio nuovamente annesso oltre
il Judro, giustificandosi questultimo nome di "Giulia"
sia colluso legittimo invalso del nome di "Venezia
Giulia", sia col noto precedente del nome "Emilia"
ugualmente entrato nelluso locale dopo unannessione e
con uguale felice richiamo del ricordo di Roma".
(Si confrontino "Atti del VIII Congresso Geogr. Ital.",
vol. I, p. 170, 173 e p. 182-183).
Da notare che, in un vago clima di "invenzioni",
Marinelli propone la denominazione di "regione Atesina"
per quello che fu poi chiamata Trentino AltoAdige;
definisce "assurdo" il nome "Venezia propria"
(ovvero una delle tre invenzioni ascoliane); si industria di
"correggere" anche la terza invenzione ascoliana (e cioè
la "Venezia Giulia") riducendola alla forma "Giulia".
Per far questo si appella ad un precedente "ugualmente
entrato nelluso locale dopo unannessione e con uguale
felice richiamo del ricordo di Roma": quello dellEmilia.
Per poter capire meglio la posizione di quei friulani che erano,
preoccupati del futuro sia del Friuli udinese, sia di quello
goriziano, come certamente era il caso di Giuseppe Girardini,
occorre tener conto di alcuni fatti.
Gli "italiani" (comprendendo in questo termine anche i
parlanti la lingua friulana) nelle due contee di Gorizia e di
Gradisca erano la minoranza (basta dare unocchiata ai dati
demografici dello Czoernig per convincersene: nel 1857, su 196.276
abitanti, 130.748 erano sloveni, 47.841 friulani, 15.134 italiani,
2.150 tedeschi e 403 israeliti). Ma, come scrive Girardini
("Scritti e discorsi scelti", pag. 221) "lordinamento
politico ed elettorale dellAustria, essendo essi più colti
e più forniti di censo, dava loro modo di prevalere nella Dieta
e nel Consiglio comunale di Gorizia e di altri paesi. Cosicchè
egli è vero che Gorizia costituiva negli ultimi anni della
dominazione austriaca, come si usa dire, un faro di italianità
oltre il confine del Judrio, ma poteva adempiere a questa
funzione nel campo politico-amministrativo e, dipendentemente,
nel campo scolastico e commerciale, soltanto per laiuto che
le davano gli ordinamenti austriaci. Questi ordinamenti
costituivano la difesa della gente italiana in un impero pressoché
assoluto, dominato dalla polizia".
Girardini (eravamo nellottobre del 1922) aggiungeva: "Sembra
un paradosso, ma ora appare chiaro che lAustria, con le sue
leggi e involontariamente, sosteneva in quelle terre litalianità".
E ciò era incontestabilmente vero, perché "venuta lItalia,
alla circoscrizione di Gorizia si sono aggiunti altri slavi e
tedeschi, riducendo a meno di un terzo la popolazione italiana"
ed entra anche in vigore il suffragio universale e diretto per
cui la prevalenza italiana, prima sostenuta dal privilegio del
censo e della posizione sociale, viene meno.
Alle elezioni del maggio del 1921, per la incongruenza delle
circoscrizioni elettorali, quella di Udine era finita insieme a
quella di Belluno (e ci rimarrà a lungo, fino a qualche anno fa) e il goriziano
formava un collegio a sè. Risultarono eletti 5 deputati sloveni:
lon Giuseppe Tuntar comunista, e gli onorevoli Giuseppe
Wilfan, Virginio Scek, Carlo Podgornik e Giuseppe Laurencich
della lista di concentrazione slava. Lon. Wilfan, nella
seduta della Camera del 21 giugno 1921, reclamò luso della
lingua slovena in Parlamento (prima di lui, lon. De Walther
del Sud Tirolo, aveva reclamato luso del tedesco).
Girardini ritenne di dover prendere subito dopo la parola per
ricordare che lui, fin dal 1915, aveva sostenuto "la
necessità dellunione del Friuli in una sola regione, in
una sola rappresentanza". Affermò di aver sostenuto questa
tesi anche attraverso un memoriale "nel quale preavvisavo
quello che sarebbe accaduto se non si fosse unito in un solo
Collegio Udine con Gorizia, se ai nostri 800 mila friulani circa
uniti ai nostri fratelli del goriziano non fosse dato di
difendere la loro italianità".
Concludeva dicendo che "gli italiani del Friuli,
recentemente scrivendo a me, allonorevole Gasparotto e allonorevole
Ciriani, quasi presaghi delloltraggio che si doveva fare al
loro sentimento, ci hanno dato il mandato di affermare qui litalianità
irrevocabile di quella gente".
Il 9 ottobre 1922 il Consiglio comunale di Udine votò perché
fosse "ricostituita lantica unità friulana".
Questa mossa, che il curatore della pubblicazione degli scritti e
discorsi di Girardini definisce "intempestiva forse, ma
sincera", sollevò le più vivaci proteste dei goriziani,
che la dichiararono ispirata da una volontà di sopraffazione e
da fini di materiali interessi.
La questione, sia pure in termini diversi, è come si
constata ancora aperta. E sarebbe ora che i friulani tutti,
quelli della provincia di Pordenone, quelli della provincia di
Udine e quelli della provincia di Gorizia, senza sospetti e senza
velleitarismi ne parlassero da amici (ma sarebbe più giusto dire:
da fratelli).
LA "PROVINCIA DEL FRIULI"
Il R.D. 18 gennaio 1923, n. 53, istituiva la provincia del Friuli, della quale venivano a far parte, oltre al territorio della già provincia di Udine, i territori dei distretti giudiziari di Tarvisio, Tolmino, Caporetto, Circhina, Plezzo, Idria (meno il comune di Caccia), Gorizia, Aidussina, Canale, Vipacco, Gradisca, Cormòns, Cervignano (meno il comune di Grado e la frazione di Isola Morosini), Comèno (meno i comuni di Maltina, Slivia, San Pelagio e Aurisina). Oltre i circondari di Cividale, Pordenone e Tolmezzo, già esistenti nella provincia di Udine, venivano istituiti quelli di Gorizia, Gradisca e Tolmino (2).
LA POLEMICA SULLA NUOVA "PROVINCIA DEL FRIULI" A UDINE
Questo capitolo è del prof. Gianfranco Ellero ed è apparso sul "Corriere del Friuli", febbraio 1977
Il decreto del 18 gennaio 1923 fu salutato con telegrammi di
esultanza da quei dirigenti del Friuli "italiano" che
credevano così riconosciuta lidentità del Friuli storico,
tutto incluso se si eccettua il mandamento di Portogruaro
in ununica circoscrizione amministrativa.
Ma già alla fine del febbraio 1923 i friulani più attenti e
liberi nel giudizio avevano capito che il vivo senso
autonomistico della nostra gente era stato strumentalizzato dai
gruppi di potere per giocare una partita antifriulana.
Diede fuoco alle polveri lon. Giuseppe Girardini con una
lettera pubblicata dal Giornale di Udine il 23 febbraio.
"Da molto tempo scrive fra laltro il deputato
udinese vanno comparendo degli scritti e si fanno delle
manifestazioni nelle quali si dà per cosa intesa e fatta che il
Friuli fa parte di quella che si vuole chiamare Venezia Giulia, e
che è una provincia dipendente dal nesso regionale che farebbe
capo a Trieste (...) io non consento affatto a considerare il
Friuli come una provincia facente parte di una regione presieduta
da Trieste (...). Ora il Friuli non è soltanto una provincia, fu
uno stato ed è una regione (...).
Questo concetto della Patria del Friuli io proposi e sostenni,
nella visione della vittoria ancor prima della guerra presso lon.
Salandra e lo sostenni pure (debbo ricordarlo ancora) in una
pubblicazione (...).
Il Friuli perderebbe la sua funzione se non fosse lasciato e
considerato a sè; esso rivive nella sua storia, storia antica ed
illustre, e nella sua unità storica, nella sua tradizione etnica,
nella sua unità geografica deve compiere la fusione delle genti
che, varcando il confine, entrano nella sua terra (...).
(...) Trieste, la bella e cara Trieste, non è chiamata da nessun
ricordo storico a riprendere un posto, che non ebbe mai, di
centro di una unione a cui il Friuli sia aggregato (...)".
La lettera di Girardini provocò una vivace polemica fra i
principali giornali di Trieste e Venezia, nella quale intervenne
il direttore del Giornale di Udine il 24 marzo.
"Ci permettiamo di ricordare scrive il Furlani
che sono fuori di strada i triestini, quando accampano la
supremazia nella regione tra il Carnaro e la Livenza, quasi una
specie di diritto feudale, come i veneziani, quando gridano: Giù
le mani! dal Tagliamento alla Livenza spetta a noi la piccola
sovranità. La verità è che il Friuli non è alle dipendenze
(...) nè di Venezia nè di Trieste, che sia in una o nellaltra
città la sede degli uffici interprovinciali (...).
Per conto proprio assicura il Furlani il Friuli che
tiene più ai fatti che alle parole (...) seguiterà nel
proposito di (...) più feconda alleanza con Trieste (...).
Il "proposito", naturalmente, non era dei friulani ma
degli irredentisti come il Furlani (si pensi al male che ha fatto
questuomo come persuasore dellopinione pubblica
friulana e come portavoce del Friuli!) e dei fascisti.
Il 30 marzo interviene nuovamente Girardini.
"(...) io non sono per nulla ostile ad alcun avvicinamento
con Trieste, ma, secondo il mio convincimento, ci sono delle
ragioni e dei termini che conviene rispettare e non violentemente
infrangere. Credo poi che la grandissima maggioranza dei friulani
sia del mio parere.
E del mio parere, Onorevole Signor Direttore, era anchElla
(...)".
La risposta del direttore del Giornale di Udine è un
capolavoro di farisaismo.
"La contraddizione che lon. Girardini crede daver
trovato su ciò che diciamo oggi e ciò che scrivemmo ieri a
proposito della Venezia Giulia non è mai stata. Lon.
Girardini confonde la Venezia Giulia con la Regione Giulia che è
ben diversa cosa.
La Venezia Giulia è un nome di battaglia dato dagli italiani a
quella provincia che lAustria chiamava Litorale ed era
formata dal Goriziano, da Trieste e dallIstria. Il giorno
in cui fu decretata lunità del Friuli e il Goriziano entrò
a far parte della provincia del Friuli, la Venezia Giulia ha
cessato di esistere: e in quello stesso giorno sorse la Regione
Giulia, di cui fanno parte il Friuli, Trieste e lIstria
(...)".
Il 3 aprile il Giornale di Udine, ospitando una lettera di
Francesco Musoni, che si schiera dalla parte di Girardini,
dichiara chiusa la polemica. Ma il 4 aprile il giornale riporta
una nuova lunghissima lettera del deputato, che è
sostanzialmente un atto di accusa ben circostanziato contro la
borghesia ricca di Trieste, decisa a estendere il suo potere sul
Friuli per scopi ben diversi da quelli dichiarati.
"(...) A Trieste preme, per i suoi interessi marinari, per
quelli dei suoi armatori, dei suoi commercianti, dei suoi
industriali, per i suoi interessi portuali insomma, di disporre
della confluenza politica di una importante regione vicina, per
mettersene alla testa. Che se poi questa regione resterà
moralmente e, magari, materialmente, diminuita, tanto meglio,
perché sarà sicuramente legata.
(...) noi dobbiamo prestare a Trieste il massimo appoggio della
nostra fraternità, ma non sacrificare le necessità nostre
lasciandoci assorbire negli interessi e nelle vedute di una città
marinara.
Levidenza di queste ragioni si vuol menomare con pretesti e
con illusioni.
I pretesti: si dice che della Venezia Giulia faceva parte il
Goriziano. Falso (...).
Un altro pretesto è la comune condizione di avere degli allogeni
in casa. Si, ma gli allogeni sono come le materie chimiche:
combinate con certi elementi danno un certo risultato, combinate
con certi altri, ne danno un altro diverso.
Con i nostri allogeni noi non abbiamo nè recenti antagonismi, nè
recenti conformità, essi ci conoscono benissimo e noi potremo
avere con loro, ed essi con noi, un agevole adattamento.
Questi i principali pretesti; la illusione è destinata a
sorprendere gli spiriti più giovanili e generosi. Si dice che
dobbiamo unirci a quelli delle terre irredente per ... (non
saprei come esprimerci), ma per agevolare, direi la assuefazione
di quelle nobilissime popolazioni alla sensibilità italiana. Ma
di questo non cè bisogno, ed a questo non si serve.
Trieste, Pola, come la nostra Gorizia, si proclamano fari di
italianità, e lo sono. Non hanno bisogno della nostra luce
(...)".
La polemica si spense lì, ma le parole di Girardini sono anche
oggi di scottante attualità.
Quanto al fascismo e ciò spiega la sterzata del Giornale
di Udine che, partito in difesa dellunità della
regione friulana aveva finito per accogliere la tesi della "feconda
alleanza con Trieste" posto dalla polemica nella
necessità di scegliere fra le tesi triestine e quelle friulane,
non ebbe dubbi e accettò le prime.
Disse infatti Piero Pisenti ai fascisti radunati in congresso
provinciale a Udine ai primi di aprile:
"Il Friuli, secondo la tesi fascista, al di sopra delle
preoccupazioni regionalistiche di natura alquanto burocratica,
senza allarmi per un ufficio in più o in meno, sente il dovere
di andare verso Trieste. Perché, andare verso Trieste, sia pure
in nome delle magnifiche tradizioni italiche di Venezia,
significa marciare verso oriente, significa assimilare,
colonizzare (sic), cementare spiritualmente i confini dItalia
(...)".
LA POLEMICA SULLA NUOVA "PROVINCIA DEL FRIULI" A GORIZIA
Da "I cattolici del Friuli orientale nel primo dopoguerra"
di Camillo Medeot (Quaderni di "Iniziativa isontina",
Gorizia, 1972) riprendiamo integralmente il capitolo XX
intitolato "Nasce la Provincia del Friuli contro la volontà
dei goriziani".
"Solo chi ha partecipato o assistito alle dimostrazioni
popolari goriziane del marzo 1946 può farsi unidea esatta
di quelle svoltesi a Gorizia nel gennaio 1923. In ambedue i casi
spontaneità appassionata e massima concordia: due vette dello
spirito di "gorizianità". Ma mentre nel 1946 i
goriziani scesero nelle strade e nelle piazze per urlare il loro
"no" alle pretese annessionistiche dello straniero, nel
1923 lo fecero invece per lanciare un fiero grido di protesta
contro gli udinesi e il Governo di Mussolini che avevano voluto
lo smembramento e la soppressione della loro Provincia.
Come si era potuti giungere a tale oltraggio ai sentimenti e agli
interessi della città che la retorica dellepoca non
cessava di esaltare come Santa e Martire?
Per tutto il corso del 1922 imperversò su tutti i giornali della
Regione la polemica sulla sorte delle nuove province e dellordinamento
autonomistico che esse godevano sotto lAustria. Una prima Commissione
Regionale Consultiva, costituita dal Commissariato Generale
Civile, aveva concluso i suoi lavori nellaprile con un
nulla di fatto, nel senso che aveva respinto a maggioranza tanto
un ordine del giorno nazionalista sulla integrale applicazione
della legge italiana, quanto quello diametralmente opposto del
nostro Pettarin sulla integrale conservazione delle autonomie,
quanto infine quello conciliativo dellavv. Ara
salvaguardante la forma della legislazione italiana e la sostanza
autonomistica. Siccome la mozione del comm. Pettarin aveva
ricevuto 11 voti su 27 presenti e altrettanti voti aveva ricevuto
quella dellavv. Ara, risultava chiaro che in seno alla
Commissione erano in netta maggioranza i fautori delle tesi
autonomistiche sia pure divisi per quanto ne riguardava lampiezza.
"Con laccantonamento delle autonomie commenterà
Claudio Silvestri nellopera citata Dalla Redenzione al
Fascismo tramontava pure ogni speranza di
instaurazione e sviluppo di metodi democratici che avrebbero
potuto dare più duratura soluzione ai problemi particolari della
Venezia Giulia, non ultimo quello concernente i rapporti con la
minoranza slovena".
Mussolini, conquistato il potere, nominò verso la fine di
novembre una seconda commissione consultiva regionale chiamandovi
a far parte, oltre i senatori e i deputati della Venezia Giulia,
una dozzina di personalità fra cui, in rappresentanza di Gorizia,
gli avvocati Hugues, Pascoli e Bruno Luzzatto. Il curioso è che
tale commissione non venne mai convocata. Il prefetto Crispo
Moncada si limitò invece a interpellare i singoli membri, e
forse neppure tutti. In quella occasione gli avvocati Hugues e
Luzzato si pronunciarono genericamente per lunità
amministrativa dellex Litorale sulla base delle province e
delle autonomie preesistenti. Ma si trattava solo di un po
di fumo negli occhi perché tutto ormai era demandato ad una
Commissione Centrale presieduta dal sottosegretario on. Acerbo.
Intanto si delineavano nettamente le posizioni di Udine e di
Trieste attraverso le deliberazioni unanimi dei rispettivi
Consigli Comunali e le campagne del Giornale di Udine e
del Piccolo. Gli udinesi reclamavano la soppressione della
nostra Provincia per creare la "gloriosa Patria del Friuli",
i triestini volevano annettersi il territorio di Monfalcone e
tutta lIstria; tutto ciò, naturalmente, per "superiori
fini nazionali"! Gorizia così venne a trovarsi fra due
fuochi. Non è a dire che i goriziani non si dessero da fare per
sventare la grave minaccia. Ancor prima della marcia su Roma
venne costituito in città un comitato di agitazione di cui
facevano parte anche i popolari Antonio Pontoni e avv. Pio
Fornasin.
In dicembre a Gorizia latmosfera si fa rovente. Dalla
capitale giungono notizie contrastanti sui lavori della
Commissione Centrale che provocano unaltalena di speranze e
di timori. Un invito alla cittadinanza per la raccolta di firme
in appoggio a un appello al Duce frutta il consenso di 12.000
persone su 32.000 abitanti che contava allora Gorizia. Natale
pieno dinquietudine e di tristi presentimenti per i
goriziani e una gran parte dei friulani isontini quello del 1922.
"Ed è questa scrisse un settimanale dellepoca
dopo lattesa redenzione nazionale, la attesa più
angosciosa vissuta dalle popolazioni liberate".
Ma ormai il destino di Gorizia è segnato. Un telegramma dellagenzia
Stefani, pubblicato dai giornali il 3 gennaio 1923, getta la
costernazione fra i goriziani: esso preannunciava la creazione
della Provincia del Friuli che sarebbe stata decisa il giorno
dopo dal Consiglio dei Ministri. E il segnale dellesplosione
della passione di Gorizia. Si chiudono negozi, uffici, opifici,
scuole. Un giovanotto di Borgo Piazzutta sarrampica
furtivamente sino alla cella campanaria e suona a morto. La gente,
appartenente a tutti i ceti sociali, scende numerosa nelle strade
e commenta con accenti dira. Molti negozi recano la scritta
"Chiuso per la morte civile di Santa Gorizia". Appaiono
numerose bandiere abbrunate e addirittura una nera sul negozio
del fioricultore goriziano Raimondo Gorian, esponente del "partito
dei contadini" e noto patriota.
E qui scoppia il primo grave incidente. Un tale, scambiando il
vessillo nero per un emblema anarchico, lo incendia. A stento
viene sottratto al pestaggio dei contadini prontamente accorsi.
Il popolare "Mundili" commenta amaramente: "LAustria
non ci ha fatto diventare austriaci in quattro secoli. LItalia
ci è riuscita in quattranni".
Nel pomeriggio di quel giorno lavv. Piero Pinausig arringa
i cittadini accorsi in folla nella sala dellUnione
Ginnastica. Seduta stante si crea un comitato coordinatore delle
manifestazioni di protesta formato da quindici personalità, fra
cui il nostro Pontoni. Un corteo valutato a 15.000 persone sfila
per le vie della città e si reca a deporre una corona con una
scritta significativa al Cimitero degli Eroi in via Vittorio
Veneto.
Allindomani ripresa delle manifestazioni con due
affollatissimi comizi alla Ginnastica e al Verdi. Vi prendono la
parola gli esponenti maggiori della città, Pinausig, Di Blas,
Bombig, Ribi, tutti uomini che per la redenzione di Gorizia
avevano lottato e sofferto sotto lAustria. Si valutano le
benemerenze e il patriottismo della città che ben altro premio
meritava e si denuciava vibratamente lipocrisia di coloro
che sfruttano il sentimento patriottico per contrabbandare
interessi niente affatto nazionali. Leccitazione della
folla raggiunge lapice quando ling. Ribi annuncia con
solennità: "Mi consta, ed io assumo la responsabilità di
questa rivelazione, che a Udine 200 armati attendono per scendere
a Gorizia a mettere a soqquadro la città". Si trattava però,
come si vide dopo, di un equivoco.
Nel corso di queste adunate e dei cortei che le concludevano non
mancavano atroci insulti agli udinesi (scritte "Vegnin
chei dal centesin" e aringhe infilzate su bastoni,
allusione alla "polenta e renga" cibo della
povera gente), ma nel complesso, allinfuori della bandiera
nera di Gorian, non ci furono seri incidenti, come era da temersi
data lestrema eccitazione dei dimostranti. Gorizia, anche
in questa circostanza, fu allaltezza della sua reputazione
civile. Mai come in quei due giorni si manifestò prima dallora
fra i goriziani tanta comunanza dintenti e tanto
affiatamento.
Le manifestazioni sarebbero continuate anche nei giorni seguenti
se uno sferzante telegramma del Capo del Governo al sen. Bombig
non le avesse fatte cessare come per incanto. Fu solo permesso ai
goriziani di far sentire i loro lamenti in un comizio che si
svolse al teatro Verdi la festa dellEpifania. La città
umiliata, dopo le tre memorabili giornate di passione, dovette
soffocare il suo immenso dolore offrendo agli italiani la prova
del suo grande amore allordine e alla Patria, rinviando al
futuro il trionfo del suo buon diritto.
Intanto la decisione del Consiglio dei Ministri del 4 gennaio
seguiva il suo corso inesorabile. Col R.D. dell11 gennaio
1923 veniva estesa alle nuove province la legge comunale e
provinciale, mentre con quello del 18 gennaio si istituivano le
province del Friuli, di Trieste e di Pola. (A differenza dei
goriziani gli istriani erano riusciti a salvarsi dagli appetiti
dei triestini).
La secolare provincia di Gorizia veniva smembrata: a Trieste
passavano i mandamenti di Postumia, di Monfalcone (con Grado e
Isola Morosini) e di Sesana, complessivamente 28 comuni; alla
provincia del Friuli gli altri 119 comuni suddivisi fra i
circondari di Gorizia, Gradisca e Tolmino retti da viceprefetti.
La nuova Provincia del Friuli veniva così a comprendere 320
comuni e ad estendersi su una area di 9.258 kmq. Siccome la
vecchia provincia di Udine contava 784 mila abitanti e la parte
della provincia di Gorizia assorbita ne contava 233.000, la
popolazione della nuova Provincia superava largamente il milione.
I friulanisti della "Filologica" di qua e di là dal
"clap" (cippo confinario sullIudrio fino al
maggio 1915) erano gongolanti. La Patria del Friuli era,
dopo secoli di separazione, una realtà, anche se gravata da una
pesante frangia di allogeni e da un sordo rancore nel cuore dei
goriziani.
MARINELLI INSISTE PER LA REGIONE GIULIA
Olinto Marinelli, che, cosa abbiamo visto, nel 1921 era stato
mandato in avanscoperta, disse, al Convegno della Società Alpina
Friulana, tenuta in quel 1923 a Plezzo (notare l' "opportuna scelta"
della sede!), "che non esisteva
una ragione naturale fra le vecchie e le nuove frontiere dItalia
e che la denominazione di Venezia Giulia avrebbe dovuto cadere a
meno che il confine del Judrio non fosse spostato alla Livenza".
Per questo egli, così ricordava, a Firenze si era impegnato per
provocare un voto "nel senso che il nome di Giulia si
estendesse allintero territorio Friulano".
Olinto Marinelli, come geografo, aveva affermato il vero: non
esisteva una regione naturale tra le vecchie e le nuove frontiere,
ovvero la Venezia Giulia altro non era che una denominazione
"inventata" da Graziadio Isaia Ascoli e sposata dallirredentismo.
Ma lo stesso Olinto Marinelli, come nazionalista, si sentiva di
proporre volendo geograficamente giustificare la
sussistenza di quel nome la cancellazione dalla geografia
di una regione storica e naturale quale è sempre stato il Friuli:
aveva perciò chiesto che il nome di Venezia Giulia si estendesse
allintero territorio friulano, fino alla Livenza.
E solo lo spirito nazionalista lo aveva spinto a dire che "la
vittoria delle armi ci aveva dato la frontiera delle Alpi, ma non
aveva cancellato lobbrobrioso confine del Judrio, mentre il
Governo non pareva disposto a prendere alcuna decisione al
riguardo, quando pure ragioni politiche superiori a qualunque
questione di partito reclamavano la cancellazione di quel confine",
spirito nazionalista che tosto aveva trovato appunto nel 1923,
pronta risposta in Mussolini che, capo del governo da due mesi,
aveva decretato la istituzione della "Provincia del Friuli",
sopprimendo così la provincia di Gorizia.
Marinelli, travolto dal suo slancio nazionalista, perfettamente
in sintonia con le tesi del fascismo friulano rappresentato da
Piero Pisenti, disse a Plezzo: "forse verrà un giorno anche
in cui si parlerà di Giuliani e non più di Friulani, di
Triestini e di Istriani".
Non sarà inutile osservare che, subito dopo listituzione
della regione a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia, ci fu un
tentativo, non certo larvato, di "giulianizzare" o
quanto meno "friulo-giulianizzare" le popolazioni, in
nome di una conclamata unità regionale che la verità è
una sola ricalca la matrice fascista.
Olinto Marinelli, nel 1923, diceva: "Né la storia, né
la geografia fecero per il passato riconoscere nella Venezia
Giulia ununità, tanto è vero che se ne deve cercare ai
nostri giorni un nome; può essere tuttavia una regione dellavvenire,
se la sua attività economica e culturale si orienterà verso un
grande unico centro Trieste".
Possiamo, dunque, affermare che cè una inoppugnabile
continuità tra Graziadio Isaia Ascoli e Olinto Marinelli nel
perseguire, consciamente o meno, il disegno di sacrificare lidentità
geografica del Friuli per far spazio ad una regione inventata.
Capoluogo di questa regione, "naturalmente" (sic!):
Trieste.
Marinelli disse che il Friuli e lIstria "si danno la
mano a Trieste, che è il centro verso il quale potrà orientarsi
lattività economica e culturale della regione".
A Trieste frattanto il Friuli era stato costretto a
far capo per la circoscrizione elettorale, per il compartimento
delle Ferrovie, per il Provveditorato agli studi e via dicendo.
Non va taciuto che Marinelli aveva in qualche modo capito che
specialmente il trasferimento del Provveditorato poteva preludere
alla istituzione a Trieste di una Università. E lidea non
gli piaceva se, nel 1923, ingenuamente affermava: "Lesempio
delle circoscrizioni scolastiche sembra tipico: evidentemente col
trasportare il provveditorato da Udine a Trieste col che
non voglio dire che si sia fatto bene o male non si è
evidentemente inteso di preludere alla istituzione là di una
Università (...)".
Subito dopo si ebbe la risposta: Trieste aprì (con il solito
colpo di mano) una istituzione universitaria; Benito Mussolini,
più tardi, come scrive Coceani ("Nuovo fronte"
Portogruaro, 1977) la "rivendicò" come un proprio
privilegio, il 18 settembre 1938.
IL CAOS GEOGRAFICO
Ma proviamo a vedere, proprio per smascherare tutta lartificiosità
di questa operazione, concepita e portata avanti poco più di
mezzo secolo fa, quale era il grado di conoscenza geografica
della situazione nellarea orientale che era venuta ad
essere compresa tra i nuovi confini del regno dItalia. I
testi di geografia, anche in edizioni allora recenti, come quello
di Gribaudi o quello di Ricchieri, attribuivano il Friuli al
Veneto; altri (Colomonico, De Agostini) alla Venezia Giulia.
Nell"Atlante di Geografia Fisica e Politica" del
Pennesi, Cora e Almagià, edito da Paravia (si vedano le tavole
13 e 15), mentre si trovano segnati i limiti di tutte le altre
regioni italiane, non figurano limiti entro un territorio che si
estende dalla Lombardia, allEmilia, ai confini di stato a
nord e a est, segnato genericamente come "Venezia".
Nell"Atlante Geografico Metodico" dellIstituto
Geografico De Agostini di Novara (tav. 28-29), come nella carta
murale dItalia al 700.000 del Darnano, edita dallo stesso
Istituto, si leggono le indicazioni generiche di "Venezia",
mentre poi è segnata la ripartizione a colori in tre settori, ma
il limite tra il Veneto e quella che Marinelli proponeva venisse
chiamata "regione Giulia" è posto al vecchio confine
italo-austriaco. Di conseguenza il Friuli è spezzato tra Veneto
e Venezia Giulia.
Nella carta murale compilata da Baratta e edita dallIstituto
Geografico De Agostini, il Friuli è invece compreso nella
Venezia Giulia, ma solo fino al Tagliamento. La Destra
Tagliamento figura di conseguenza, parte del Veneto.
Nella carta murale dItalia in scala 1:1.000.000 edita dallIstituto
Geografico Militare di Firenze appare, di contro, la ripartizione
regionale conforme alle proposte di Marinelli, cioè tutto il
Friuli è compreso nella cosiddetta "Regione Giulia".
Avevano in vario modo contribuito alla "invenzione"
della regione "Giulia", in quel congresso fiorentino,
oltre a Marinelli, anche Ricchieri e Errera, mentre il primo a
ventilare questa denominazione era stato Matteo Bartoli.
parte nuova
Chiunque oggi si metta di fronte ad una carta geografica della regione non può non fare a meno di notare che sulla riproduzione cartografica generalmente campeggia una doppia dicitura posta orizzontalmente rispetto al territorio disegnato.Nella parte più alta è scritto FRIULI e sotto VENEZIA GIULIA con la evidente conseguenza che chiunque la osservi è indotto a credere che il Friuli sia solo la parte superiore del territorio e la Venezia Giulia la parte maggiore sottostante.Anche i sostenitori più accaniti dell'esistenza della Venezia Giulia sanno benissimo che, invece, la Venezia Giulia sarebbe (se esistesse) solo una esigua strisciolina, corrispondente a quella specie di "coda" che termina a Trieste. Ma non è solo da oggi che, oltre ai cartografi del passato e del presente anche i compilatori di vocabolari, enciclopedie e guide turistiche hanno messo e mettono nell'imbarazzo i loro fruitori. Abbiamo fatto esempi sulla cartografia di un tempo.Torniamo agli anni 30, in pieno regime fascista. Nel 1930 si stampò "Il nuovissimo Melzi", il dizionario per antonomasia anche perché di costo contenuto, "opera adottata nelle Scuole Italiane e nei Licei di Parigi". Leggiamo insieme la definizione Friùli: "geog. Denominazione, attualmente indicante le province di Udine e Gorizia. Il suo nome deriva da Forum Iulium (scritto correttamente con la I, ma ignobilmente accusativo - n.d.a.) (Cividale). La lingua parlata come dialetto, accanto all'italiano, è il ladino. Friuli orientale. La parte sinistra del Friuli sulla sinistra dell'Isonzo, attualmente provincia di Gorizia." Andiamo a leggere così la voce Udine-"Provincia di -, o del Frùli", "Provincia d'Italia (Venezia Giulia) con 174 comuni, 7122 chilometri quadrati, 755.732 abitanti, densità 106. Cereali, frutta, legname, cartiere, setifici. Secondo la costituzione del 18 gennaio 1923 la provincia di - si estendeva, al di là del vecchio confine sino al nuovo del Regno d'Italia, in modo da comprendere, per intero, il bacino dell'Isonzo; nel 1926 le fu distaccato il territorio della provincia di Gorizia." Cominciamo ad avere qualche dubbio ma consultiamo la voce "Gorizia" e leggiamo " Provincia di - Provincia d'Italia (Venezia Giulia) con 42 comuni, 202.707 abitanti, su 2636 chilometri quadrati, densità 76 ab. vini, cereali, legnami. Fa parte della Venezia Giulia (vedi) ed è nota sotto da denominazione di Friuli orientale."
Ormai in preda a un sottile panico, andiamo a leggere la voce "Venezia Giulia": "La più orientale delle Tre Venezie. Città principali: oltre i 6 capoluoghi di provincia (Trieste, Udine, Gorizia, Pola, Fiume e Zara), di cui agli articoli particolari, sono centri caratteristici: nel Friuli occidentale, Tolmezzo, Gemona, Tarcento, Cividale, Campoformido, Palmanova ed Aquileia; nel Friuli orientale Tolmino, Idria, Gradisca, Monfalcone; in Istria Capodistria, Pirano, Pisino Albona ed Abbazia , oltre i centri delle isole, cioè Cherso, Lussinpiccolo, Bescanuova, Ponte." Non c'è da essere imbaldanziti nel trovare compresi in Friuli le città slovene di Tolmino e Idria. C'è da essere sconcertati a non trovare più in Friuli Spilimbergo, Pordenone e Sacile. Andiamo alla voce "Venezia (le Tre) geog. Con questo nome complessivo s'intendono definire, secondo la proposta del glottologo Graziadio Ascoli, le regioni del N.E. d'Italia, che più a lungo rimasero sotto il dominio austriaco. Sono la Venezia propria ( o Veneto, o meglio ancora, semplicemente la Venezia), ricongiunta con l'Italia nel 1866; la Venezia Tridentina, distinta in Trentino ed Alto Adige, liberata nel 1918; la Venezia Giulia (o gli antichi territori di Gorizia, Gradisca, Trieste, Istria, Fiume), liberata del 1918. 5.584.247 abitanti. Lo Statuto fondamentale del Regno d'Italia fu esteso a tutti i territori della - Giulia con R.D. 30 dicembre 1920, e a tutti i territori della - Tridentina con il R.D. 26 ottobre 1920. La sistemazione amministrativa delle nuove province è avvenuta il 18 gennaio 1923. In essa si è opportunamente distaccata dalla Venezia la provincia di Udine per unirla alla Venezia Giulia." Ma continuiamo a cercare i confini geografici del Friuli. Leggiamo la definizione "Venezia: Reg. malamente definita col nome di Veneto, circoscritta tra il Garda e il Tagliamento (...)." Cominciamo a capire, seppure a fatica. Parte del Friuli era stato compreso nel Veneto. Il dizionario, elencando i centri veneti di considerevole importanza locale, scriveva "fra il Tagliamento e il Piave, ecco Spilimbergo, Sacile, Pordenone." Nelle notazioni relative al clima della Venezia si cita che "a Tolmezzo (Alpi Carniche) si ha la massima media annuale italiana di pioggia"; elencando i fiumi, ecco il Tagliamento e la Livenza; fra le lagune ecco quella di Marano. La Venezia, tuttavia, risulta confinante a est con il Friuli e l' Adriatico. iamo testardi. Consultiamo la "Guida breve - Italia settentrionale", edita nel 1937 dal Touring Club Italiano (allora, per esigenze di purezza della lingua Consociazione Turistica Italiana). Nella cartina geografica di copertina la dicitura "Friuli" non compare: campeggia su tutto il territorio orientale d'Italia la scritta "Venezia Giulia".
La prima città da visitare nella Venezia Giulia è Udine. La Venezia Giulia è così descritta: "superficie 16.006 kmq., popolazione 1.697.187 ab. compresa la provincia di Udine,m 106 per kmq. è limitata dal Golfo di Trieste a S., dalle Alpi Carniche a N. e Giulie a E. Comprende la pianura friulana, la Carnia, il bacino dell'Isonzo, l'altopiano carsico, la penisola dell'Istria e alcune isole. Le Prealpi e le Alpi Carniche rinserrano la montuosa Carnia, bagnata dall'alto corso del Tagliamento." Pordenone (a pag. 242) è indicato come "il maggior centro industriale del Friuli"; Udine è "capoluogo del Friuli"; Gorizia è una non ben identificata "vivace cittadina"; Trieste è "la principale città della Venezia Giulia." Passiamo a consultare il primo volume della allora modernissima "Enciclopedia pratica Bompiani", stampata del 1938. Nella cartina geografica, tav. 2 "Italia settentrionale e Svizzera" vi sono le indicazioni "Carnia" e "Friuli"; la dicitura "Venezia Giulia" campeggia sopra la penisola istriana. Ma le notizie esposte dentro la cartina sono sconvolgenti. Si indicano le seguenti regioni: "Venezia Euganea, popolazione abitanti 4.216.363; superficie kmq. 25.533; capitale Venezia (ab. 280.476), provincie Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Verona, Vicenza. Venezia Giulia e Zara, popolazione abitanti 1.001.719; superficie kmq. 8.953; capitale Trieste (ab. 255.666); provincie Fiume, Gorizia, Pola, Trieste, Zara."
Dunque, confusione totale.
Non va dimenticato che, nel secondo dopoguerra, cominciando dal 1963, vi è stato il tentativo di far diventare tutto "giulio-friulano". Secondo un geografo di fama, il professor Giorgio Valussi, il clima sarebbe diventato "giulio-friulano" (in "Friuli-Venezia Giulia"; Touring Club Italiano, 1963, pag. 18).E così in "Le regioni d'Italia"; Utet, vol. V, 1971) "il territorio della regione giulio-friulana", ( pag. 37); la "sezione delle prealpi giulio-friulane" (pag. 74); la "regione amministrativa giulio-friulana" (pag. 167); le "vicende demografiche giulio-friulane" (pag. 213); i "218 comuni giulio-friulani" (pag. 221); "l'ambiente umano giulio-friulano" (pag. 222).
Per la dovuta obiettività (a Valussi chi scrive deve un generoso giudizio su
un libro sull'emigrazione) va detto che il geografo mostrò di mutare parere
qualche anno dopo. Nel 1980 uscì "Civiltà Friulana", una
pubblicazione curata dalla Società Filologica Friulana che supportava la
importante mostra che poi girò il Mondo. Al prof. Valussi fu affidato di aprire
il volume trattando "La geografiia". E lì si legge:
"Aspetti geografici - 1. La posizione geografica.
La regione friulana, intesa nei limiti attuali delle province di Udine,
Pordenone e Gorizia, si caratterizza per una posizione geografica assai
originale, che ha profondamente influenzato il suo sviluppo storico, in termini
politici, culturali ed economici."
(pag. 13)
Il Friuli, la regione friulana hanno di nuovo un nome proprio, una dimensione
propria (e corretta), una collocazione non solo geografica propria.
Dov' è finito il "territorio della regione giulio-friulana" e tutto
il resto di giulio-friulano che sarebbe esistito nel 1963?.
fine del testo aggiunto
IL FRIULI E LIDEALE AUTONOMISTICO SOPRAVVIVONO
A questo punto dobbiamo chiederci quando e come lideale
di una friulanità autonoma e ben caratterizzata cominciò a
svilupparsi, se fu possibile proporre il riconoscimento di una
entità regionale Friuli (sia pure poi costretto allaggiunta
della Venezia Giulia) allassemblea Costituente.
Ciò avvenne perché i combattenti la guerra partigiana (che fu
una guerra particolare, combattuta per difendere le proprie case,
la propria gente e quindi profondamente caratterizzata in senso
regionalista) scopersero che, sotto il polverone della retorica
prima nazionalista e poi fascista, esistevano valori profondi,
popolari, istintivi che proprio il loro tipo di lotta metteva in
evidenza.
Il regionalismo friulano, forse a livello di inconscio per molti,
nacque allora, anche se occorsero poi molti anni (e altri forse
ne occorreranno) per comprenderlo pienamente ed esattamente.
LA BREVE STAGIONE DELLA REGIONE FRIULANA (3)
Il 18 dicembre 1946, la seconda sottocommissione per la
Costituente, presieduta dallon. Terracini, pronunciandosi
sulla domanda presentata dalla Camera di Commercio di Udine di
istituire una regione friulana, deliberava a maggioranza di
accogliere la richiesta. La regione friulana, dunque, sia pure
solo di nome, vedeva schiudersi le porte di un riconoscimento
costituzionale.
Ma già nella discussione era emersa, da parte di alcuni
costituenti, lopportunità di tenere aperto il discorso
sulla Venezia Giulia, e in particolare su Trieste, "agganciando"
al Friuli territori che al Friuli erano completamente estranei.
Così proposero lon. Uberti e, principalmente, lon.
Fabbri, che può essere considerato colui il quale "inventò"
labbinamento Friuli-Venezia Giulia.
I riflessi di queste prese di posizione non si fecero certo
attendere: il "Messaggero Veneto" del 19 dicembre
pubblicò il capzioso titolo "La regione Giulia Friulana
approvata con 17 voti contro 10". E evidente il
tentativo del giornale, che era stato messo in piedi a Udine con
capitali in massima parte triestini, di "deviare" nello
spirito e persino nella lettera la decisione dei costituenti.
Quando, il 1° febbraio del 1947, si tornò a parlare della
regione friulana, purtroppo il connubio con la Venezia Giulia,
per pure ragioni nazionaliste, apparve inevitabile. Possiamo dire
che il riconoscimento costituzionale del Friuli a regione durò
solo 45 giorni: poi fu travolto dal passo sempre più spedito del
nazionalismo, anche se variamente inteso. Si arrivò così al 27
giugno 1947. In assemblea lavv. Fausto Pecorari, triestino,
eletto nelle liste D.C. nel Collegio unico nazionale e
vicepresidente della Costituente, propose la denominazione di
"Regione giulio-friulana e Zara". Tessitori
dichiaratosi contrario, sostenne la denominazione Friuli-Venezia
Giulia, che indubbiamente a quel punto
rappresentava il male minore. "Con questa denominazione
disse a me pare siano salvaguardate anche le
ragioni di natura patriottica e sentimentale, che lon.
Pecorari ha esposte (...)". Venuti alla votazione, lon.
Pecorari ritirò lemendamento "per non esporre i
dalmati a un voto che suonerebbe offesa per loro".
Nacque così la regione Friuli-Venezia Giulia, perché i
costituenti erano convinti di due cose, entrambe, alla prova dei
fatti, dimostratesi errate: la prima, che fosse esistita unarea
geografica costituente la Venezia Giulia; la seconda, che questa
area venisse restituita in futuro allItalia.
OGGI: UNA POLEMICA PIÙ CHE MAI APERTA
Riportiamo, così come fu scritto nel 1978, questo capitoletto. L' oggi di allora non è forse ancora l'oggi di adesso? Il tempo, da noi, passa davvero invano!
Il volume di Giuseppe Francescato e Fulvio Salimbeni "Storia,
lingua e società in Friuli", edito nel settembre del 1976,
è diventato come era da attendersi elemento
importante di una polemica politicoculturale in Friuli.
Scriviamo polemica politicoculturale perché in effetti non
si può scrivere il contrario (e cioè che si tratta di una
polemica culturalepolitica), né affermare che si tratti di
una polemica solo politica o solo culturale.
In Friuli, attribuendo un falso valore a termini che attengono
alla "questione friulana", si sono venuti formando due
schieramenti: quello dei filo celti e quello dei filo veneti.
Entrambi questi schieramenti, per evidente superficialità di
analisi e strumentalismo, partono da una convinzione di fondo
profondamente errata: intendono, cioè, che si possa evocare una
remota origine etnica per interpretare fatti dei nostri giorni.
Queste contrastanti e fuorvianti convinzioni di fondo, secondo
noi, prendono le mosse appunto da fatti contingenti, da fatti
cioè che investono e scuotono lattuale
società friulana, fatti che provocano una spaccatura e una
contrapposizione (se vogliamo, una scelta di campo) e risalgono
la corrente dei secoli fino ad approdare pretestuosamente ai
celti o ai veneti, lasciando intendere subdolamente che, invece,
la discendono.
Trattasi, come appare evidente, di una operazione profondamente
anti culturale: è il mettere, consapevolmente o meno, la cultura
al servizio di tesi e quindi, nel caso specifico, di violentare
coscientemente la storia.
Coloro i quali impostano così i problemi procedono, come del
resto è indispensabile quando si compiono simili operazioni, a
semplificazioni assurde, di cui ci toccherà qui fornire qualche
esempio.
Per i filo celti, i latini sono invasori del Friuli, i patriarchi
liberatori e propugnatori dello stato friulano (che essi chiamano
nazionale), i veneziani ignobili oppressori, continuatori anche
se, frattanto, i secoli sono trascorsi, dellinvasione
latina e precursori di quella, successiva, italiana, tuttora
calata sul Friuli e su di esso incombente, bicentrica: da Roma e
da Trieste.
Per i filo veneti, gli antichi veneti sono i primi abita-tori del
Friuli, i celti invasori, i latini alleati dei veneti e
liberatori, i patriarchi personaggi degni di rispetto e in
qualche modo precursori di una identificazione "italiana"
del Friuli, i veneziani della Serenissima pacificatori, saggi
amministratori, precorritori dellitalianità, gli italiani
quelli arrivati qui nel 1866 nel Friuli occidentale
e in quello centrale, gli eredi legittimi dei veneziani e quindi
dei latini e degli antichi veneti, sicché il ciclo mirabilmente
si compie nella creazione della regione Friuli-Venezia Giulia,
con Trieste (faro di italianità) naturale capitale del Friuli e
Roma, la grande madre di Aquileia, la fonte vitale.
E fin troppo evidente che per i filo celti Roma e Trieste
sono le nemiche da battere; per i filo veneti (poiché
politicamente Venezia oggi non rappresenta assolutamente nulla)
Roma e Trieste sono da amare e obbedire.
Per i filo celti, di conseguenza, va spezzata lunità
statuale, restituita al Friuli una propria indipendenza "nazionale"
(questa aspirazione soverchia quella di separare il Friuli da
Trieste); per i filo veneti lunità regionale tra il Friuli
e Trieste è un precetto che discende dal dogma della unità
statuale: discuterne, per proporre la separazione di Trieste dal
Friuli, significa attentare allunità dello Stato italiano.
A nostra volta, e per la necessaria concisione, abbiamo dovuto
procedere a semplificazioni. Non abbiamo infatti
posto problemi tuttaltro che irrilevanti, quali, ad esempio,
quelli dei ruoli da assegnare ai longobardi, agli slavi, ai
tedeschi e ad altri popoli protagonisti della storia friulana ma,
semplificazione per semplificazione, accenniamo che, generalmente,
i filo celti li consideriamo abbastanza positivamente, mentre i
filo veneti, quasi senza esclusioni, li giudicano barbari
invasori.
Eppure, e chi è onesto lo capisce subito, il friulano di oggi,
il nostro popolo, non è che un meraviglioso impasto di celti, di
veneti, di latini, di longobardi, di bizantini, di veneziani, di
lombardi, di toscani, di slavi, di tedeschi: un popolo che ha in
sé apporti di almeno tre delle moderne grandi civiltà, un
popolo dunque che può tranquillamente essere
definito una etnia di etnie, unito da libere scelte di identità.
Tutta questa piuttosto ampia premessa era necessaria per poterci
occupare del libro di Giuseppe Francescato e Fulvio Salimbeni che,
lo diciamo con franchezza, consideriamo fabbricato apposta per
puntellare le tesi dei filo veneti, impegnati nella polemica
politicoculturale alla quale abbiamo accennato allinizio.
Polemica politicoculturale (e abbiamo chiarito perché la
definiamo così) che è essenzialmente espressione politica; di
una politica un po miope che per puntellarsi ha bisogno di
aggrapparsi a tesi (o più giusto sarebbe scrivere a pseudo tesi)
storiche, glottologiche e sociali.
Che la cultura italiana sia abituata a posizioni anti
scientifiche di questo tipo è presto detto: basti pensare a
tutti quelli che hanno argomentato per inventare che Dante si
sarebbe ispirato alle grotte di Postumia per rimare il suo
inferno, che si sarebbe seduto su uno scoglio di Duino, che
avrebbe sentito sul volto il soffio della bora e fantasticherie
simili, usate dal più vieto e ignorante nazionalismo italiano
per giustificarsi storicamente, per trovare nel "sommo vate"
un aggancio e un avallo storicamente e culturalmente
semplicemente ridicoli.
Dante, come è ovvio, pensava da uomo del suo tempo. Né avrebbe
potuto fare diversamente, anche perché, se avesse mirato alla
"nazione" italiana, oggi dovremmo considerarlo del
tutto superato, dato che quasi tutti guardiamo allEuropa (e
i più lungimiranti guardano alla Europa delle regioni etnicostoriche).
Ma al nazionalismo italiano "serviva" insinuare che
Dante si fosse spinto in zone che si volevano far diventare il
confine orientale dItalia: ai risorgimentali non mancò
neppure il tempo per dissertare se fosse o non fosse stato a
Udine.
Abbiamo dimostrato, ci pare in maniera inconfutabile, che un
glottologo (disgraziatamente friulano e celebrato), ovvero
Graziadio Isaia Ascoli e un geografo (altrettanto
disgraziatamente friulano e celebrato), cioè Olinto Marinelli,
sono stati insieme, naturalmente, con altri tra gli
artefici di quella "invenzione" storicogeografica
che è la regione Venezia Giulia, invenzione voluta dal
nazionalismo esasperato, da quello stesso nazionalismo che
avrebbe condotto lItalia al fascismo. Ma non basta: le tesi
sostenute da costoro servirono egregiamente, nel 1943 (ma anche
prima, perché i piani indubbiamente erano stati preparati con
buon anticipo), ai nazisti per dar vita alla famigerata
Adriatisches Küstenland, poiché se il nazionalismo italiano
aveva inteso cancellare, spostando il confine al Livenza, ogni
traccia del "Litorale" dellimperial regio governo
austroungarico, il pangermanesimo nazista trovò subito
utile rovesciare la questione e annettere, di fatto, al Reich
hitleriano quegli stessi territori (identico fenomeno si verificò,
guarda caso, in Alto Adige a, meglio, Tirolo del sud) (4).
Ci tocca adesso dimostrare che Francescato e Salimbeni, con il
loro libro, accorrono in soccorso di quelli che sostengono la
tesi della unità della regione Friuli-Venezia Giulia (e cioè
dellunione tra una regione storica ed etnica e di una entità
assolutamente inesistente, perché se è giusto parlare di Friuli
di Trieste e dellIstria, è assolutamente ridicolo
sostenere lesistenza di ciò che mai è effettivamente
esistito).
I due studiosi dedicano una appendice (esattamente la n. 8) a
questa questione, appendice che subdolamente intitolano "Il
Friuli, Trieste e la Venezia Giulia".
Essi affermano che è impossibile trascurare il problema,
scrivendo la storia del Friuli, se inserire o meno in essa anche
la storia di Trieste "di una città affermano
che, se oggi, sul piano amministrativo, è la capitale della
regione, per molto tempo è vissuta, o è sembrata vivere, fuori
o, perlomeno, in modo autonomo rispetto al territorio che dal
1964 ad essa fa capo".
Quei subdoli "o è sembrata", "fuori o, perlomeno"
tradiscono fin dallinizio il goffo tentativo
di Francescato e Salimbeni di mascherare che essi, scientemente,
intendono porsi al servizio della tesi degli "unitari".
Siccome gli "unitari" hanno bisogno di grossolane
falsificazioni storiche, ecco che Francescato e Salimbeni sono lì
pronti, a fornirle. O, quanto meno, a tentare di farlo.
Era inevitabile: cominciò un glottologo (Ascoli) a cancellare il
Friuli; tenterà di continuare un glottologo (Francescato). La
storia si ripete.
E la storia, scritta da certi uomini, è violenza ideologica.
Sempre insinuanti e astuti, Francescato e Salimbeni prendono le
mosse alla larga. Affermano che si potrebbe "propendere per
lidea di una assoluta incompatibilità tra le due storie (tra
quella del Friuli e quella di Trieste - n.d.a.), riconoscendo che
lunione sancita dal legislatore dopo la seconda guerra
mondiale si fonda su ragioni solo giuridiche (sic) e politiche
contingenti, dovute alla necessità morale (sic) di tenere in
vita, a livello istituzionale, almeno le apparenze (sic) della
Venezia Giulia, nella sua quasi interezza ceduta alla Jugoslavia".
Attenti: essi sono riusciti con un abilissimo colpo di mano, a
far sparire lIstria (che è il territorio annessoprima alla
Repubblica Federativa di Jugoslavia e attualmente diviso tra le Repubbliche di
Slovenia e di Croazia) e a far comparire quella
"Venezia Giulia" che è una invenzione ascoliano-marinelliana,
concepita e modellata per giustificare lespansionismo
italiano.
"Eppure affermano Francescato e Salimbeni, venendo
finalmente allo scoperto a veder bene nella plurisecolare
storia di queste terre, i legami profondi tra Friuli, Trieste e
la Venezia Giulia sono pressoché continui e molto forti".
Questa affermazione, a dirla in breve, è quella che serve ai
politici che sostengono la tesi dellunità inscindibile
della regione: Francescato e Salimbeni sono lì, pronti ad
affermare cose non vere, perché la Venezia Giulia, come tale,
tanto per cominciare, non ha affatto una storia plurisecolare: ha
nel caso più favorevole ai nostri poco più di
cento anni di "brevetto". (Ascoli "depositò"
la sua "invenzione" nel 1863, come abbiamo dimostrato).
Per 150 righe di testo che segue, i nostri non nominano più la
Venezia Giulia, ma correttamente parlano di Friuli,
Trieste e Istria (anche se il loro excursus storico rimane assai
discutibile). Insinuano, però, laggettivo "giuliano",
così che Trieste, ai tempi dei longobardi, è detta "città
giuliana", mentre tutti sanno che la Foroliuliana civitas
di cui ci narra Paolo Diacono è Cividale.
Lo stesso Paolo afferma, consentendoci di tagliar corto su ogni
ulteriore discussione: "Venetiae etiam Histria conectitur,
et utraeque pro una provincia habentur (...) Huius Venetiae
Aquileia civitas ertitit caput; pro qua nunc Forum Iulii"
(...).
Per Francescato e Salimbeni, ai tempi dello scisma tricapitolino
esistevano le "diocesi giuliane", come durante il
ducato franco si potevano identificare i "territori giuliani".
Secondo loro, lIstria, già nel Trecento, può considerarsi
ormai politicamente staccata dal Friuli (chiaro, no: a quale
politico se non ispirantesi ad un oltranzistico
nazionalismo potrebbe "servire" di dimostrare il
permanere di un legame tra Friuli e Istria, dato che lIstria
appartiene oggi alle Repubbliche di Slovenia e di Croazia?).
Riguardo ai legami tra Friuli e Istria, i nostri, però, si
contraddicono.
Scrivono che "lo Ziliotto, nellancor oggi valido
volumetto sulla storia di Capodistria, ha mostrato assai bene
come fossero frequenti e vitali i contatti tra Friuli e area
giuliana (sic) anche nel Rinascimento e nel Sei e Settecento,
favorendo la circolazione di uomini e di idee".
Ma allora, quale era la dimensione di questa "area giuliana"?
Sono il Francescato e il Salimbeni in condizioni di indicarla?
E che significato ha che studiosi friulani, triestini e istriani
fossero tra loro in relazione? Non esistevano forse, nella stessa
epoca, relazioni tra studiosi friulani e austriaci? Ermes di
Colloredo non fu alla corte di Vienna; Bombelli non lavorò per limperatore
Leopoldo I; Marinoni non fu consigliere e matematico cesareo,
astronomo di corte a Vienna, Gian Domenico Bertoli non fu
nominato conte del Sacro Romano Impero da Carlo VI e suo fratello
non si trovava presso la corte di Vienna come disegnatore di
camera; Giuseppe Bini non fu alla stessa corte? Sono sufficienti
questi contatti, queste relazioni tra pochi o molti intellettuali,
per fondarci sopra una tesi? Allora potremmo azzardarne
facilmente unaltra: le culture istriana e triestina che più
si sentivano attrarre dallarea culturale "italiana"
cercavano, attraverso alcuni intellettuali friulani, un punto di
riferimento e di contatto. Del resto, azzardare ipotesi
nazionaliste sulloperato e gli interessi scientifici degli
studiosi è semplicemente ridicolo.
Poiché, senza ombra di dubbio, il più appassionato ricercatore
delle testimonianze del mondo latino fu Teodoro Mommsen, che
coinvolse nelle sue ricerche gli studiosi di tutta lEuropa
e laccademia delle scienze di Berlino, ebbene egli potrebbe
esserci presentato come un precursore dellAsse (appunto:
RomaBerlino).
Che "dotti friulani e giuliani" ricordassero "con
commozione", nel Settecento, "la comune origine romana
(sic), lunità della X Regio, sentendosi partecipi di un
medesimo mondo", può anche essere, perché ciascuno è
libero di ricordare ciò che gli aggrada e di commuoversi per ciò
che crede argomento sufficiente per arrivare al punto di versar
lacrime.
Così il "mastice" costituito dal fatto che il
Patriarcato di Aquileia comprendeva anche diocesi che Francescato
e Salimbeni attribuiscono alla Venezia Giulia (quali, di grazia,
a parte eventualmente Trieste, dato che, almeno così pare
guardando le carte geografiche, Capodistria, Cittanova, Parenzo e
Pola per noi sono sempre state in Istria?) che effettiva "tenuta"
ha?
Quando, sempre seguendo lexcursus storico dei nostri, si
arriva alletà post napoleonica, chissà perché, scompare
la Venezia Giulia e Francescato e Salimbeni riparlano (correttamente)
di Friuli, Trieste e Istria "riunite in una medesima unità
amministrativa e politica". Ci vogliono dire se allora, per
caso, limpero austriaco chiamava qualche parte di questarea
Venezia Giulia? Oppure, come infatti avvenne, occorreva aspettare
Ascoli, perché suggerisse questo nome al nazionalismo italiano?
Ma per Francescato e Salimbeni, tutto fa brodo. Persino lemigrazione
a Trieste di muratori friulani che "una volta giunti, per lo
più restano per sempre, assorbiti in pieno dal nuovo ambiente,
perdendo la loro "friulanità"", starebbe a
dimostrare un accrescersi di contatti. Come avvenne tra la
Calabria e il Piemonte, ai giorni nostri!
Fatti di assoluto rilievo sono per i nostri che, al tempo degli
arcadi (anni Sessanta del Settecento), la prima colonia triestina
sia stata fondata da elementi di quella Sonziaca di Gorizia e che,
a metà circa dellOttocento, Pacifico Valussi abbia
effettivamente collaborato alla rivista triestina "La
Favilla".
Ora, a prescindere dal fatto che Valussi è più noto come
giornalista e politico liberal-nazionalista che come uomo di
cultura, perché Francescato e Salimbeni dimenticano di citare
"LArcheografo Triestino", che apparve per la
prima volta nel 1829, come "raccolta di opuscoli e notizie
per Trieste e per lIstria", fondato, insieme con la
Società di Minerva, da Domenico de Rossetti, patriota italiano
intemerato?
Forse perché a quella pubblicazione, per anni e anni,
collaborarono studiosi friulani assai più importanti di Valussi,
ma meno liberal-nazionalisti di lui? Ma, secondo noi, dimenticano
scientemente, proprio perché "LArcheografo Triestino"
ci dà inconfutabili prove di coerenza e scientificità degli
studiosi triestini che gli diedero vita.
Basta leggere il saggio del dr. Joel Kohen, pubblicato nel 1829,
e intitolato "Dellorigine di Trieste". Scrive lo
studioso: "Grande contesa è insorta tra i dotti che
illustrarono le cose dellIstria e del Friuli circa la città
nostra, volendola ciascheduno vendicare alla propria provincia.
Il Carli (Ant. dellIstria, libro I, par. VIII) considerando
che Tolomeo e Strabone pongono il confine dellIstria al
Timavo, vi volle compresa Trieste. Allopposto il Fistolario
(Della geogr. ant. del Friuli c. 6 p. 45) sostiene collautorità
di Plinio, che Trieste sia stata staccata dallIstria molto
tempo prima che il termine di questa provincia fosse portato al
Formione (oggi Risano - n.d.r.) (...).
Quanto è allopinione del Fistolario, io convengo con lui,
che Trieste staccata fosse dallIstria, cui pella sua
posizione e conformità di suolo apparteneva; al qual proposito
gioverà rammentarsi ciò che accennai nel capitolo primo di
questo trattato, circa linvasione che i Carni, scesi da
loro monti, fecero in unetà anteriore al dominio de
Romani, così nel piano della Venezia tra il Tagliamento e il
Timavo, come su colli e sulla spiaggia marittima confinati
dal Timavo e dal Formione. Laonde Augusto, osservando che Trieste
col suo territorio abitato era dalla medesima popolazione che
abitava il paese oggidì chiamato Friuli, a questo e non allIstria
la volle aggiunta" (pagine 59 e 60).
Conclude il Kohen: che Trieste "fu edificata da Carni,
a Carnuti, popolo celtico"; che "quindi appartiene
Trieste per geografica posizione allIstria, sebbene per
conquista e politica collocazione essa facesse parte della Carnia";
che il nome di Trieste non è latino, "sibbene deriva esso
del celtico Trgecste, che significa emporio: vocabolo imposto
alla città nostra da Carni suoi autori" (pagg. 82 e
segg.) e dichiara di essersi affidato "allegregio mio
concittadino signor dottor Kandler, giovine dalte
esperienze" per accuratamente disegnare i paesi dei quali
ragionava (ci pare superfluo dire quale autorità scientifica
divenne con la maturità Pietro Kandler, collaboratore di Mommsen,
autore del "Codice diplomatico istriano", delle "Notizie
storiche di Trieste" e di un album di disegni che venne
donato allimperatore dAustria dalla città di Trieste
e recentemente ristampato).
Da parte sua, de Rossetti il cui patriottismo italiano lo
ha elevato ad emblema in quello stesso primo numero de
"LArcheografo Triestino" scrive: "il
territorio di Trieste, piccola stazione della provincia dellIstria
(...) confina al nord ed allest colla Carnia alpina, allovest
col mare, e colla residua parte dellIstria al sud".
Possiamo perciò concludere che sia Kohen, sia Kandler, sia de
Rossetti studiosi seri e non disposti a piegare storia e
geografia alla politica consideravano Trieste
geograficamente parte dellIstria. Il Kohen non esitava a
rivendicarle una origine carnica, una popolazione ai tempi
di Augusto "medesima" a quella che abitava il
Friuli.
Perciò, se vogliamo ragionare da persone serie, dobbiamo
cancellare dalla nostra terminologia sia lespressione
"Venezia Giulia", sia i derivati aggettivi "giuliano",
"giuliana".
Francescato e Salimbeni citano "il bel (sic) libro di Sestan
sulla Venezia Giulia". Ebbene il Sestan confessa: "Venezia
Giulia è un nome di origine dotta, non popolare (come, del resto,
Alto Adige, che aveva però, almeno, il precedente storico
napoleonico): è il parto di un grande glottologo, G. I. Ascoli,
goriziano, parto, per il sentimento nazionale irredentistico,
felicissimo perché comprendeva in uno stesso nome le memorie
della romanità e la ancor presente realtà storica di Venezia,
di cui la regione irredenta era presentata come una semplice
semplificazione, come parte di un tutto; era un nome programma.
Ma fino alla prima guerra mondiale rimase un nome di pochi dotti,
quasi di pochi iniziati, senza alcuna popolarità, anche presso
gli stessi più accesi irredentisti delle terre adriatiche".
Ma linvenzione ascoliana, come abbiamo visto si era diffusa.
Laggettivo "giuliano" comincia a dilagare attorno
al 1923-1925, come conseguenza della sciagurata idea di Olinto
Marinelli, del 1921, di far battezzare "Giulia" una
nuova regione, geograficamente da lui "inventata", il
cui confine occidentale egli aveva proposto come abbiamo
visto fosse segnato dal corso del Livenza, per far piacere
a Benito Mussolini.
Noi concludiamo dopo aver dimostrato inconfutabilmente che la
Venezia Giulia è una regione letteralmente inventata e che è
persino assurdo nominarla, che Trieste geograficamente
apparteneva e appartiene allIstria, mentre etnicamente
possiamo, in una certa sua componente demografica, ritenerla unarea
friulana degeneratasi.
Letnia è anche come affermano alcuni una
eredità biologica, ma per noi è essenzialmente una consapevole
scelta dellindividuo. E una scelta libera, lasciata
alla coscienza più intima di ciascuno. Perciò la degenerazione
etnica di Trieste va giudicata, considerandone la remota
friulanità, irreversibile, in quanto tutte le scelte di
individui che forse hanno una eredità biologica di matrice
friulana (nel senso più ampio del termine) sono antagoniste ad
essa (lo stesso fenomeno si riscontra altrove, dove gruppi etnici
hanno rinunciato ai propri originali connotati, assumendone altri:
quindi ci pare corretto affermare che oggi esiste una etnia
triestina, molto composita, che noi rispettiamo per quello che
effettivamente è).
Francescato e Salimbeni, dimostrato come crediamo ampiamente
dimostrato, che la Venezia Giulia non è mai esistita, né
etnicamente né storicamente, devono spiegarci in base a quale
onestà intellettuale hanno formulato le loro tesi, che sono tesi
"unitarie" e perciò nazionaliste e non scientifiche.
Essi intendono porsi nel viottolo tracciato da Ascoli nel 1863,
continuato da Olinto Marinelli nel 1921 così come da Luigi
Spezzotti che, sindaco di Udine in quellanno, inviava a
Trieste un tronfio messaggio, dal quale stralciamo "o nobile
e fedele Trieste, accogli oggi il palpitante saluto augurale
della minore sorella (Udine) che ai tuoi figli generosi (gli
irredentisti) fu scudo e asilo", da Piero Pisenti nel 1923 e
da tutti i fascisti fino ad arrivare agli odierni "unitari",
che si dicono magari democratici e antifascisti.
Francescato e Salimbeni rilanciano oggi, su commissione degli
"unitari", lidea falsa che esista la Venezia
Giulia. Esistono Trieste, lIstria e il Friuli.
Chi scrive, convinto che il rispetto dellidentità e la
valorizzazione delle vocazioni autonomistiche sono principi
fondamentali, ha ritenuto proponibili (si veda, tra laltro,
larticolo "Lesatta dimensione del Friuli",
apparso sul "Corriere del Friuli", luglio 1975)
articolazioni entro larea del Friuli storico. Tre possono
essere le sezioni principali (Friuli occidentale, Friuli centrale,
Friuli orientale), ma occorre tener conto della necessità di
maggiori articolazioni.
Il Friuli occidentale può benissimo avere sinonime le
denominazioni "Friuli della Destra Tagliamento", "Friuli
pordenonese" o. meglio "Friuli pordenonese e
concordiese", comprendendovi così anche quella parte del
territorio che, finito in provincia di Venezia, continua a
sentirsi e a rimanere friulano.
Nel Friuli centrale occorrerebbe fare due prime distinzioni: la
parte montana centro-occidentale è indubbiamente Carnia e non si
vede il motivo perché debba perdere la propria originaria
denominazione o vederla sfumata; le vallate del Natisone vanno più
correttamente denominate Slavia friulana. Il Friuli centrale (o
udinese) si comporrebbe, quindi, di tre parti: il Friuli centrale
vero e proprio, la Carnia e la Slavia Friulana.
La Carnia, a sua volta, dovrebbe mantenere una distinzione dalla
Val Canale.
A oriente sta la provincia di Gorizia, parte della quale
sicuramente friulana ma che, nelluso comune, ha preso ad
essere denominata "isontino". Per questa parte si
possono proporre indifferentemente le denominazioni di Friuli
orientale, goriziano o isontino, tenendo conto di individuare
separatamente quella parte del territorio abitato dalla minoranza
nazionale slovena, per il quale si potrebbe proporre la
specificazione "isontino sloveno".
Per un lungo periodo, iniziatosi nel 1963, si era tentato di
far diventare tutto "giulio-friulano". In questa
operazione, sul piano scientifico, si è particolarmente distinto
un geografo: il prof. Giorgio Valussi.
Per lui, persino il clima sarebbe "giulio-friulano"
("Friuli-Venezia Giulia"; TCI; 1963; pag. 18) e così
("Le regioni dItalia" UTET - vol. V; 1971) il
"territorio della regione giulio-friulana" (pag. 37);
la "sezione delle prealpi giulio-friulane" (pag. 47);
la "regione amministrativa giulio-friulana" (pag. 167);
le "vicende demografiche giulio-friulane" (pag. 213); i
"218 comuni giuliofriulani" (pag. 221); "lambiente
umano giulio-friulano" (pag. 222): insomma tutto giulio-friulano.
UNA RISPOSTA DA TRIESTE
Nella (seduta del 29 novembre 1977,
in Consiglio regionale, si parlò del contenuto degli
articoli apparsi sul "Corriere del Friuli" e riproposti
in questo opuscolo. Il socialdemocratico triestino Lonza si è
sentito in dovere di farlo.
Avverto subito il lettore, per doverosa precisazione, che
pubblico il testo dellintervento non corretto dalloratore,
cioè ciò che Lonza ha effettivamente detto.
"Addirittura il di Caporiacco, è interessantissimo andare a
leggere queste questioni, sta scomodando alcuni storici locali e
rimprovera uno di questi perché costui si sarebbe affiancato
Graziadio ad lsaia Ascoli nel far nascere questa Regione
oggettivamente inesistente, secondo, appunto, le varie tesi
geografichestoriche portate".
(Interruzione di altro consigliere).
"Marinelli, per esempio, hanno chiamato in causa persone
...".
(Interruzione di altro consigliere).
"Sì certo Prospero Antonini, che poi hanno appunto ripetuto
quello che avevano già detto in un precedente articolo, mi pare
la volta scorsa, su Graziadio Ascoli per essersi scomodato ad
inventare il Friuli-Venezia Giulia sicché, dico, a guardare,
signor Assessore, con occhi di semplice e anche disattento
storico viene da domandarsi: la grande guerra mondiale, la guerra
di redenzione, di liberazione è stata fatta su un obiettivo
inesistente. Esisteva la sola città di Trieste ed esisteva
accanto e sovrastante su di essa il Friuli già liberato nel 1860-61 (n.d.a.
Lonza mostrò di non sapere che ciò avvenne nel 1866). Sicché non cera bisogno di muovere gli eserciti unaltra
volta per liberare Trieste e il Veneto ( n.d.a. Il Venento era stato annesso
all'Italia nel 1866, ma lonza invece credeva che ciò sia vveuto nel 1918!). Ecco vengono quindi al
pettine nodi storici di carattere complesso, di proporzioni molto
grosse attraverso la superficialità avventuristica pseudo-scientifica
di certi pennivendoli delluna o dellaltra parte dei
due campanilismi o municipalismi che si affrontano ad Udine e
sulle mura nel castello di San Giusto.
E un fatto questo politicamente molto grave, signor
Presidente, signori Consiglieri, è un fatto estremamente grave.
Mi meraviglia che uomini che dovrebbero con la cultura che hanno
ad essere anche, aver raggiunto il rango delle persone, non dico,
sagge, ma almeno di buon senso, si soffermino con ricerche
erudite, ma certamente sballate a fornire questa diatriba che
certamente non finirà perché la provocazione questa volta è
grossa. E stata scomodata la guerra nazionale, la Patria,
è stata scomodata tutta la classe politica del 1900-1915 perché
questa classe politica si è mossa verso un obiettivo che non
esisteva, non esisteva la Venezia Giulia, esisteva soltanto la
città di Trieste porto dellAustria e aggiungono qui gli
asburgici che sarebbe ben felice di poter continuare a essere
porto dellAustria. Anche questo è vero, non bisogna
ignorare che ci sono fermenti anche di questo tipo nella città
complessa come è Trieste.
Quindi vengono al pettine nodi di carattere psicologico, di
carattere morale, di carattere culturale che sono in fondo molto
seri. Tutto per colpa di chi? Proviamo a pensarci a queste cose e
proponiamo, almeno noi essendo noi a livello dei legislatori
regionali di vedere in che modo dobbiamo includere nelle nostre
leggi, far sì che le nostre leggi partino da un empito, da un
afflato unitario e non divisionistico come viceversa può qualche
volta succedere quando queste leggi poi vengono malamente
interpretate, messe in atto o presentate davanti alla pubblica
opinione".
*
UNA MEDITATA RISPOSTA (di allora) DA GORIZIA
Ho letto con interesse le osservazioni (ma
perché definirle "oziose?") di Gino di Caporiacco a
proposito delle mie considerazioni sul pluralismo culturale della
nostra regione, parzialmente riflesso nella duplice denominazione
"Friuli-Venezia Giulia (5): il richiamo a questa realtà
derivava proprio anche dagli articoli pubblicati da poco dallo
stesso di Caporiacco sul "Corriere del Friuli". Senza
entrare in polemica e richiamandomi alla prospettiva
sovranazionale di cui volevo che si tenesse conto e che dovrebbe
far superare campanilismi, municipalismi e nazionalismi (non è
stata capita in tal senso liniziativa goriziana degli
"Incontri culturali mitteleuropei"), ricorderò che
storicamente e culturalmente non solo Trieste è estranea al
Friuli ma anche Monfalcone, con i "bisiachi", così
come Grado e i villaggi carsici e quindi la minoranza slovena.
Non si sa poi (o, meglio, si saprebbe ma è meglio non
approfondirlo) quanti goriziani sarebbero lieti e daccordo
su una loro definizione di friulani, specie se questo significa
allinearli e subordinarli: una forma di resistenza passiva o di
difesa fortunatamente esistente ancora a Gorizia e in questo caso
il discorso è diverso ...
Se anche fosse che "Venezia Giulia" è un nome che
idealmente raggruppa quanti non sono o non vogliono essere
friulani in un certo modo, esso indica e ricorda pur sempre lentità
amministrativa e culturale che si riconosceva come Litorale
adriatico; ci sarebbe anzi più dun motivo per usare una
denominazione simile, forse non felicissima ma storicamente (e
non solo storicamente) giustificata. Così avviene, del resto, in
Jugoslavia, dove rimane quasi tutta lIstria.
Cancellare il nome di Venezia Giulia potrebbe quindi significare
misconoscimento di questa diversità interna in una regione
composita, tra le più composite e cruciali dEuropa e perciò
non facilmente riducibile ad un appellativo solo. E già Litorale
era una denominazione di comodo che raggruppava, senza
dimenticarle, entità storiche disparate e gruppi etnici vari.
Si ricorderà che Gorizia ha fatto parte amministrativamente del
Friuli soltanto negli anni infausti tra il 1923 e il 1927: prima
e dopo era una provincia della Venezia Giulia. E non è
intervenuto mai nulla che ne labbia fatta uscire.
I nomi sono convenzionali ma non pure convenzioni e linsistenza
sul binomio Friuli-Venezia Giulia è legittima e giustificata, se
non altro per sottolineare le differenze che esistettero e
sussistono a Gorizia e a Trieste rispetto ad altri centri. A
questo mi riferivo quando parlavo di "distanze" tra
Udine e Trieste e tra Gorizia e Udine; non sono distanze
misurabili chilometricamente (Vienna non centra in questo
senso, rispetto a Roma, bensì per altri ordini di premesse e di
considerazioni) ma sono distanze e differenze culturali e
tradizionali.
Se è vero che Gino di Caporiacco trova a Gorizia un ambiente
diverso da quello udinese come anche da quello triestino, ciò mi
dà ragione, salvo che la storia e i dati controllabili mi dicono
di una comunità culturale e spirituale allinterno di
queste cellule distinte ma sotterraneamente per secoli in osmosi.
Tanto più poi, che fino allinizio del Settecento Trieste
era sulla stessa linea culturale e mentale di Gorizia e quindi
poteva dirsi "friulana" sia pure "more austriaco",
il che distingue ancora, parzialmente, Gorizia da Udine e (con lapporto
di altri fattori enormemente più vistosi) anche Trieste da Udine
e quindi da Gorizia, qui però in misura diversa.
Si veda quanto constatano Giuseppe Francescato e Fulvio Salimbeni
a questo proposito nella loro "Storia", mai abbastanza
apprezzata e comprensibilmente respinta (ma non giustificatamente)
da taluni friulani, che non lhanno capita, benché sia
"una pietra miliare" per gli studi sul Friuli, come lha
definita Giovanni Frau ("Studi Goriziani", XLVI, 1977/2,
25-34).
Lesperienza asburgica, più incisiva e vitale di quel che
si vuol riconoscere legò nella sostanza Gorizia e Trieste,
mentre la sorte di Udine e del suo Friuli, dopo la lunga
parentesi veneziana (ma lo stato patriarcale ha le sue gravi
responsabilità per suo conto), finì per far divergere le due
sfere da queste matrici "autoctone" più di quel che
non si dica. Gorizia e Trieste non passarono attraverso la stessa
esperienza civile e culturale del Friuli udinese, sia per quel
che riguarda il patriarcato sia per la presenza veneziana.
"Giuliano" è un aggettivo noto ai geografi romani
("Alpes Iuliae") e quindi è tuttaltro che nuovo.
"Venetia" era la nostra regione (più l"Histria")
nellorganizzazione augustea dellItalia, Il nome di
Venezia Giulia proposto dal goriziano G. I. Ascoli, è meno
peregrino di quel che si vuoI far credere.
Che il nome ascoliano si prestasse a rivendicazioni
irredentistiche e a interpretazioni nazionalistiche è più che
evidente. E inutile ribadire qui un giudizio negativo
contro certe correnti per colpa delle quali Gorizia ha spesso
tradito e ripudiato la sua storia, con motivazioni discutibili e
in un clima che spiega tante cose. (Del resto, non meno colpevole
è lAntonini col suo "Friuli orientale"). Forse
il nazionalismo è una malattia che bisogna subire per
immunizzarsene ma è pur sempre una malattia.
Le prospettive che si profilano nel futuro europeo postulano
questimmunizzazione. Il nazionalismo sopravvaluta gli
argomenti in una direzione e si fa aggressivo in direzione
opposta e sempre stravede. Pare che oggi il Friuli (e quello
udinese soprattutto) ne sia ubriacato, perdendo di vista la realtà
storica propria e la situazione entro cui è immesso.
In questi tempi cè un "revival" nostalgico che
porta a sopravvalutare la civiltà absburgica in contrap
essere daccordo con Claudio Magris che relega nella sfera
del mito sterile e alienante le forme attraverso cui si manifesta
questa nostalgia (e semmai si propone che i valori insiti in quel
mito-modello vengano "sfruttati" positivamente e "attualizzati"),
così occorrerebbe scoraggiare i friulani nel loro isterico
orgoglio del passato, se questorgoglio eccede nel fanatismo,
non contribuisce a farli rifluire anche meglio nel presente, in
un presente capito e adeguato fruttuosamente ma non respinto per
la suggestione dun mito enfatizzato e senza prospettive.
La regione potrebbe trarre enorme vantaggio dalla
giustapposizione intelligente di questi due corpi o strutture così
discordi ed è certo che i più potenziali insiti nei due corpi
potrebbero e dovrebbero essere "ad invicem" stimolati,
attivati, adeguati e compenetrati, a beneficio di questo angolo dEuropa,
sempre più tagliato fuori dalle grandi vie e dalle dinamiche
linee di sviluppo che interessano il continente.
Anche per questo oggi va bene il nome di Venezia Giulia accanto a
quello del Friuli: due nomi che alludono a due realtà che si
sovrappongono in ampi spazi e che divergono il più delle volte.
Un binomio a ricordo duna diversità che deve sommarsi nellunità
senza cadere nelluniformità e contrastando anacronistici
separatismi velleitari e "ghetti" dogni genere.
Il "popolo friulano" in antitesi rispetto allItalia
e a tutti gli "altri" (Venezia, Trieste, ecc.) ricorda tanto il "popolo siciliano" di Finocchiaro Aprile, per
di più con trentanni di ritardo.
Sta (Sergio Tavano) .
UNA RISPOSTA (sempre di allora) DA UDINE
Signor Direttore.
Ho seguito con grande interesse il dibattito sul Friuli e sulla
Venezia Giulia, che ha impegnato in più tornate talora polemiche
uomini di elevato ingegno e di vasta cultura. Credo sia un vanto
per il Suo ottimo settimanale aver dato spazio a tante voci
impegnate in una ricerca storico-politica di grande attualità, e
vorrei chiederle ospitalità per un contributo forse
chiarificatore e mediatore di alcune posizioni solo
apparentemente contrastanti.
Schematizzando dirò che:
1) I goriziani, voglio dire gli abitanti di Gorizia e i
responsabili delle sorti della città, hanno valide ragioni
storiche per diffidare dei dirigenti udinesi, i quali hanno
spesso attuato una politica miope e municipalistica. Senza andar
lontano, è sufficiente ricordare il loro appoggio alla decisione
mussoliniana di soppressione della provincia di Gorizia nel 1923
e, in questo dopoguerra, la loro lotta contro la zona franca e la
mancata consultazione dei goriziani sulla questione universitaria
per dire quanto poco amichevole sia stato il loro atteggiamento
nei confronti della città isontina. Udine, per molto tempo, non
ha saputo svolgere una politica per il Friuli, e queste sono le
conseguenze; ma neanche Gorizia, a mio avviso, ha vissuto in
funzione del suo territorio, in gran parte friulano anche in
senso culturale. Tutta presa dai suoi grandi problemi di città
di frontiera, ha dimenticato il suo "contado", come
Udine, forse perché i friulani non hanno mai dato vita a città
veramente friulane (e anche questo è avvenuto per una lunga
serie di concause storiche).
2) Giustificata comunque la diffidenza dei goriziani nei
confronti degli udinesi, sbaglierebbero, i primi, a credere che
chiunque scriva o operi da Udine sia disposto a continuare una
tradizione negativa fatta di interessate dimenticanze o di
ostilità. Se mi è lecito tirare in ballo fatti personali, dirò
di aver difeso Gorizia quando, qualche anno fa, Trieste avanzò
la pretesa di allungare le sue avide mani sugli Incontri
Mitteleuropei, una iniziativa culturale di alto livello,
scrivendo articoli ad hoc sul settimanale "Friuli doggi";
altri articoli ho scritto per criticare un tracciato autostradale
che non favorisce Gorizia e per rivendicare il primato del valico
di Casa Rossa nei confronti di Fernetti; ho sempre recensito
opere scritte da goriziani e, nella "Storia dei Friulani",
ho aspramente criticato gli avvenimenti del 1923, ho descritto loriginale
caratteristica dei movimenti politici isontini rispetto ai
consimili sviluppatisi nel Friuli udinese, pordenonese e carnico.
Se queste cose non si sanno, dipende anche dal fatto che viviamo
in stanze separate, leggendo giornali e riviste a diffusione
provinciale, per cui da anni vado proponendo una diversa
impostazione della politica culturale ed editoriale.
Non starò poi a dire che cosa hanno fatto e detto in Consiglio
regionale Fausto Schiavi e Gino di Caporiacco in difesa e a
favore di Gorizia (per questultimo sarebbe sufficiente
leggere il suo recentissimo libro "Coloni friulani in
Argentina" per vedere con quanta obiettività e competenza
tratta i problemi del Friuli isontino), e posso assicurare che il
loro comportamento fu dettato da una visione politica ben diversa
da quella tradizionale udinese sopra descritta. Operarono in quel
modo perché convinti che Gorizia è una città anche friulana (non,
soltanto friulana, come pretendono i neonazionalisti) e in ogni
caso guida le sorti di migliaia di uomini che sono rimasti
friulani nonostante le divisioni politiche amministrative e
territoriali durate per secoli, come ognuno può constatare
imparzialmente "de visu". Furono generosi con Gorizia
come lo furono con Pordenone, parimenti osteggiata dagli udinesi.
3) Se è vero che certi ambienti udinesi sono stati oppressivi
anche nella loro pretesa di imporre una Koiné letteraria e
quindi di insegnare nelle scuole un friulano unificato (magari
anche ai bisiachi e agli slavi o ai veneti di Grado) è
altrettanto vero che molti udinesi fra cui lo scrivente e
di Caporiacco riconoscono e amano la meravigliosa diversità
e complessità linguistica, culturale e psicologica del Friuli,
per cui sono di opinione completamente opposta e da sempre
propongono la tutela delle culture e delle lingue locali.
4) Le recenti scoperte di Gino di Caporiacco sullinvenzione
della Venezia Giulia ad opera del goriziano Graziadio Isaia
Ascoli possono essere imbarazzanti e rivoluzionarie; ma siccome
sono fondate su sicuri dati di fatto meritano a mio avviso
una sincera e spassionata meditazione, o forse un pubblico
dibattito in Gorizia, una Città da secoli friulana secondo gli
storici e da un secolo anche "giuliana" per merito (o
demerito) dellAscoli e di tutta la politica nazionalistica
italiana. In altre parole: visto che, come dimostra il suo
giornale, esiste la possibilità e lutilità di un
dibattito fra goriziani nuovi e udinesi nuovi, perché non ci
incontriamo per un dibattito che sulle colonne di un giornale
sarebbe troppo lungo ed incompleto?
Con il massimo rispetto e i saluti più cordiali.
Gianfranco Ellero
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(1) Non riteniamo di fare riferimenti alla versione dei fatti data da Gaetano Pietra, su "Ce fastu?", 1949, pagg. 23,24. Non possiamo non sottolineare come la versione stessa, pur stesa da un uomo per molti versi illustre, tende a falsare grossolanamente talune parti sostanziali della vicenda e della stessa sentenza.
Le parole messe in bocca al conte Attems sono rielaborate; non è vero che il "Corriere friulano" dovette uscire con una colonna in bianco; non è vero che l'editore e il redattore responsabile "furono" denunciati, semplicemente perchè si trattava della stessa persona.
Ma quel che ci è apparso più grave è la manomissione effettuata al testo della sentenza.
Possiamo capire che nel 1949 ci fosse un clima politico particolare, non possiamo capire, come mai capiremo, la violenza fatta alla integrità dei documenti.
(2) Con successivo r.d. 5 luglio 1923, n, 1489, fu soppresso il circondario di Tolmino e i territori che lo costituivano ebbero la seguente ripartizione: a) il mandamento di Plezzo e l'antico distretto giudiziario di Caporetto furono aggregati al circondario di Cividale; b) l'antico distretto giudiziario di Tolmino fu aggregato al circondario di Gorizia; c) fu istituito il circondario di Idria con il territorio del mandamento di Idria; d) al circondario di Gradisca fu tolro il mandamento di Cervignano, che passò al primo circondario della provincia (Udine),
(3) Una sintesi degli avvenimenti tra il 18 dicembre 1946 e il 1° febbraio 1947 apparve in un opuscolo, che fu stampato contemporaneamente a quello contenente questo testo, sotto il titolo "Storia di una idea - La Regione friulana (1946-1947)" - Grafica Moderna, Plaino, opuscolo che raccolse articoli apparsi sul quotidiano diretto da Alvise De Jeso "Friuli Sera" del 3, 6, 10, 13, 17 e 20 gennaio 1978,
(4) Si veda la nota "ordinanza" di Rainer, datata Klagenfurt 1 ottobre 1943 che di fatto annetteva al Terzo Reich il Friuli.
(5) Chi abbia interesse ad approfondire l'argomento tenga conto che "Sta" (Sergio Tavavno) ha pubblicato, sempre su "Voce isontina", il 12.12.1977 una recensione del libro "Storia dei friulani" di Gianfranco Ellero e le osservazioni alle quali si riferisce sono apparse, sullo stesso settimanale, il 20 gennaio 1978.
Il costruttivo dibattito è proseguito con una risposta di chi scrive, pubblicata in quel periodico il 18.2 con una nota della redazione. Seguirono interventi di Alessandro D'Osulado e Celso Marcor, apparsi entrambi il 25.2. Il 13 marzo, sempre su quelle colonne, è stata pubblicata una lettera di Zuan Nazzi Matalon e la risposta di Celso Macor. In quello stesso numero è apparso l' intervento di Gianfranco Ellero sopra riportato.
Si leggano i successivi aggiornamenti della polemica in GEOGRAFIA "Le carte geografiche del Friuli unito".
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